Lo studio tra relax, stress e test

Chiediamoci: il sistema dei test risponde all’esigenza di provare distensione, gioire, entusiasmarsi, innamorarsi del sapere?

Sul sito unaparolaalgiorno.it la linguista e lessicografa Eleonora Mamusa delinea la storia di questo latinismo (da relaxare) alla base della forma verbale francese relaxer e della  forma verbale inglese  (to) relax con il connesso sostantivo relaxation, da cui nella lingua italiana l’anglicismo relax, che vanta diversi sinonimi. A noi qui interessa la  sua contrapposizione all’italiano stress in uno dei suoi specifici significati, quello che si riferisce a una condizione di estremo disagio psicofisico alle soglie della patologia.

A partire dall’antichità classica nella tradizione occidentale lo studio è stato associato ora allo stress, ora al relax. Presso i Romani il metodo del plagosus Orbilius, maestro  dalle famose sferzate ai discepoli rammentate da Quinto Orazio Flacco, era contraddetto dal significato etimologico di schola, termine derivato dal greco nel senso di distensione, gioco, relax.

Sul sito edscuola.eu Umberto Tenuta in Scuola, Scholè, Otium sottolinea la necessità di far concepire lo studio non come imposizione, ma come amore per il sapere, quell’amore evocato dall’insigne matematico Federigo Enriques come scintilla vitale che dall’animo del maestro passa ad accendere il fuoco nell’animo del discepolo: è l’erotica dell’insegnamento teorizzata da Massimo Recalcati.  Sul sito opinione.it Gabriele Sabetta in La “buona scuola” di Vittorino da Feltre rammenta opportunamente la Ca’ Zoiosa. Allo studio vengono così ad associarsi l’amore e la gioia.  Si va verso l’entusiasmo, come posseduti da un’energia interiore capace di sollevarsi oltre ogni limite umano, secondo quanto suggerisce etimologicamente il sostantivo greco ἐνϑουσιασμός dalla forma verbale ἐνϑουσιάζω: è l’est deus in nobis  cantato da Publio Ovidio Nasone.

Dispiace che nei Quaderni del carcere Antonio Gramsci si sia inserito nella tradizione dello stress: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.”

Dispiace che in Il mestiere di vivere Cesare Pavese definisca col termine gramsciano di mestiere la vita stessa e veda “qualunque amore” un misero denudarsi dell’essere inerme sull’orlo della morte: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità.”

Nemmeno Giacomo Leopardi era giunto a visioni così desolate come quelle di Antonio Gramsci e Cesare Pavese, salvandosi con la forza interiore della immaginazione, strettamente legata alla civiltà.

Siamo giunti così a  meditazioni su amore e morte. Possiamo tornare ora alla contrapposizione di relax a stress con maggiore consapevolezza. Chiediamoci se il sistema dei test risponda o meno all’esigenza di provare distensione, gioire, entusiasmarsi, innamorarsi del sapere. Potremmo negare che detto sistema distrugga l’empatia, ingenerando  un clima ansiogeno, una tensione psicofisica negativa,  uno stress antitetico al relax? Forse dovremmo restare perplessi nei confronti di chi invece i test li accetta.

Con ciò non vogliamo negare che lo studio richieda impegno. Deve trattarsi però di un impegno voluto liberamente e non imposto coercitivamente. Alla responsabilità si giunge partendo dall’entusiasmo e non viceversa.

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