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Enriques contro Croce e Gentile

In tema di scuola e d’insegnamento scientifico non bisogna continuare ad esagerare con le abituali colpe a Croce e Gentile.

La scrittrice Chiara Valerio

In questo periodo di lockdown si è certamente letto e scritto di più.

Molti hanno avuto più tempo per seguire i dibattiti sui temi più disparati, intervenendo, a distanza, nelle relative discussioni  e contribuendo talvolta anche alla formazione o al consolidamento di un comune sentire su talune questioni importanti. Sul tema della cultura scientifica, della matematica e del suo insegnamento, ad esempio, mi è parso di cogliere un rafforzamento del già diffuso convincimento delle colpe in materia attribuite a Benedetto Croce e a Giovanni Gentile. Un convincimento che ha buone radici, ma che ora sembra, per molti aspetti, ingigantito e soprattutto portato ad oltrepassare l’orizzonte delle verità plausibili.

Un esempio di tale esagerata e, di fatto, ingiustificata colpevolizzazione è dato cogliere in Chiara Valerio, nota e apprezzata scrittrice-matematica che, caldeggiando una riforma della scuola a favore di un insegnamento della matematica dal volto umano, ha scritto dello scontro “tra due parti” «tra Croce e Gentile, da un lato, e Federigo Enriques, dall’altro. Tra chi, Croce, aveva un’idea della filosofia e chi come Enriques ne aveva un’altra. Sembrerebbe questa una discussione d’accademia ma non lo è perché, cominciata negli anni Dieci del Novecento, si è conclusa alla fine degli anni Venti del Novecento. Quando una guerra mondiale era finita, il fascismo aveva attecchito in Italia e Gentile era diventato ministro dell’Istruzione. In ballo c’era la riforma del sistema scolastico e universitario. Mentre Gentile e Croce tendevano a limitare la portata culturale della matematica e ad accorpare l’insegnamento di matematica e fisica, Enriques sosteneva la centralità delle scienze esatte per lo sviluppo tecnologico e più ampiamente culturale dell’Italia….. La riforma della scuola la firma Gentile, non Enriques».

Ovviamente un insegnamento più “umano” della matematica e della fisica non ha bisogno di una riforma della scuola.

Giovanni Gentile (1875-1944)

Ha bisogno piuttosto di una riforma dei corsi di laurea dai quali escono i laureati che vanno a insegnare la matematica.  E poco c’entra con Croce e Gentile da una parte e Enriques dall’altra, che è una esagerazione e anche un falso storico. Come se tutti i filosofi e umanisti d’Italia si fossero riconosciuti, allora, in Croce e Gentile, e tutti gli scienziati, i fisici e i matematici avessero fatto altrettanto attorno alla figura di Enriques. Cosa assolutamente fantasiosa. Significa peraltro non conoscere i matematici: non sono mai stati uniti e meno che mai nel nome di Enriques.

Quanto alla scuola, la Riforma firmata da Gentile fu la migliore delle riforme possibili. E non fu solo di Gentile. Segnò la conclusione, coerente, di una gestazione avvenuta nel grembo dell’Amministrazione dell’Istruzione attraverso quattro ministri: Croce, Corbino (fisico), Anile (medico, artista e letterato, ministro per soli tre mesi), Gentile. Quattro anni, dal giugno 1920 al giugno 1924, per una riforma durata novant’anni. Tanto che tutti vorrebbero essere novelli Gentile.

Quanto alla matematica e alla realizzazione di un presunto intenzionale progetto di limitazione della sua portata culturale, vi hanno provveduto più i matematici che Croce e Gentile, specie se la colpa di costoro consiste nell’aver operato l’abbinamento degli insegnamenti della matematica e della fisica o nell’aver pensato all’istituzione di una storia del pensiero scientifico per il liceo scientifico.

Alla esagerata colpevolizzazione dei due filosofi fa da contraltare una altrettanto esagerata enfasi caricata sulle spalle di Enriques.

Fu decisamente un intellettuale di valore, un grande matematico, uno dei capiscuola della geometria algebrica italiana, ma anche un ordinario universitario di peso nelle scelte d’indirizzo della ricerca matematica, della ripartizione e dell’assegnazione delle cattedre universitarie, nonché della selezione dei docenti secondari sulla base della conoscenza di tacnodi e oscnodi. Tradizione interrotta, chissà se definitivamente, con i temi di concorso assegnati nella tornata del 2000, dei quali, per dovere d’ufficio, ne porto la responsabilità d’autore.

Il nome di Federigo Enriques comunque è presente in Matmedia sia per la sua visione dell’insegnamento dinamico [Vedi] sia per l’incomparabile attività svolta come presidente della Società Mathesis e direttore del Periodico di Matematiche. Quindi non mancano, oltre ad altri contributi, né il giudizio di Enriques sulla Riforma [Vedi], né il resoconto del suo incontro, come capo delegazione Mathesis, con Gentile [Vedi].

Ciò non toglie che il posto di rilievo, che Egli ebbe, impegna a programmare la pubblicazione di ulteriori approfondimenti, tra i quali certamente il ricordo che di lui tesse la nipote Emma Castelnuovo che lo ebbe come insegnante, la commemorazione che ne fece il cognato Guido Castelnuovo all’Accademia dei Lincei, la succinta, essenziale biografia che ne scrisse Francesco Giacomo Tricomi, la cronaca di una polemica (Gentile – Croce – Enriques) nella ricostruzione fattane da Lucio Lombardo Radice.

Con riguardo però alla questione affrontata di un “programma di Enriques” e delle ragioni che ne decretarono il fallimento, particolare importanza riveste il passo che si riporta di seguito, tratto dal vol. VII della Storia del pensiero filosofico e scientifico di Ludovico Geymonat.

“Vale la pena […] fermarci ad esaminare brevemente le cause del fallimento del programma enriquesiano, imperniato sulla collaborazione tra filosofi e scienziati in vista di un ammodernamento e approfondimento del razionalismo. Una prima ragione va senza dubbio cercata nell’aspra polemica svolta da Gentile e da Croce contro la concezione filosofico-scientifica del nostro autore […].

Ma ne esistono pure altre, che per certo non possono venir fatte risalire all’ambiente idealistico, in quanto sembrano invece dovute a talune manchevolezze riscontrabili nello stesso pensiero di Enriques. Ci limiteremo a ricordarne due. Una di esse risiede nella mancata comprensione da parte di Enriques dell’importanza spettante alla logica matematica moderna e in generale alla formalizzazione delle teorie; mancata comprensione che trapela dallo stesso volume da lui dedicato ai problemi logici – Per la storia della logica (1922) – e che si tradusse in pratica nella costante freddezza dei rapporti intercorsi tra Enriques e Peano.

Purtroppo erano parecchi in quegli anni i matematici, in Italia e non solo in Italia, che guardavano con forte sospetto alle ricerche di logica; ma certo fu particolarmente grave che questo atteggiamento fosse condiviso anche da uno studioso come Enriques che non voleva essere e non era un puro tecnico della scienza. Esso finì per gettare un notevole discredito, fra i “matematici puri”, nei riguardi dei matematici che si occupavano anche di altri problemi (logici, storici o filosofici). […] Senza scendere in particolari, ci limiteremo ad osservare che […] l’accennata chiusura nei riguardi della logica ha notevolmente indebolito la presa di posizione a favore del razionalismo, sembrando per lo meno singolare la pretesa di difendere, nel nostro secolo, i diritti della ragione senza basare questa difesa sul pieno riconoscimento dei meriti acquisiti in questo campo dalle più raffinate ricerche logico- formali. […]

Un’altra ragione del fallimento del programma enriquesiano va cercata nell’orientamento psicologistico ( complementare di quello ontologicistico) presente nelle opere di Enriques […]. Lo ritroviamo chiaramente espresso sia negli scritti filosofici sia in quelli storici, e in particolare nell’aureo libretto Il significato della storia del pensiero scientifico (1936) ove Enriques enuncia con eccezionale chiarezza la funzione da lui attribuita a tale storia nonché il metodo con cui ritiene di doverla trattare. Vi leggiamo che il compito ad essa spettante è quello di enucleare la genesi delle idee scientifiche, dei grandi mutamenti, da esse subiti, degli «errori naturali» e dei «non-sensi» in cui incorsero anche i maggiori scienziati.

È uno studio che ci dimostra la compresenza nei processi conoscitivi sia del fattore razionale sia di quello empirico, e pertanto l’irriducibilità della scienza a uno solo di essi (vuoi il primo, vuoi il secondo). Esso ci permetterebbe ben più della ricostruzione logica delle teorie – che implica sempre, a giudizio del nostro autore, un loro «impoverimento» – di giungere «alla valutazione effettiva delle dottrine scientifiche, in ordine alla loro possibile correzione ed estensione», spiegando lo sviluppo da una teoria all’altra col mostrare che nella mente degli scienziati di un’epoca erano contenute «in germe» le novità scoperte dagli scienziati dell’epoca successiva.

Il carattere meramente psicologistico di questa spiegazione è così evidente da non richiedere commento di sorta. Purtroppo esso prestava il fianco alle critiche degli idealisti i quali, accusando Enriques di non conoscere Hegel, sostenevano che questa ignoranza gli impediva di dare un’impostazione moderna (razionale e non soltanto psicologica) alle proprie indagini storiografiche; onde risulterebbero incontestabili, secondo essi, i limiti del suo presente razionalismo”. L.Geymonat - M. Quaranta, La filosofia italiana contemporanea, in Storia del pensiero filosofico e scientifico di Ludovico Geymonat, Vol.VII, 1976

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