La ricerca del buono nel test Invalsi

Il ritorno della Buona Scuola (che il M5S voleva cancellare) e la campagna di stampa il buono del test Invalsi.

Su “la Repubblica” del 26 novembre 2019 un taglio basso di Maria Pia Veladiano in prima pagina con rimando a pagina interna  è sormontato da questo titolo, che vuol essere mellifluo e accattivante:

“Miei cari studenti – prendete il buono – del test Invalsi”.

All’interno, fra i commenti,  il titolo dell’articolo viene ripreso con una variazione che ribadisce l’apprezzamento: “Scuola, il buono di un test”.

La campagna di stampa è cominciata. Tutto è buono nella  “Buona Scuola”.

Secondo il rapporto Invalsi 2019,  “pur trovandosi nella condizione di poter non fare le prove, gli studenti si sono coinvolti” in una percentuale di quasi il cento per cento. Per l’articolista si sarebbe trattato di una “assunzione di responsabilità”. A suo dire, la rilevazione fornirebbe “una quantità straordinaria di dati utili”, anzi “un piccolo tesoro di dati utili”, permettendo “di leggere i progressi (o i mancati progressi) nella acquisizione delle competenze linguistiche e matematiche”.

Ormai nell’immaginario giornalistico questo elogio dell’Invalsi è diventato un luogo comune.

Purtroppo, della asserita utilità delle rilevazioni non si vedono positive ricadute, nonostante il fatto che le prove standardizzate siano in vigore da un non breve lasso di tempo.  Non è dato rilevare alcun miglioramento del sistema scolastico dovuto alla cosiddetta misurazione di competenze.

Fatto sta che non è chiaro che cosa siano le competenze e che cosa significhi misurarle. Non c’è da meravigliarsene: il sistema dei test non possiede requisiti di scientificità.

Per definizione i risultati delle prove non sono falsificabili, il che  vuol dire non che corrispondano a verità, ma che in quanto autoreferenziali sono sottratti ad ogni verifica e smentita, quindi non scientifici.

Insomma l’Invalsi non è un istituto di scienze dell’educazione. Dire che non vuole esserlo e che altro è il suo compito vale a confermare che è antiscientifico. Eppure gli studenti sono esortati dai quotidiani a prendere “il buono” del test. Non viene in mente agli articolisti che rientrerebbe nella deontologia giornalistica informarsi sulla crisi della docimologia in campo internazionale, prima di cercare di accattivarsi quel mondo studentesco che evidentemente resta loro, come all’Invalsi, ignoto?

  Giornalisti, siate non conformisti: se c’è “il buono”, c’è anche “il cattivo” del test.

Informatevi su questo, invece di recitare devote giaculatorie alla “buona scuola”. E cercate di capire, se vi riesce poi di spiegarcelo, che cosa abbia voluto dire il ministro nel rivendicare di aver agito con responsabilità.

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