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È essenziale educare a saper scrivere

Il declino di abilità fondamentali come quelle di letto-scrittura. Non si educa a pensare e ragionare senza educare a saper scrivere. Il giornalismo che riscopre la sana pedagogia.

“Non si può pensare senza scrivere”, così esordisce il giornalista Antonio Polito sul Corriere del Mezzogiorno per fare luce su uno dei problemi che pesano sulla «classe dirigente di domani». Della denuncia del mercato nero delle tesi di laurea prodotte ad hoc per gli studenti universitari spaventa non tanto la disponibilità dei laureandi a pagare a lauto prezzo le produzioni pre-confezionate per l’esame finale, quanto il significato di una tale scelta: «quasi un simbolo del problema centrale del declino italiano».

Il non saper scrivere equivale dunque al non saper pensare.

Questo presupposto rende lecita l’idea che vede compromesse le qualità del capitale umano del domani che si affaccia al mondo del lavoro e ad occupare i ruoli nella prossima classe dirigente. In questo senso gli studenti e i laureandi sono portatori di una grande responsabilità nell’esercizio della loro funzione di preparazione che probabilmente spesso minimizzano.

Hemingway, in un saggio sull’arte dello scrivere e del narrare, definisce la scrittura «una finestra sul pensiero». Pertanto, se è vero che scrivere serve ad esprimere il pensiero, è pur vero che l’atto stesso della scrittura serve a definirlo e costruirlo, così come accolto e messo in rilievo da vari studi negli ultimi venti/trent’anni.

In generale la stesura di un testo rispecchia il risultato di un’intenzione comunicativa che prima di assumere la forma scritta – definitiva – viene sviluppata per gradi, tramite il recupero e la sistemazione di conoscenze pregresse.

Dal lato opposto alla scrittura, oggi è l’oralismo che viene preferito nei diversi contesti comunicativi.

La scrittura e l’oralità sono sicuramente sistemi interconessi tra loro, ma presentano peculiarità profondamente diverse, anche se i contorni di questi domini risultano talvolta sfumati agli occhi dei giovani. Mentre il parlato è sempre rivolto in un contesto comune ad un interlocutore presente o diretto, e si avvale di elementi paralinguistici e non verbali, lo scritto è un atto che viene prodotto in solitudine e che presuppone necessariamente lo sviluppo di competenze linguistiche – quali controllare sintassi, ortografia e lessico del testo.

La difficoltà che unisce le persone di senso comune è sicuramente l’oggetto didattico dello scrivere, inquadrato in tutta la sua complessità.

Infatti, ciò che può spaventare di più e creare disagi nei giovani produttori di testi scritti – e non solo – è la componente testuale, definita tanto nella sua dimensione contestuale, pragmatica, che in quella espositiva: selezionare le informazioni recuperate, predisporre un piano di scrittura, trascrivere e procedere alla revisione di un testo significa saper mettere ordine tra le idee e soddisfare il controllo e il monitoraggio di processi metacognitivi complessi.

Continuare a prediligere il parlato anche nei contesti scolastici e accademici può sicuramente agevolare il lavoro di tanti insegnanti nei momenti della valutazione, ma non deve convincere gli stessi della presenza di un’indiscriminata compatibilità tra il «parlare bene» e lo «scrivere bene».

Con l’avvento di Internet e delle generazioni digitali va considerato che il numero dei produttori della comunicazione scritta è aumentato in modo esponenziale, pertanto ripensare a un’educazione linguistica che si occupi di restituirle un posto d’onore nella platea degli obiettivi didattici pare l’unico modo per contrastare il declino di abilità fondamentali come quelle di letto-scrittura.

 

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