Esami di Stato: equità e interdisciplinarità.

“Ragazzi, la matematica ve la chiederò al di fuori del percorso interdisciplinare”

Sulla tanto decantata equità dell’Esame di Stato

Riflessioni semiserie di Biagio Scognamiglio

This joking  but not too much talk concerns the final examination of upper secondary studies

  Esame di Stato conclusivo dei corsi di studio secondario superiore, già Esame di Maturità. Il candidato estrae a sorte un argomento. Dovrà trattarlo interdisciplinarmente. Lui è solo di fronte alla Commissione, i cui membri sono esperti ciascuno nelle proprie discipline. È una situazione equa? Può accadere ed è infatti accaduto che il Presidente o altro membro si rivolga sorridente  al malcapitato con questo affettuoso incoraggiamento: “Ti è toccato in sorte l’argomento più difficile”. Quindi ci sono argomenti più facili, che sono toccati e toccheranno in sorte ad altri candidati. Non siamo di fronte a una disparità di trattamento?  L’allievo che si sia cimentato con l’argomento più impegnativo sarà infatti valutato con lo stesso metro di giudizio rispetto agli altri allievi e ciò proprio in base al principio di equità. Principio che non sembra particolarmente caro alla dea bendata.

Interdisciplinarmente, abbiamo detto (lasciamo da parte il dibattito nominalistico sul pluridisciplinare e sul transdisciplinare). Ma siamo sicuri che non si tratti di una interdisciplinarità d’accatto? Volendo far entrare a forza tutte o quasi le discipline, ne viene facilmente fuori un pot-pourri o familiarmente pupurrì, uno zibaldone (sia detto con rispetto dello Zibaldone leopardiano), una mescolanza, un miscuglio, un intruglio,  un’accozzaglia, una macedonia non di frutta ma di materie … Non è vero forse che tanti studenti si scervellano sul come far andare a braccetto i più disparati argomenti, ficcandoci dentro a forza questo o quell’aggancio? Ho sentito dire che c’è stato chi ha ritenuto di poter collegare la resistenza elettrica alla Resistenza.

Pare che siamo così di fronte a un’iniquità nei confronti non tanto dei candidati, quanto di fronte alle discipline stesse. Anche perché ci sono professori più o meno severi  e questo, come ognun sa, anche se stenta ad ammetterlo,  è un ingrediente del trattamento diseguale, variabile come le previsioni del tempo a seconda della Commissione in cui ci si trova a sostenere la prova. Per non parlare poi delle preferenze che più o meno consciamente possono influenzare le valutazioni. Inutile ricordare che una valutazione ovvero misurazione oggettiva del profitto individuale è inevitabilmente lacunosa e precaria (cosa non ammessa da coloro che ignorano la letteratura più qualificata sull’argomento). Intanto i candidati e le famiglie si dolgono o si rallegrano a seconda della fama di terribilità o di comprensività di questo o quel docente. Si entra così nell’ordine di idee che tutto dipenda dal fato.

Scendendo nel merito delle interrogazioni, non possiamo sorvolare sull’esame in matematica.  È un fatto davvero curioso che sulla matematica, la più interdisciplinare  di tutte le materie, si sia interrogati sempre a parte! “Ragazzi, la matematica ve la chiederò al di fuori del percorso interdisciplinare”, ammonisce serioso il membro interno, se è di matematica, mentre se fosse esterno, poniamo il caso, non avviserebbe nemmeno. E qui vien fuori il ritardo culturale della scuola. Nonostante tanta epistemologia novecentesca, gli statuti disciplinari non sono stati ancora riformati. Le scienze umane restano estranee ai percorsi didattici. E quale seria  interdisciplinarità si pretende in assenza della ricostruzione del sapere dalle fondamenta, come i tempi richiedono? Non si sa se ridere o piangere di fronte alle questioni irrisolte dei contenuti e dei metodi.

Fatto sta, ritornando al candidato solo di fronte a tanti esperti, ciascuno versato specialisticamente nella propria disciplina, che non si comprende perché lui da solo sia tenuto a sapere a volo d’uccello tutto lo scibile. Ed è ora il momento di una digressione sulla follia. Infatti un ispettore del settore linguistico-espressivo, sottosettore materie letterarie, tutto incazzato (termine triviale, ma espressivo), esagitato, simile a un invasato, fremente, rosso in volto, pazzoide com’era, mi affrontò con una memorabile stronzata (altro sostantivo poco elegante, ma efficace, e poi è registrato nei vocabolari, così come incazzato), febbrilmente sfogandosi:

“Ma quale equità! Un ragazzo solo di fronte a un’intera Commissione deve sapere tutto quello che ciascun membro sa separatamente? Così non va. Il ragazzo  deve essere esaminato pariteticamente (ciò, come è ovvio, vale anche per la ragazza).  Più o meno come si fa all’Università. Solo che qui di fronte al ragazzo (o alla ragazza)  c’è una sola coppia di esaminatori. Lui ha preparato (o lei ha preparato) di testa sua un  tracciato di nuclei concettuali delle diverse discipline con gli opportuni collegamenti. Uno degli  esaminatori  deve essere capace di giudicarlo in tutte le discipline che chi completa gli studi superiori è tenuto a conoscere (quindi l’esaminatore stesso è tenuto a conoscerle tutte). E l’altro? È un docente di matematica, che ha il diritto e il dovere di pretendere innanzitutto che il soggetto da esaminare sappia spaziare nella storia della matematica a livello mondiale dalle origini ai giorni nostri e in prospettiva futura, sia in grado di risolvere problemi da quelli più semplici a quelli più complessi, si orienti con disinvoltura fra gli apporti della matematica soggiacenti a tutte le discipline, altrimenti come si può rendere il dovuto omaggio alla regina della natura, delle scienze e delle arti? Stiamo sempre a riformare gli esami! Per me tanto varrebbe abolirli. Ciò che importa è studiare indipendentemente dall’idea di dover essere esaminati. I problemi sono ben altri. Parliamo di discenti bene educati; e i maleducati? Le famiglie li coccolano, li proteggono, li supportano, anche quando sono sgarbati,  spavaldi, violenti. La prima educazione deve essere quella della famiglia. Ad essa compete l’etica, che deve essere alla base anche della politica. Alla scuola compete la cultura.  Il fenomeno delle baby gang è serio. Come vivranno costoro da adulti? C’è un degrado del Paese. Occorre ripristinare l’autorevolezza del docente.”

A dire il vero, queste elucubrazioni deliranti, ma non troppo, mi hanno indotto a rileggere l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam,  l’Histoire de la folie à l’âge classique di Michel Foucault, Asylums  di Erving Goffman, Lo specchio rimosso. Individuo, società, follia da Goffman a Basaglia  di Ruggero D’Alessandro … Che nella parola del folle ci sia qualcosa di vero? Ma no, io dico che quell’ispettore voleva sfottermi un po’.   Oppure no?

 

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