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Ancora sul canto di Paolo e Francesca

La logica di Dante. Ancora, un'aggiunta al canto di Paolo e Francesca peccatori impenitenti. Il pentimento dei morti di morte violenta Cerchiamo di 

La logica di Dante. Ancora, un’aggiunta al canto di Paolo e Francesca peccatori impenitenti.

Il pentimento dei morti di morte violenta
Cerchiamo di  inquadrare ancor meglio la sorte di Paolo e Francesca. Allo scopo è fondamentale un episodio del Purgatorio. Più precisamente, ciò che avviene nel secondo balzo dell’Antipurgatorio. Lì sono accolti i morti di morte violenta. Essi rivelano a Dante la loro vicenda terrena. Peccarono finché non furono in punto di morte. Nell’attimo supremo furono illuminati dal cielo. Si pentirono e perdonarono. Così furono in pace con  Dio:

Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino all’ultima ora:
quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora.
(Purgatorio, V, vv. 52-57)

Morti di morte violenta non illuminati dal cielo

Il “lume del ciel” non illuminò invece Paolo e Francesca. Secondo una tradizione gli amanti furono sorpresi e uccisi da Gianciotto,  consorte di Francesca, fratello di Paolo.  Le vittime non si pentirono né perdonarono.  Il racconto di Francesca si conclude così:

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
(Inferno, V,  vv. 137-138)

Il verso 138 nella sua ambiguità coniuga amore e morte.

Nell’attimo della morte l’amore non  viene rinnegato. Possiamo supporre che Dante abbia voluto suggerire un confronto fra le anime purganti e le anime dannate. Nel quinto canto dell’Inferno le anime dannate. Nel quinto canto del Purgatorio le anime purganti. Parallelismo per ribadire l’importanza del pentimento. Questo mancò agli amanti. Essi sono grandi nel male. Il loro non è amore. È peccato di lussuria. Restano condannati in eterno a non avere rimorso alcuno per il loro peccato. Confonderanno in eterno amore gentile e passione peccaminosa. Saranno travolti in eterno dal vento come furono travolti dall’impeto della colpa. Pena tanto più dura perché in eterno condivisa. Forse anche perché secondo una tradizione dell’epoca furono trafitti e conficcati insieme dalla spada di Gianciotto mentre erano abbracciati. Sempre ricollegandosi agli antichi commentatori,  già Ernesto Giacomo Parodi vide in Dante un “rigido moralista” e Francesco D’Ovidio la condanna di una “disonesta passione”.

Differenza fra peccato e delitto

Sul sito  www.laleggepertutti.it  si può vedere Denuncia per tradimento coniugale  di Mariano Acquaviva.  Dante concepì  il tradimento coniugale come peccato e non come reato.  È in gioco la distinzione fra diritto e morale.  Si deve a Mario A. Cattaneo l’opera Suggestioni penalistiche in testi letterari edita da Giuffrè nel 1992. In essa l’autore passa in rassegna una serie di scritti sul diritto penale in Dante fra Ottocento e Novecento. Fra gli autori citati risalta Vittorio Vaturi per il suo Dante penalista del 1909. Si ravvisa qui una distinzione fra peccato e reato in riferimento alle tre disposizioni non volute dal cielo. Queste sono esposte da Virgilio a Dante nel canto dedicato alla gerarchia delle colpe e alle rispettive punizioni. La fonte è l’aristotelica Etica Nicomachea:

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ‘l ciel non vole,

incontinenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontinenza
men Dio offende e men biasimo accatta?

(Inferno, XI, vv. 79-84)

Paolo e Francesca furono responsabili della “incontinenza” come peccato. La “matta bestialitade” di un omicida è peccato ben più grave (diverso ovviamente, diremmo noi, il discorso per quanto attiene alla legittima difesa). Secondo una corrente interpretativa Gianciotto verrà punito non come omicida, ma come artefice di “malizia”, in quanto traditore dei congiunti. Dante insomma non avrebbe visto Paolo e Francesca come traditori. Come traditore avrebbe visto Gianciotto, atteso da Caina, prima zona del nono cerchio destinata ai traditori dei parenti.  Diversamente e in modo persuasivo argomenta Vittorio Russo nel saggio “Caina” o “Cain attende” in Sussidi di esegesi dantesca, Editore Liguori, s.i.d. Francesca non si riferisce a Caina, ma a Cain (il biblico Caino)  come “simbolo di omicida violento e iracondo”. In proposito Dante avrà tenuto presente la Summa theologiae di Tommaso d’Aquino:

“Ira est appetitus vindictae … ira provenit ex aliqua commotione animi propter laesionem illatam … Motus irae insurgit ex aliqua illata iniuria contristante; cui quidem tristitiae remedium adhibetur per vindictam … Sequitur magna vehementia et impetuositas in motu irae”.

Digressione sulla violenza contro le donne

Sul sito www.jomswsge.com si può leggere Delitti passionali: Luigi Carbone e Arnaldo Graziosi C’eravamo tanto amati? Le varie dimensioni della violenza sulle donne di Natasha Cola. L’autrice ricorda fra l’altro un delitto che nella prima metà del Novecento suscitò molto scalpore. Resta memorabile l’arringa di Giovanni Porzio In difesa del Dottor Luigi Carbone. L’imputato aveva ucciso per gelosia la moglie e la sorella del seduttore. Non si dichiarò mai pentito. L’accusa nella persona di Alfredo De Marsico chiese una pena esemplare.  Il difensore ottenne una condanna che si ridusse a due anni. Il suo capolavoro oratorio si concluse con la  citazione di una frase di Carlo Richet:

“Se un Dio sedesse nei tribunali, egli sarebbe di una inalterabile indulgenza per le colpe del dolore umano”.

Cosa sarebbe accaduto se in tribunale come imputato ci fosse stato non Luigi Carbone, ma Gianciotto Malatesta?

La figura di Giovanni Malatesta  

“Ciotto” è “persona che, per malformazioni alle articolazioni degli arti, cammini storta” (Vocabolario Treccani).  Di qui Giovanni accorciato in Gianni e deformato in Gianciotto. Il cionco o zoppo, deformato, oltre che nel nome, anche nella figura, è contrapposto al seducente aspetto di Paolo. Alla simpatia romantica dei lettori per gli amanti concorrono anche il disgusto e la riprovazione per l’omicida.  Forse è Paolo che dice “chi vita ci spense”, riferendosi a Gianciotto.

Una domanda  che attende risposta   

Ritornando alle diverse sorti dei pentiti in punto di morte e degli impenitenti Paolo e Francesca, rimane in noi una sensazione di disagio. Perché nel caso dei morti di morte violenta nel Purgatorio intervenne nell’ultimo istante di vita la grazia divina, facendo sorgere in loro il pentimento, mentre ciò non  accadde per Paolo e Francesca?

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