Il sistema di numerazione indo-arabico

Nell’opera Aryabhatiya scritta nel 499 dal matematico indiano Aryabhata  si fa esplicito uso della numerazione posizionale decimale. Egli, infatti, scrive :“da una posizione all’altra ciascuna è dieci volte la precedente”, espressione che non lascia dubbi circa la chiarezza dell’applicazione del principio posizionale.
Lo sviluppo della notazione numerica ha seguito il passaggio dal sistema ripetitivo fino al sistema posizionale, passaggio avvenuto dopo aver scoperto che le cifre indicanti le prime nove unità possono servire anche come cifre per i corrispondenti multipli di dieci e di qualsiasi potenza di dieci. Da documenti a noi pervenuti sembra che tale cambiamento sia avvenuto in India, ma incerta è la fonte di ispirazione di questo passaggio.
Notiamo, tuttavia, che il riferimento a nove cifre, anziché a dieci, implica che gli indiani evidentemente non avevano ancora “conoscenza” dello zero.
In alcune opere arabe, come in quelle di Abu’l-Wafa (940-998), si usa la notazione numerica indiana, che aveva raggiunto l’Arabia attraverso l’opera astronomica “Sindhind”. Però con l’uso di questa notazione furono introdotte anche molte varianti nelle forme delle cifre usate. Ma, d’altra parte, sono i principi all’interno del sistema di numerazione che sono importanti e non le forme specifiche che possono assumere le cifre.
Quelle cifre che noi attualmente usiamo sono conosciute come “cifre arabiche” e non perché esse somiglino nella forma a quelle che effettivamente gli arabi usavano, ma perché i principi dei due sistemi, l’arabo e il nostro, sono gli stessi, anche se la forma di qualche cifra, come ad esempio l’uno ed il nove, è molto simile. Comunque poiché i principi tanto proclamati provengono presumibilmente dall’India, è meglio dare al nostro sistema numerico in nome di sistema indo-arabo.

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