Il rito della presentazione dei risultati delle prove Invalsi si ripete.

In questo caso però “repetita non iuvant”-  Una fotografia della scuola italiana scattata da un fotografo che manca di competenza, non  sa fare il suo mestiere e neppure ha capito in cosa esso consista: chi si metterebbe in posa?

Risultati immagini per ritoUna fotografia che, oltre a inquadrare scontati  squilibri di rendimento scolastico tra Nord, Centro, Sud e Isole non sa fare altro che riprendere, malamente, antichi scorci di studenti italiani affetti da “analfabetismo matematico” e da “difficoltà di interpretazione linguistica”. Era il 9 dicembre del 1973 quando queste frasi risuonarono nella sala centrale del CNR a Roma, nel presentare i risultati dell’indagine IEA. Il Ministro allora in carica, Franco Maria Malfatti, esclamò che quei risultati rappresentavano un elettroshock per il sistema scolastico italiano e per la politica italiana (un resoconto completo in Annali della P.I. – Quaderno 5, 1977).

Tempo, soldi, mezzi, profusi con prodigalità, non sono serviti a niente. L’Invalsi continua a emettere sentenze sempre uguali nel segno di una competenza che pedagogicamente non gli compete, ma rivelando a livello comunicativo grande padronanza delle tecniche di costruzione della falsa scientificità .

E diffonde con stravagante sicumera risultati che sono solo il frutto di rilevazioni intenzionalmente dirette a esercitare una funzione intesa come gestione dell’apprendimento  (con tutti i risvolti teorici e pratici di “bottega dell’istruzione” che ciò comporta), per appagare chi di scuola non ne sa niente e vuole parlarne citando dati di cui non conosce e non conoscerà mai il senso. Effetto della “signorìa dei numeri”!

Ad oggi, l’Invalsi ha millantato tante cose, senza alcun risultato migliorativo. Tempo fa si è parlato di rivederne status e funzioni; ma il discorso è caduto. Perché? Silenziato per obliterarlo? Siamo forse  nell’habitat di certe specie protette? Vorremmo non crederlo. Eppure oggi non c’è alcuna ragione che ne giustifichi la sopravvivenza come istituto autonomo atteso che le scuole non “dipendono” più dal Ministero ma sono autonome. E per quanto riguarda i “numeri” basterebbe guardare i rapporti della Direzione Generale per i sistemi informativi e la statistica del MIUR che si fondano sui dati forniti dalle scuole: è una stupidità non farlo e un modo per sminuire ancora di più le scuole e alimentare le deviazioni.

Però che cosa sia l’Invalsi lo si può ricavare dall’intervista stessa che la Presidente dell’Ente, orgogliosamente avversa ad ogni critica, ha rilasciato ad orizzontescuola.it: una collezione di legami slegati fra enunciati criptici come un remake del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Josef Johann Wittgenstein, ma senza paragonabile logica filosofica. Può darsi che così si voglia avviare una caccia al significato occulto in una riedizione di antichi riti misterici.  In siffatta guisa l’Invalsi (dai tempi dei suoi Presidenti importati da Bankitalia) porta il Paese a parlare, ad esempio,  di analfabetismo matematico, senza che possiamo essere davvero  sicuri delle competenze analfabetiche di tale supremo Ente.

“Sapere le cose serve,  ma non è più necessario saperle proprio tutte”, afferma la Presidente. Ma quand’è che è stato necessario saperle proprio tutte?  E quali sono le cose da sapere o non sapere? L’Invalsi ne ha gli elenchi?  Ella prosegue imperterrita: “L’importante è avere le competenze fondamentali, che in ogni disciplina sono relativamente poche. Quelle devono essere acquisite per bene”. Lei sa quali sono quelle per la Matematica e per l’Italiano? Stando a capo dell’Invalsi, ha contribuito a precisarle nei suoi anni? Si è prodigata per far capire che quei traguardi che i ragazzi devono raggiungere, anche per quanto riguarda le competenze, sono stabiliti dalle Indicazioni Nazionali e dalle Linee Guida del MIUR? Gli addetti Invalsi le conoscono?

Dalla  Presidenza non poteva non provenire il divertimento di un calembour:

“Non si insegna per competenze, ma per far diventare competenti, che è tutta un’altra cosa” e “una competenza non è qualcosa che si insegna, ma un modo di insegnare che permette agli studenti di diventare competenti”.

Magnifica questa definizione di “competenza” come “modo di insegnare” offerta dalla nuova Sibilla! Perché l’Invalsi non chiarisce invece con intellettuale trasparenza quali competenze persegua e perché continui a propinare prove (che peraltro tiene nascoste, secretate) che sembrano mirare soltanto a meravigliare, sconcertare,  disorientare?

Mistero della fede!

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