Le figure più eminenti della prima metà del ‘600 sono state senza
dubbio René Descartes
(Cartesio,
1596-1650) e
Pierre de Fermat (1601-1665).
Nel celebre trattato
“Discorso sul metodo per ragionare bene e cercare la verità nelle
scienze” (1637), Cartesio annunciava il suo “programma” di ricerca filosofica: attraverso il
dubbio sistematico si possono raggiungere le idee chiare e distinte da cui è
possibile dedurre moltissime conclusioni valide. Applicando detto metodo alla
scienza, si ottiene un universo costituito da materia in continuo movimento, e
tale che ogni fenomeno può essere spiegato tramite le leggi della meccanica.
Dal punto di vista
matematico, fondamentale fu per Cartesio il lungo e freddo inverno del 1619
trascorso a seguito dell’esercito bavarese: il matematico era solito rimanere
a letto fino a metà mattinata per risolvere o formulare problemi matematici.
Proprio in questo lasso di tempo Cartesio scopre la formula per i poliedri (oggi
detta formula di Eulero), secondo cui la somma dei vertici e delle facce
di un poliedro convesso è uguale al numero degli spigoli aumentato di 2. E, in
una lettera del 1628 indirizzata ad un amico, vi è la regola per la costruzione
delle radici di una qualsiasi equazione di terzo o quarto grado tramite
l’equazione della parabola.
Non
è noto se nel 1628 Cartesio avesse già elaborato in modo completo la sua
geometria analitica, ma sicuramente lo fece poco più tardi. Infatti nel
trattato La géométrie (una delle tre appendici al Discorso) sono
contenuti tutti i principi della geometria analitica, anche se, è da precisare,
la geometria cartesiana aveva come intento una “costruzione geometrica” (le
prime righe del La géométrie sono: “Tutti i problemi della
geometria si possono facilmente ridurre a tali termini, che in seguito per
costruirli basta conoscere la lunghezza di alcune rette”) e non il
ricondurre la geometria all’algebra.
Comunque Cartesio usava sistematicamente l’algebra simbolica e sviluppava la
sua interpretazione geometrica dell’algebra, cosicché possiamo dire che egli
da un lato voleva “liberare” la geometria dal ricorso a figure (tramite i
procedimenti dell’algebra), e dall’altro dare un significato alle operazioni
algebriche mediante un’interpretazione geometrica. Allora il procedimento
seguito da Cartesio lo possiamo così sintetizzare: si parte da un problema
geometrico, lo si traduce in linguaggio algebrico (equazione) e, dopo avere
opportunamente semplificato l’equazione ad esso associata, si risolve tale
equazione geometricamente. Questo è il metodo che Cartesio seguì nello studio
del problema di Pappo del luogo geometrico relativo a tre o più rette, studio
da cui nacque la classificazione dei problemi geometrici determinati.
Inoltre è da sottolineare che nell’opera più volte citata non si fa uso
sistematico di coordinate ortogonali, ma si usano, indifferentemente, anche
coordinate oblique; non troviamo alcuna formula per la distanza o per l’angolo
formato da due rette, come non troviamo il grafico di alcuna curva “nuova”
tracciato a partire dall’equazione. Delle coordinate negative Cartesio
conosceva soltanto che erano orientate in senso inverso rispetto a quelle
positive e il principio fondamentale della geometria analitica (quello
secondo cui le equazioni indeterminate in due incognite corrispondono a luoghi
geometrici) compare soltanto nel secondo libro.
Ciò nulla toglie all’importanza ed alla grandezza di questo meraviglioso
trattato, ma serve a far comprendere la diversità “storica” dei modi di
ragionare e di intendere la matematica.
Nel 1636, possiamo dire contemporaneamente alla pubblicazione del “Discorso”
di Cartesio, Fermat, ricostruendo i
“Luoghi piani” di Apollonio alla luce di quanto contenuto nella
“Collezione matematica” di Pappo, scopre il già citato principio
fondamentale della geometria analitica. Anche in questo caso il principio non
nasceva da considerazioni pratiche, ma dall’applicazione dell’algebra a
problemi della geometria antica.
Però per Fermat, a differenza di Cartesio, era importante abbozzare soluzioni
di equazioni indeterminate invece che di equazioni determinate ed inoltre
nel suo breve trattato “Ad locos planos et solidos isagoge” , invece
di partire come il suo contemporaneo da tre o più rette una delle quali scelta
come asse delle ascisse , Fermat parte dall’equazione lineare e sceglie un
sistema di coordinate arbitrario nel quale rappresentarla.
Fermat inizia con il rappresentare graficamente l’equazione “D in A aequetur
B in E” (Dx=By) che, naturalmente, rappresenta una semiretta uscente
dall’origine (non si usano coordinate negative), per poi passare,
successivamente, all’equazione ax+by=c2
, all’equazione xy=k2 (che mostra essere una iperbole),
all’equazione a2
x2 = by (che
mostra esser una parabola), all’equazione x2+y2+2ax+2by = c2
(che mostra essere una circonferenza), all’equazione
a2+x2=ky2 (che mostra essere
un’iperbole) e all’equazione a2-x2=ky2
(che mostra essere un’ellisse).
Notiamo che la geometria analitica di Fermat è
più vicina alla nostra perché le coordinate usate erano ortogonali.