La necessità di una prova finale culturalmente valida.

Si ri-creino le condizioni per un sereno confronto tra i docenti (come ai tempi dell’Indagine Nazionale)

Nell’ambito del dibattito sulla seconda prova del liceo scientifico , si è discusso molto, nei media e nei social, sull’articolo “Matematica e fisica: matrimonio sbagliato” del fisico Vincenzo Barone, comparso su “Il Sole 24 ore” e sul commento della giornalista, laureata in Fisica, Gabriella Greison , su Repubblica
Il primo mette in discussione l’opportunità dell’insegnamento congiunto di matematica e fisica, abbinamento che trascura la differenza di metodo e di forma mentale che occorre tra gli insegnanti delle due discipline (citando le autorevoli parole di Eligio Perucca) .
La seconda evidenzia le criticità di un insegnamento della fisica che , nella preoccupazione di superare lo scoglio della prova finale, finisce col demotivare lo studente e non incentiva il piacere della scoperta e lo stupore di vedere come è fatto il mondo.

Come spesso accade, leggendo i due articoli si è portati ad assumere un atteggiamento intermedio tra la completa condivisione e il deciso dissenso.
Sostanzialmente dai due articoli emerge lo stesso timore che l’insegnante fallisca nel suo obiettivo primario di costruire una coscienza scientifica o perché non è in grado di trasmettere lo spirito e il metodo di una disciplina in cui non si è formato o perchè nell’ansia di esaurire tutti gli argomenti o nel parlare di campi, flusso e circuitazione, trascura la considerazione critica dei fondamenti teorici.
Secondo Baroni le riforme degli ultimi anni non hanno eliminato gli strascichi anacronistici di stampo gentiliano e, vede nel rifiuto di un insegnamento specialistico , un cedimento al diffuso dilettantismo intellettuale dei nostri giorni.
Nell’articolo della Greison non c’è posto, in effetti, per i riferimenti al passato, ma compare la citazione di un aforisma attribuito ad Einstein: “l’istruzione è ciò che rimane quando si è dimenticato tutto ciò che si era imparato a scuola”, troppo simile a una celebre frase di Gaetano Salvemini per non indurci a rileggere “Che cosa è la cultura” di G. Salvemini (1908) e a ripensare alla critica all’apprendimento nozionistico, al passaggio, da un insegnamento finalizzato alla trasmissione di poche conoscenze, a una scuola che potesse tener conto dell’ampliamento dei saperi, frutto del progresso scientifico-tecnologico di fine ‘800, una scuola attiva e pronta a formare coscienze critiche.

Anche ai giorni nostri il panorama del “Sapere” è cresciuto e si sono moltiplicate anche le fonti di informazione. Mai come oggi è necessario difendere la cultura dalle suggestioni delle nozioni facilmente e acriticamente reperibili .

La ricerca di un insegnamento interdisciplinare acquista oggigiorno questa finalità ; in particolare la sinergia tra matematica e fisica permette di ottimizzare i tempi oltre a sfruttare, specialmente nella risoluzione dei problemi, le abilità che ciascuna disciplina riesce a sviluppare in modo più efficace.
La scelta da parte del MIUR di una prova pluridisciplinare che lascia sostanzialmente separate le sezioni relative alle due discipline, è stata accolta favorevolmente da docenti in quanto permette di procrastinare una svolta fortemente innovativa, quale è una prova d’esame a carattere interdisciplinare. Una scelta contingente che permette ai docenti di riflettere sui Quadri di riferimento, pubblicati quando l’anno scolastico era già iniziato, e di avviare una sperimentazione didattica sugli stessi.
La prova d’esame ha invece deluso le aspettative, forse perché prolissa e in alcuni punti laboriosa nei calcoli o forse perchè affronta contenuti che gli studenti non hanno avuto il tempo di approfondire.
Non si può però scartare l’ipotesi che, fugata la preoccupazione iniziale, i docenti sentano la necessità di una prova finale culturalmente valida più che fortemente selettiva.
Strano però che sia sfuggita la valenza interdisciplinare del quesito 6 ; dal grafico dell’andamento della componente normale del campo magnetico dedurre il verso della corrente indotta in una spira.
E’ strano che il problema 2 sia stato visto come un problema sui condensatori o un’applicazione del formalismo della quarta equazione di Maxwell, senza cogliere l’invito a una riflessione sulla sintesi maxwelliana, sulla ricerca di simmetrie e analogie , sulla potenza di un formalismo che permette di fare previsioni su fenomeni non ancora sperimentati. La corrente di spostamento non è solo una grandezza la cui formula presenta le caratteristiche dimensionali di una corrente , è l’indizio di una proprietà da attribuire al vuoto , la capacità di far propagare le onde elettromagnetiche a una velocità che risulta essere una costante universale,

Penso che, ancora una volta, un’attenta lettura delle tracce e un sereno confronto tra i docenti (come ai tempi dell’Indagine nazionale) sia un buon punto di partenza per rispondere agli interrogativi posti inizialmente.

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