Sulle sorti della didattica a distanza

Marzo 2020. Siamo in emergenza. Si susseguono interventi sulla didattica on-line.

Ministero dell’Istruzione

L’informazione giornalistica spesso presenta il problema con toni poco consoni. Ecco uno fra i tanti esempi. Sul quotidiano “Il Mattino” del 13 marzo 2020 nella prima pagina di cronaca si legge il titolo “Didattica on-line, quei prof impreparati” con rimando all’interno. Lì il titolo cambia:

“Didattica on-line, la scuola impreparata”.

Sembra che non ci si renda conto di una cosa. La maggioranza dei lettori viene così orientata al disprezzo dei professori e della scuola. Ai professori e alla scuola si attribuisce la responsabilità esclusiva delle carenze lamentate.

Diverso è il discorso sul contenuto dell’articolo.

Fabrizio Coscia in base a concrete osservazioni vi  svolge argomentazioni plausibili. Mette in rilievo la confusione generata sia dalla natura del sistema digitale che da pratiche  dell’utenza. Confusione associata a situazioni di ansia. I docenti “stanno dimostrando volontà e buone intenzioni”. Ma “l’emergenza ci ha colti tutti – famiglie e insegnanti – impreparati”. In linea di massima la didattica non è pronta per la tecnologia, perché c’è carenza di risorse tecnologiche. Questo rilievo varrebbe in particolar modo per il Mezzogiorno.

I docenti – continua l’autore dell’articolo – utilizzano piattaforme diverse secondo modalità diverse. Ciò assicura libertà d’insegnamento. Però genera il caos. Non sarebbe il caso di istituzionalizzare una piattaforma ministeriale unica con valore ufficiale? Altro inconveniente è la carenza di computer domiciliari. Infine gli studenti vivono situazioni di ansia a causa della lontananza dei docenti.

La scuola virtuale fa sentire il bisogno della scuola in presenza.

L’articolo citato offe lo spunto per ulteriori riflessioni. Innanzitutto sulla condizione  dei docenti in Italia. La responsabilità dell’impreparazione, non di tutti loro, ma nemmeno di pochi fra loro, è della politica. I docenti preparati sono eroi in trincea. I docenti impreparati sono vittime del sistema. Esiste una puntuale documentazione del disastro. Dopo Nicola D’Amico, Storia e storie della scuola italiana. Dalle origini ai giorni nostri, Zanichelli, 2010, disponiamo ora di Stefano D’Errico, La scuola distrutta. Trent’anni di svalutazione sistematica dell’educazione pubblica e del paese, Mimesis, 2019. Nicola D’Amico, pur senza trascurare la vitalità della scuola, privilegia la documentazione. Stefano D’Errico, pur  non tralasciando l’impianto documentale, privilegia la polemica. L’impostazione di Nicola D’Amico è storicistica. L’impostazione di Stefano D’Errico è politologica. Sono opere imponenti l’una e l’altra.  La mia preferenza va a Stefano D’Errico. Evidenzia piaghe della scuola che fanno venire in mente la canzone All’Italia di Giacomo Leopardi:

“Or fatta inerme – nuda la fronte e nudo il petto mostri. – Oimè! quante ferite, –  che lividor, che sangue! oh, qual ti veggio, –  formosissima donna!”

Piaghe come lo sdoganamento dei diplomifici, la burocratizzazione dei docenti, il laissez-faire sulle aggressioni fisiche contro gli insegnanti, il massacro dei programmi, il pressappochismo del web, le leggi-delega della Cattiva Scuola, l’Invalsicomio (la scuola-quiz), l’alternanza scuola-ignoranza.

Sono soltanto alcune piaghe.

Fra queste risalta la progettazione disinformata. Ne è esempio il proposito del Ministro Lorenzo Fioramonti, poi dimissionario,  di “copiare la scuola finlandese”. Copiarne, ad esempio, i metodi d’insegnamento di una disciplina fondamentale come la  matematica. Sennonché Stefano D’Errico ci ricorda che fin dal 2011 Giorgio Israel nell’articolo l bluff della matematica finlandese aveva evidenziato il declino delle conoscenze e competenze  matematiche degli alunni finlandesi.

In Italia c’è una spinta non contrastata a privilegiare le competenze a danno delle conoscenze. Un vero e proprio attentato alla cultura. Senza la quale la scuola non avrebbe  ragion d’essere.

Tornando ai docenti, come soddisfare i loro nuovi  bisogni di formazione? Ormai nelle presenti circostanze intervenire con efficacia è difficile. Progettare il futuro è necessario. Nel presente non resta che affidarsi alla buona volontà del docente che si prepara la lezione. A beneficio delle  nuove leve si può procedere a inserire per tutte le discipline nei rispettivi corsi universitari esami di storia della disciplina medesima, di elementi di scienze umane con particolare riguardo alla pedagogia, di istruzione ed educazione informatica.

La libertà d’insegnamento non sarebbe garantita da una piattaforma unica imposta dall’alto. Lo studio delle diverse piattaforme nella pratica quotidiana dovrebbe mirare alla loro armonizzazione. Si attiverebbero allo scopo scambi  informativi  tali da favorire la flessibilità dei transiti.

Infine un problema fondamentale giustamente evidenziato nell’articolo. Il problema dell’ansia degli studenti agli arresti domiciliari negli ambienti virtuali. L’unico rimedio è la relazionalità fra studenti e docenti in presenza. I processi di insegnamento-apprendimento a distanza vanno integrati con quelli faccia a faccia. A meno di circostanze eccezionali, fra reale e virtuale oggi non deve esserci esclusione reciproca.

La relazionalità è fondamentale.

Non di rado si trascura l’esigenza di conoscersi come esseri umani prima ancora che come docenti e discenti. Può essere utile riferirsi all’antropoanalisi esistenziale e alla consulenza filosofica. In proposito ricordo Ludwig Binswanger, Esperienza della soggettività e trascendenza dell’altro. I margini di un’esplorazione fenomenologico-psichiatrica, Quodlibet Studio. Discipline filosofiche,  2007 e Peter B. Raabe, Teoria e pratica della consulenza filosofica. Idee fondamentali, metodi e casi di studio, Apogeo, 2001. Con ciò non voglio dire che il docente debba invadere il campo non suo della pratica clinica. Mi limito a segnalare l’apporto prezioso che può dare a chi insegna la riflessione sul trascendersi verso l’altro nel segno dell’amicizia. Perché si può supporre che analogo desiderio sia più o meno latente nel soggetto chiamato ad apprendere. Perfino in un soggetto tendenzialmente deviante, che chiamiamo ragazzo difficile o refrattario (non affronto qui il problema della vera e propria delinquenza minorile e adolescenziale).

Questo insegnamento a chi insegna è il fondamento filosofico che la civiltà occidentale ha ereditato dalla Grecia antica. E ogni docente a suo modo può essere un filosofo. Un amante del sapere che si trascende verso  chi si accinge ad essere nel futuro.

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