Il muro di Berlino e i muri dell’esistenza

La storia, per cambiare in meglio, deve tendere verso la matematica e i  mattoni che possono consentire un mondo unito come in Imagine di John Lennon,  sono i mattoni dell’educazione.

Una lezione di civiltà

Con  Dalla caduta del muro di Berlino trent’anni di storia, matematica e scuola Emilio Ambrisi ci ricorda lo storico evento del nove novembre di trent’anni fa.  Evidenzia le diversità fra storia e matematica, ma mette in rilievo anche la tesi del loro reciproco integrarsi. Tesi avanzata da un  Novalis in vena di oracoli come al solito: ogni disciplina storica tenderebbe a divenire matematica.

Vengono quindi  esaminate  la tesi di Francis Fukujama dell’avvenuta fine della storia  e la tesi di Stephen Hawking della prossima fine della fisica. A tali visioni si contrappone la prospettiva non della fine, ma del fine delle discipline. Quel fine che esse dovrebbero perseguire sul piano educativo. Ciò nella speranza che i comportamenti umani vadano a  contrapporsi a un futuro disumanizzato.

Disumano sarebbe un futuro in cui dovessero prevalere le competenze orientate alla competitività, come vorrebbe chi subordina l’educazione all’economia. Umano potrà essere invece  un futuro in cui ci siano “teste ben fatte”  con i “saperi necessari” indicati da  Edgar Morin. E fra i saperi necessari matematica e storia devono avere la loro giusta collocazione.

È in gioco il destino dell’umana esistenza.

Il senso esistenziale del muro

Lo storico evento ha dato ad Ambrisi lo spunto per suggerire il valore simbolico della caduta del muro. Caduta  che assurge a immagine di una condizione esistenziale. Prima di edificarli materialmente, i muri li vanno costruendo gli esseri umani nel loro intimo.

Questa tematica ha avuto spazio nella letteratura di ogni tempo e paese. Basti pensare a Dante. Nel  ventisettesimo canto del Purgatorio la parola   “muro” indica la barriera psicologica fra il suo io e l’ascesa verso Beatrice.   Nello scenario poetico il muro è una barriera di fuoco. Dante, sebbene esortato e incoraggiato,  si mostra  riluttante ad attraversarla. È come incapace di passare dal timor alla audacia e alla fortitudo. Per tale esitazione si  merita di essere rimproverato da Virgilio:

Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: “Or vedi, figlio:
tra Beatrice e te è questo muro”.

Il rimprovero desta in  Dante il “buon  ardire”. Il viandante dell’aldilà  s’inoltra fra le fiamme. Ne sopporta l’ardore, mentre una voce, cantando, lo guida ad avvicinarsi a Dio.

Nel Leopardi avventuroso dell’idillio L’infinito la barriera è la siepe. La prospettiva teologica è assente. Al di là della siepe il pensiero umano “s’annega” e dolce è il naufragio nel mare dell’immensità.

Montale negli Ossi di seppia evoca l’immagine dell’ostacolo con “muro”, “muretto”, “muraglia”. In Non chiederci la  parola  il poeta invidia l’uomo sicuro della propria identità e del suo positivo rapporto con gli altri, l’uomo che “l’ombra sua non cura che la canicola –  stampa sopra uno scalcinato muro!”.  In Gloria del disteso mezzogiorno “l’ora più bella è al di là del muretto – che rinchiude in un occaso scialbato”. In Meriggiare pallido e assorto la vita è condanna al travaglio di “seguitare una muraglia – che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.  Ogni speranza sfugge all’io che  si circonda di filo spinato da se stesso.

È ormai l’epoca dell’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre. Una sua raccolta di racconti s’intitola per l’appunto Il muro. Il titolo è lo stesso del primo racconto, che narra la vicenda di un condannato in attesa dell’esecuzione. Nell’attesa il prigioniero è racchiuso nella sua morte interiore. Resta segregato  in se stesso più strettamente che dalle mura del carcere.

Il muro come emblema di incomunicabilità

Perché la storia tende ancora  a divergere dalla razionalità matematica?

Per tentare di rispondere, è bene affidarsi alla scienze umane. Addentriamoci nello studio dei rapporti interpersonali secondo le loro prospettive. Teniamo presenti l’antropoanalisi esistenziale dello psichiatra Ludwig Binswanger, direttore del Bellevue Sanatorium di Kreuzlingen, e la pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D, Jakckson, ricercatori del Mental Research Institute di Paolo Alto, California.  

  Secondo la Daseinsanalyse binswangeriana l’esistenza mancata si estrinseca nell’incapacità di trascendersi verso l’altro. L’esistenza autentica dell’io si realizza nel noi. Un noi che tende all’amicizia e all’amore.

  Secondo la pragmatica della comunicazione umana non si possono comprendere le psicopatologie se non nelle interazioni fra individui. Nessun intervento terapeutico può essere programmato senza un’analisi degli scambi comunicativi. Analisi da effettuare alla luce delle moderne teorie dell’informazione, non esclusa l’analisi matematica dei processi cerebrali.

  Il ritrarsi dall’altro è  un rifugiarsi dal mondo. L’escludere l’altro è un ostracizzare l’estraneo. Nel primo caso l’io si contrae in se stesso dietro un muro interiore, per proteggersi da ogni oscura minaccia.  Nel secondo caso l’io confina l’altro al di là del muro interiore, per impedirgli  di avvicinarsi.

  In entrambi i casi è dato ravvisare segnali di aspetti patologici. Aspetti che affiorano purtroppo anche in certi processi definiti educativi. Soprattutto qui nelle relazioni interpersonali si dovrebbero costruire non muri, ma ponti. Perciò dovrebbe essere accordata priorità a un’analisi fenomenologica dei processi di reciproca incomprensione. Invece ogni sondaggio di non meglio definite competenze mediante test è un muro rispetto ai contesti.

 I muri che dividono i popoli

Aggressività, intolleranza, astio, rancore, odio, sopraffazione contraddistinguono il plautino lupus est homo homini,  divenuto l’hobbesiano homo homini lupus nel bellum omnium contra omnes.

Finora la storia non  registra alcun superamento della distruttività umana anatomizzata da Erich Fromm. Il frammentarsi dell’umanità si manifesta nell’armarsi degli uni contro gli altri. Assistiamo alla costruzione di muri, barriere, frontiere, trincee, recinzioni, carceri, ghetti. Si creano baluardi per difendersi da assalti, migrazioni, occupazioni territoriali. Si  perpetuano separazioni forzate  fra popoli e all’interno di popoli. Vengono in mente le lunghe mura ateniesi, il vallo adrianeo, la grande muraglia cinese, il muro israeliano del pianto, i muri irlandesi che separano cattolici e protestanti, il muro messicano, quest’ultimo voluto dall’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, e così via.

Nel caso di Berlino il muro era costruito all’interno della città stessa. Solo il nove novembre di trent’anni fa esso fu abbattuto, o meglio, ne cominciò l’abbattimento. Precisa infatti Leonardo Coen che “in realtà, per distruggere il Muro ci sarebbero voluti mesi – di una frontiera non soltanto fisica ma soprattutto ideologica, democrazia versus regime, libertà contro dittatura” (Muro di Berlino, quando chiesi a Pertini cos’avesse visto dall’altra parte  e lui mi rispose sgomento, Il fatto quotidiano, 9.11.2019).

Il Presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy aveva auspicato l’evento con  un memorabile discorso, di cui si riportano alcuni passi:

“Two thousand years ago, the proudest boast was “civis Romanus sum.” Today, in the world of freedom, the proudest boast is “Ich bin ein Berliner.” Freedom has many difficulties and democracy is not perfect. But we have never had to put a wall up to keep our people in — to prevent them from leaving us. Freedom is indivisible, and when one man is enslaved, all are not free. When all are free, then we look — can look forward to that day when this city will be joined as one and this country and this great Continent of Europe in a peaceful and hopeful globe. When that day finally comes, as it will, the people of West Berlin can take sober satisfaction in the fact that they were in the front lines for almost two decades. All free men, wherever they may live, are citizens of Berlin.”

Nel segno della speranza

Mario Luzi nella raccolta poetica Nel magma intende il muro non come ostacolo, ma come realtà da costruire:

“Anche tu sei nel gioco,

anche tu porti pietre

rubate alle rovine

verso i muri dell’edificio”

  Oggi anche la musica leggera ci ricorda che ciascuno di noi è nel gioco. Un album musicale dei Pink Floyd è  intitolato significativamente The Wall. La canzone omonima mette in luce la difficoltà di superare i muri che impediscono una costruttiva comunicazione interpersonale. Infatti  c’è sempre il rischio di “andare a sbattere contro il muro di qualche matto”:

“All alone, or in twos,
The ones who really know you,
Walk up and down outside the wall.
Some hand in hand,
Some gather together in bands,
The bleeding hearts and artists,
Make their stand.
And when they’ve given you their all,
Some stagger and fall.
After all it’s not easy,
Banging your heart against some mad bugger’s wall.”

  Sul sito repubblica.it si può leggere un’intervista di Enrico Franceschini a Roger Waters. Alla domanda su quanti muri dividano ancora il mondo il cantautore risponde:

“Tanti. Il muro tra il nord e il sud del pianeta. Tra i ricchi e i poveri. Tra chi perseguita e chi soffre. E anche tra chi ha le chiavi del progresso, dell’informazione, e chi è condannato a vivere nell’ignoranza, nel buio. Non so come o quando li abbatteremo, ma almeno proviamoci, anche solo con una canzone se necessario”.

Novalis all’inizio ci era sembrato oscuro come un oracolo delfico. Però forse il veggente ha ragione: la storia, per cambiare in meglio, deve tendere verso la matematica, nel senso che deve tendere verso un rigoroso abito razionale. Un abito razionale eticamente orientato, s’intende. Viene in mente l’Ethica more geometrico demonstrata di Baruch Spinoza. Ci sono  mattoni da collocare secondo una calcolata disposizione geometrica. Mattoni che possono consentire di edificare una casa comune come in Imagine di John Lennon. Sono i mattoni dell’educazione.

 

 

Lascia un commento

Caricando...