Dalla caduta del muro di Berlino trent’anni di storia, matematica e scuola

Il 9 novembre 1989 l’avvenimento salutato come l’inizio della nuova narrazione storica, pur essa già finita.

Matematica e Storia

Matematica e storia sembrano collocarsi ai poli opposti della mappa delle conoscenze umane. L’una è una scienza astratta fortemente deduttiva. L’altra è una disciplina puramente descrittiva. L’una appare eminentemente esatta e quantitativa, l’altra qualitativa e largamente inesatta.

La matematica è la disciplina che si fa con carta e matita, dove si legge di meno. La storia quella che enfatizza l’attività di lettura, dove leggere è fondamentale. La storia è ricca di nomi e di date; legata alla nascita e alla morte o fine di un personaggio o un periodo. Riferita a luoghi geografici, a nazioni e città, a monumenti. Ricca di citazioni, di documenti, di fonti cui attingere. Fortemente incompleta nei particolari, nei piccoli intervalli, temporali e geografici, spinge e dà l’idea della “varietà fogliettata” dunque, dell’approfondimento, della lettura diretta o indiretta, della ricerca di ulteriori elementi. Nulla di tutto questo in matematica, disciplina presentata in una forma a-storica, a-temporale, pretenziosamente completa e connessa al suo interno. Precisa nei particolari, non presenta salti, dà solo l’idea di uno sviluppo unidirezionale, accrescitivo, che avviene trasformandosi, ma senza perdite.

Un processo di accumulo di risultati che occorre continuamente ri-vedere, ri-mescolare, ri-assemblare per essere, almeno in parte, gestibile, dominabile. Un processo costante diretto a soddisfare bisogni intimi, intellettuali e vitali. Dunque: ci sarà un ultimo risultato? A cosa o dove tende la matematica?

La fine della Storia

E qui, in tanta diversità, si pone forse l’integrazione più feconda. Francis Fukujama, storico-politologo, salutò la caduta del muro di Berlino nel 1989, or sono trent’anni, come la fine della Storia. Egli delineò [La fine della Storia e l’ultimo uomo, Rizzoli,1992] una teoria della storia con gli stessi caratteri della matematica, come a voler dar ragione a Novalis quando asseriva che ogni disciplina storica tende a divenir matematica. Una storia dominata, come la matematica, dall’essere: universale, cumulativa, direzionale.

Il carattere universale della storia è la storia vista globalmente come processo, come storia delle civiltà di tutti i popoli e le idee.

La storia cumulativa è la storia che fa tesoro delle sue esperienze e che non dovrebbe ripercorrere gli errori del passato.

Il successo della democrazia

La storia direzionale, infine, è assegnare al processo evolutivo una meta.  Dove tende? Quale è il fine della Storia?

Francis Fukujama asserì che la fine della storia coincideva con l’avvenuto raggiungimento della grande meta: l’instaurarsi, in ogni parte del mondo, del regime di democrazia liberale.

Se la storia ha raggiunto il suo scopo, si disse allora, quale resta quello degli esseri viventi che la storia la fanno e la scrivono? Ecco il compito: educare alla democrazia, a saperla vivere e a saperne fruire. Un compito cioè squisitamente formativo, di insegnamento. L’istruzione e la scuola divengono elementi centrali del nuovo corso.

Parallelamente anche il mondo scientifico aveva prodotto idee analoghe. Valga per tutti l’esempio di Stephen Hawking, il fisico e cosmologo inglese scomparso lo scorso anno, il 14 marzo del 2018, il quale aveva già anticipato che La fine della Fisica non avrebbe tardato a manifestarsi. Sarebbe stata sancita dalla scoperta delle equazioni della G.T.U., la Grande Teoria Unificata dell’Universo, le equazioni che avrebbero spiegato ogni sorta di fenomeni e di problemi. La conclusione del libro di Hawking Dal big bang ai buchi neri (Rizzoli, 1988), uno dei più grossi successi editoriali degli ultimi tempi, è un invito a curare l’attività di insegnamento : “ Se però perverremo a scoprire una teoria completa, essa dovrebbe essere col tempo comprensibile a tutti nei suoi principi generali, e non solo a pochi scienziati. Noi tutti – filosofi, scienziati e gente comune – dovremmo allora essere in grado di partecipare alla discussione del problema del perché noi e l’universo esistiamo.” Il mondo come una raffaelliana e universale Scuola di Atene.

Il clima post muro di Berlino

Che convergenza! Fisica e Storia protese a celebrare, con l’arrivo al traguardo, la fine dell’avventura umana: tutto è spiegato, si sa cosa dover fare per muoversi nel futuro!

Mancanza di umiltà? In parte sì. Sarebbe stato sufficiente guardare alla matematica che già da un cinquantennio aveva dimostrato, con i teoremi di incompletezza di Gödel, che non ci potrà essere né una fine, né un ultimo risultato. Ci sarà sempre un’altra tappa da raggiungere.

Ma, per altra parte, in quell’inneggiare alla “fine” c’era lo slancio a dare sfogo al bisogno, che è connaturato alle finalità della fisica e della storia, di affermare i propri risultati assegnando loro l’etichetta di conquiste conclusive: abbiamo trovato la particella di Dio, la regola della storia, sappiamo tutto della vita nel mondo, ciò che è stato, è e sarà!

Visioni, dunque, che hanno generato, post muro di Berlino, un clima di euforia, di energia intellettuale fatta di certezze e sicurezza sul futuro. Un clima che ha investito tutto e globalizzato tutto, anche le grandi riforme scolastiche.

Quale è il bilancio?

Dopo trent’anni si avverte che la fine della storia non c’è stata. Ci si accorge di aver solo percorso un altro pezzo di strada, pur esso oramai quasi finito.

Dove andiamo? “Nel 1938 – ha scritto lo storico Yuval Noah Harari – gli esseri umani potevano scegliere tra tre narrazioni globali, nel 1968 le opzioni si erano ridotte a due, nel 1998 sembrava prevalere una singola narrazione; nel 2018 non ne è rimasta alcuna”.

Non ci sarebbero dunque narrazioni storiche cui aggrapparsi: quella fascista-nazista, quella comunista e quella della democrazia liberale e del libero mercato, appaiono tutte, anche ideologicamente, tramontate. La differenza con trent’anni fa è notevole: alla sicurezza è subentrata l’insicurezza, alle certezze e all’ottimismo, l’indecisione, il disorientamento e l’incomprensione.

La fisica non ha trovato la sua GTU e la storia si ripresenta nel suo procedere a zig-zag, a ri-equilibrare laddove si è ecceduto, a ri-costruire e a ricercare al suo interno quei caratteri che ancora si conservano inalterati, per riprenderli, rafforzarli, prolungarne la narrazione. Caratteri che sono gli invarianti da opporre come antidoti al vivere un mondo in cui il cambiamento appare la sola costante.  La via d’uscita, cioè, per non ridurre tutto all’ossimoro cambiamento/costante. Né far  morire la fiducia nel genere umano, nel suo potere  di costruire e orientare il futuro, di fare la sua Storia!

La ricerca degli invarianti

C’è dunque qualcosa che va oltre il cambiamento, qualcosa che mantiene i suoi caratteri nel tempo. La matematica nella sua dimensione a-storica e a-temporale è in questo regina: la regina dell’invarianza. Ciò che sempre è e che non nasce e non perisce. L’aveva già riconosciuto Platone.

La matematica è dunque di nuovo a fianco del pensiero storico nel suggerire la strategia adatta. Ritrovare gli invarianti sui quali innestare il prolungamento della narrazione storica. Gli invarianti ai quali radicare la comprensione dell’essere persone, umani in un futuro disumanizzato da macchine e algoritmi.

Ecco allora i grandi temi della bellezza, della gentilezza, della cortesia, del carattere, della resilienza, del senso della vita. In definitiva, dei comportamenti umani che, soprattutto dal punto di vista educativo, diventano prevalenti rispetto alle competenze, ancora da comprendere chiaramente e definire.

I sistemi scolastici e l’educazione

Il caso della scuola rimane dunque emblematico. Post muro di Berlino il modello d’istruzione globale che ha dominato è stato basato sulla competitività e sull’acquisizione da parte dei cittadini di conoscenze, capacità e atteggiamenti necessari per il successo civico ritenuto imprescindibile dallo sviluppo dell’economia fondato sulla conoscenza.

Si è proceduto a riformare secondo le necessità individuate soprattutto nella produttività del lavoro, nella promozione dello sviluppo e della crescita economica.

Gradualmente però l’esperienza in molti Paesi ha indicato che il legame istruzione-economia presenta grosse falle, che la competitività ha allargato la forbice delle disuguaglianze e che la crescita culturale e la stessa ricerca scientifica hanno bisogno di altre cose.

La realtà italiana

Da noi, in Italia, ci accorgiamo che autonomia, riordino dei cicli e riforme globali, come la legge 107/2015, hanno sofferto di una esagerata e ingombrante inflazione normativa di per sé portatrice di elevata incoerenza interna. Che, ancora, si è ecceduto:

  1. nell’indebolimento dell’amministrazione dello Stato come depositaria della conoscenza e del controllo del sistema e del suo funzionamento;
  2. nella distruzione del corpo ispettivo, anche come rappresentatività della più elevata professionalità docente;
  3. nella politica dei dirigenti scolastici, ovvero della prevaricazione della gestione formale e economica, sulle finalità educative. In effetti, una rottura della trama vitale del vivere la scuola e una profonda lacerazione tra l’ambito delle scelte didattiche e valutative, rimaste affidate ad un residuo di democrazia partecipativa e collegiale (consigli di classe, collegio dei docenti) e l’area delle decisioni di gestione e di rendicontazione, asservite alla logica del managerismo e degli staff direttivi.
  4. nel disordine dei Riordini dei cicli scolastici e nella svalutazione di ciò che dà la scuola rispetto ad altri selettori, università comprese, del merito;
  5. nelle invenzioni di percorsi abilitanti quali  SSIS, TFA, FIT, PAS, 24 CFU che hanno svilito e impoverito la figura e la professionalità del docente;
  6. nella proliferazione degli interessi degli enti e agenzie esterne, non ultimo l’Invalsi, l’imprenditoria, l’economia, il sindacato. Paradossalmente alla centralità dell’alunno e della filosofia dell’educazione si è sostituita la centralità delle figure di sistema e la filosofia dell’economia aziendale.

Tante contraddizioni hanno reso il sistema scolastico a-centrato, instabile, incoerente, disunito, pervaso da disparità, contrapposizioni, attriti e, sembra strano, per lo più sconosciuto in tutto quello che avviene nelle aule.

Pensare il futuro

Occorre riequilibrare: legiferare di meno e conoscere meglio, al di là delle statistiche numeriche, la realtà degli ambienti scolastici e delle persone che vi lavorano. Occorre arginare la sfrenata moda delle novità “social” di chi procede senza storia perchè non la conosce. E la scuola è soprattutto una storia.

Occorre frenare la proliferazione degli insegnamenti, sia anche l’educazione civica, e puntare alla scuola, alla singola istituzione scolastica, come modello di comportamenti, ambiente di “teste ben fatte” educate e educanti a vivere, per quanto possibile, la complessità, la rapidità, l’inaspettato che i giorni del XXI secolo continuamente presentano.

Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”: la massima di Jean-Jacques Rousseau [ si trova nel suo Emile ou de l’Education del 1762] riprende il suo ruolo di invariante che il filo della Storia e quello della Matematica, che sono saperi oltre le discipline, non hanno mai reciso e affidano alla collegialità delle comunità educative per continuarne la narrazione.

Post muro di Berlino la scuola resta ancora centrale a ritrovare il suo equilibrio e la sua funzione.

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