La voce Giornalismo del Dizionario Invalsi

Risultanze “invalsiche” di test confezionati in usum serenissimi Delphini?

La stampa quotidiana, rimbombante cassa di risonanza degli eventi, può produrre un effetto di straordinaria amplificazione dei risultati scolastici, positivi o negativi che siano, su un piano approssimativamente statistico. Il giornalismo predilige spesso titoli sensazionali sulla cosiddetta carenza di competenze negli studenti, in modo tale da épater le bourgeois. Come avviene ormai da più di un decennio, anche quest’anno l’Invalsi ha scodellato appetitose vivande per gli affamati di eclatanti ragguagli in materia e i giornalisti, salvo qualche rara avis, non hanno esitato a imbandirle a un pubblico facilmente influenzabile. Così hanno campeggiato sui principali quotidiani titoli entusiasti sulle magnifiche sorti e progressive delle scuole del Nord e titoli apocalittici sul tanto deprecato quanto presunto “analfabetismo di ritorno” delle scuole del Sud, alimentando una sorta di revival del secessionismo Nordisti-Sudisti.

Ecco però una nuova esplosione in risposta al bombardamento mediatico scatenatosi in seguito alla divulgazione delle risultanze invalsiche (aggettivo, questo, che sottoponiamo all’attenzione dell’Accademia della Crusca, oggi così aperta alle innovazioni linguistiche). Qual è stato il botto? Prendiamo in esame uno dei tanti articoli, quello intitolato redazionalmente su “la Repubblica” del 21 luglio c.a. “Boom di 100 e lode al Sud. Polemica sui voti della maturità”. Scrive Ilaria Venturi che “il risultato che ribalta quanto appena certificato dalle prove Invalsi sul sistema scolastico a due velocità fa rumore [ …] Il Sud di manica larga, il Nord rigoroso? Il dibattito si riapre”. Nel dibattito, riferisce Ilaria Venturi, interviene Paolo Mazzoli, Direttore dell’Invalsi, asserendo che gli studenti sudisti non sarebbero più preparati degli studenti nordisti (intervento che potrebbe ricordare a qualcuno la ciceroniana orazione Pro domo sua ad Pontifices). Quindi il Direttore citato, osserviamo noi, deterrebbe da solo la facoltà oracolare di smentire tutte le Commissioni operanti sul territorio nazionale.

Non è più verosimile che l’Invalsi abbia una funzione meramente autoreferenziale grazie a test confezionati in usum serenissimi Delphini? Fatto sta che tale istituto, volente o nolente, non contribuisce a riparare  crepe nell’edificio del Paese e ciò in un campo delicato qual è quello della pedagogia, sempre più sacrificata a tutto vantaggio di una discutibile forma di docimologia. Fatto sta che ci sarebbe bisogno di una seria verifica dell’attendibilità dei dati Invalsi a riscontro degli esiti attestati dalle Commissioni, dal momento che una tanto clamorosa divaricazione esige di essere spiegata alla luce della più accreditata letteratura scientifica sui problemi educativi. Fatto sta che è comunque accertato un dato fondamentale, ossia la mancanza di vita di relazione nelle prove asetticamente somministrate. In questa ottica noi pensiamo che non ci sia alcuna spaccatura studentesca nel Paese, ovvero che gli studenti sull’intero territorio nazionale siano più bravi o meno bravi tanto al Nord quanto al Sud. Solo che magari al Nord si impiega più tempo nell’esercitarsi su facsimili dei silenti  test Invalsi e al Sud ci si dedica un po’ di più  all’ascolto della cultura in viva voce.

Se poi volessimo verificare l’attendibilità dei giudizi delle Commissioni, visto che quella dei risultati Invalsi viene ritenuta sacralmente  insindacabile (se si eccettua qualche  timido tentativo di aggiustamento statistico),  ci sarebbe un modo molto semplice: affidare ad esperti al di sopra delle parti il compito di prendere in esame  campioni di compiti scritti di Italiano, Matematica, Inglese prodotti da studenti sia del Nord che del Sud (nonché del Centro di cui non si parla mai, perché altrimenti il pittoresco  stereotipo della spaccatura del sistema scolastico italiano verrebbe meno). E le prove orali? Basterebbe reclutare per concorso un congruo numero di Ispettori competenti per discipline e dislocarli strategicamente in occasione degli Esami di Stato lungo la penisola e sulle isole, incaricando ciascuno di assistere a un certo numero di  prove a guisa di κωφόν πρόσωπον e  relazionare in merito.

Una cosa è certa: docenti e studenti dovrebbero essere tutelati contro ogni battage sulla necessità di  misurare ciò che per sua intrinseca essenza è restio alla  misurazione. Le occasioni di apprendimento sono quelle della scuola militante. Sono occasioni che l’Invalsi non offre: di fronte all’errore (vero o presunto che sia) si limita a registrarlo. Bell’apporto educativo quello che “giudica e manda secondo ch’avvinghia”, investendo altri  del compito di rimediare a pretese lacune con l’insegnare non competenze,  ma ad essere competenti, secondo un divertente calembour presidenziale!

Senza questo divertimento, inteso nel duplice senso di sviamento e spasso, come farebbero i giornali a stupire con un fragoroso sensazionalismo?

 

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