Nell’archivio storico il Periodico del 1887.

Un altro tassello nella storia della didattica della matematica in Italia.

Il 1887: con un’espressione presa a prestito potremmo dire che si tratta di una buona annata. Il Periodico è al suo secondo anno di vita e il fervore redazionale traspare chiarissimo. I contestuali provvedimenti normativi che interessano la scuola e le conseguenti esigenze didattiche di un sistema scolastico in costruzione sono peraltro un forte stimolo.

Gli articoli presenti nel volume affrontano le questioni basilari dell’insegnamento dell’algebra e della geometria. Un articolo di Davide Besso riguarda in modo specifico l’insegnamento della trigonometria che la riforma dei programmi del 1885 ha reintrodotto nei licei e negli istituti tecnici. Copiosi e ancor oggi interessanti sono gli “esercizi per la scuola” che sono proposti perché i colleghi se ne possano avvalere nel loro lavoro. Decisamente da segnalare poi, specie per i lettori interessati allo sviluppo delle idee che hanno riguardato le scelte e le impostazioni didattiche, i riferimenti al fusionismo in geometria.

Già Platone aveva lamentato che la geometria solida non fosse debitamente coltivata in Grecia! Alla fine del XIX secolo, una svolta s’imponeva. Forse, bisognava finirla con quella plurisecolare abitudine di pensare la geometria piana propedeutica alla solida. Bisognava, nell’insegnamento, passare perlomeno a trattarle insieme, fonderle in un unico discorso che consentisse di affrontare parallelamente questioni nel piano e le analoghe nello spazio ordinario.  Un’idea che attirò molti geometri e tra questi il romano Riccardo De Paolis (1854 – 1892) che la sviluppò negli “Elementi di Geometria” pubblicato da Loescher nel 1884. “Di questo libro – scrive, nel Periodico di Matematica del 1886, Giovanni Frattini – come di tutte le migliori opere dell’ingegno, si parlerà da molti, per molto tempo e in varie guise”. La previsione di Frattini si è rivelata corretta. Per anni se ne è parlato e si è parlato del tentativo, non unico ovviamente, ma presto abbandonato, di proporre “lo studio simultaneo degli enti ad una, due o tre dimensioni”. Ma, a parte il fusionismo – di cui si avrà ancora modo di parlare sfogliando i successivi numeri del Periodico – , il lavoro di De Paolis è per Frattini ben riuscito anche perché “fare un libro di Geometria elementare è cosa giustamente reputata delle più difficili”. Una sfida dunque per i matematici più autorevoli a cimentarsi nell’impresa. Una sfida che in quegli anni è palesemente in corso con una produzione affatto ragguardevole. D’altronde di manuali per le scuole c’è grande necessità, il sistema scolastico è giovane e manca una tradizione di libri italiani.

Le recensioni del Periodico sono particolarmente curate e seguite, un filtro e un’arena di competizione intellettuale per le proposte dei nuovi testi. Oggi, si presentano come le pagine più attendibili per la ricostruzione storica delle vicende didattiche fatte salve naturalmente le umane debolezze di “critica”. G. Frattini, ad esempio, ha recensito (PdM 1886) il libro di De Paolis, lo ha lodato, ma non ha sottaciuto critiche e confronti. Nel volume testè inserito del 1887 è Gino Loria a parlare di un’opera analoga: Elementi di geometria euclidea esposti con nuovo metodo da Angelo Andriani, prof. di matematica nel Regio Liceo di Reggio Calabria, Napoli, 1887 editore Pellerano.

Loria lo recensisce e non è tenero. Comincia a rimproverare l’autore per quell’aggettivo euclidea atteso che “non fa mai nota l’esistenza di una geometria non-euclidea” e lo rimprovera per aver “chiamato nuovo metodo un sistema di esposizione in cui la massima novità è, se non ci inganniamo, l’abbandono sistematico dell’antica divisione fra geometria piana e solida, il quale, tentato in Germania dal Frischauf, fu attuato in modo oltre ogni dire felice dal prof. De Paolis.”

Queste recensioni, inserite nella rubrica Rivista bibliografica, hanno dunque un innegabile valore. Vi si rinviene, recensito, anche il lavoro di Giovanni Frattini. Una vera novità: Aritmetica pratica ad uso delle Scuole elementari del Regno, Roma Eredi Botta , 1887. “Ci allieta l’animo – scrive Aurelio Lugli – vedere come l’attività dei nostri professori delle Scuole secondarie cominci ad estendersi anche alle elementari”. E, ancora, la riedizione dell’Aritmetica di Aureliano Faifofer (1843 – 1909) “autore di libri scolastici di matematica assai pregevoli” e l’Aritmetica commerciale e politica di Tito Mariani ordinario nella Regia Scuola superiore di Commercio di Venezia. Un manuale in cui la materia vi è divisa in due parti: la prima,  denominata aritmetica commerciale, concerne i sistemi monetari, le regole d’interesse semplice, i cambi, gli arbitraggi e le regole di ripartizione; la seconda, le rate e le annualità, gli interessi composti, gli ammortamenti, le rendite vitalizie e le assicurazioni, è denominata aritmetica politica, seguendo in ciò – si legge – “l’esempio degli scrittori del secolo passato”. Un esempio di come si va costruendo la grande tradizione dell’istruzione tecnica in Italia che affonda le sue radici nelle realtà locali pre-unità nazionale e un esempio di quell’educazione finanziaria oggi molto invocata come competenza essenziale per i giovani.

Su molti dei pregi di questo volume che raccoglie i cinque fascicoli del 1887 si è taciuto, ma il lettore li troverà da sé ed altri che non avremmo saputo indicargli. Un’ultima chiosa, però, ci piace farla, sempre rimanendo nell’ambito della Rivista bibliografica. E’ relativa alla recensione di: Il senso comune nelle scienze esatte. Esposizione per tutti dei principi delle scienze matematiche di Guglielmo Kingdon Cliffort, Milano, 1886. Lo segnaliamo per tanti motivi non ultima l’osservazione di Ernesto Padova rivolta ai docenti: “Richiamando la loro attenzione e la loro riflessione sui primi principi, esso servirà a dare una maggiore esattezza e lucidità alle idee che essi già hanno, e non è chi non veda quanta maggiore chiarezza ed attrattativa acquisterà con ciò il loro insegnamento”. In definitiva il convincimento che un buon insegnante non può prescindere dalla riflessione continua sulla natura e la finalità di ciò che insegna.

 

 

 
 

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