La scoperta di un’algebra non commutativa

William Rowan Hamilton (1805-1865) compì i suoi studi al Trinity College di Dublino, dove, all’età di ventidue anni (ancora studente!!), fu nominato Astronomo reale d’Irlanda, Direttore dell’Osservatorio di Dunsink e Professore di Astronomia. Egli era convinto che così come la geometria è la scienza del solo spazio, analogamente l’algebra deve essere la scienza del tempo puro.
  
Nel 1833 presentò una memoria all’Accademia Irlandese nella quale introduceva un’algebra formale di coppie di numeri reali le cui regole di composizione sono esattamente quelle che usiamo oggi per le operazione con i numeri complessi. In particolare la regola della moltiplicazione può essere scritta come:  (a, b) (c, d) = (ac-bd, ad+bc)
  
Lo scienziato tentò di estendere la sua idea allo spazio tridimensionale, passando, cioè, da a+bi a terne del tipo a+bi+cj. In tale ottica l’operazione di addizione non presentava difficoltà, ma quella di moltiplicazione sì! Così un giorno del 1843, mentre passeggiava con la moglie lungo il Royal Canal, ebbe un’ispirazione: tutte le difficoltà sarebbero svanite se invece di terne si fossero usate quaterne (quaternioni) e se si fosse abbandonata la proprietà commutativa della moltiplicazione. Era già noto che, nel caso di quaterne del tipo a+bi+cj+dk, si doveva assumere i2=j2=k2= -1; a questo Hamilton aggiunse ij=k, ji=-k, jk=i=-kj e ki=j=-ik. Per gli altri aspetti le regole di operazione erano identiche  a quelle dell’algebra ordinaria. Hamilton, allora, si arrestò nella sua passeggiata e con un coltello incise la formula fondamentale i2=j2=k2=ijk su una pietra del Brougham Bridge.
  
Hamilton “creò” così una nuova algebra, abbandonando il postulato della legge commutativa del prodotto: il significato profondo è proprio in questo, la “libertà” di cui gode la matematica nella costruzione di algebre non necessariamente soggette alle cosiddette “leggi fondamentali”.
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