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I cambiamenti climatici

Le condizioni climatiche in Italia e nel mondo, dal Medioevo al 1816, ultimo anno senza estate. La lezione della Storia sui cambiamenti climatici.

Alluvione di Firenze (1966)

Il nostro Pianeta. Tutt’altro che regolare nelle sue oscillazioni climatiche.

Una piattaforma instabile, «come il ponte di una nave in un violento fortunale», come è stato detto. Pure nel breve periodo. Cosa sono infatti per la storia della Terra un migliaio d’anni? Niente. Un soffio. Eppure, in questo lasso di tempo che appare lunghissimo per la vita di un uomo, ma meno che un sussulto per la vicenda del Globo, può accadere davvero di tutto. Prendiamo ad esempio gli anni che intercorrono tra la fine dell’impero romano e l’inizio della rivoluzione industriale.

Se si pensa al clima, sono circa quindici secoli di continui mutamenti. Con tante, mutevoli, variabili. Dove, però, a differenza di oggi, l’azione dell’uomo fu del tutto irrilevante. Le cause, allora.

La meccanica orbitale è una di esse:

bastano piccole, lievi variazioni nell’inclinazione e nella rotazione della Terra attorno al suo asse per modificare la quantità e la distribuzione dell’energia che arriva dal Sole. Forzature orbitali, come vengono definite, che hanno creato interludi glaciali che sono durati millenni. Il Sole stesso, poi, è molto meno costante di quanto si immagini. Ogni tanto si ammala – il ciclo delle macchie solari è solo uno dei suoi tanti capricci – e la sua azione può rallentare, con dei picchi minimi di irradiazione; o, viceversa, aumentare i suoi effetti.

Ma anche il nostro Pianeta agisce direttamente su sé stesso:

pensiamo ai giganteschi fenomeni di teleconnessione atmosferica in cui l’azione degli Oceani si coniugano con quelli dell’atmosfera, come El Niño e il suo corrispettivo femminile, la Niña. Oppure al jet stream, la corrente a getto di cui si sta parlando proprio in questi giorni, quella stretta fascia di venti che viaggia tra i 7 e i 10 chilometri di altezza dal suolo che ha il ruolo di pilotare le perturbazioni e di generare campi di alta e bassa pressione che possono subire rapidi mutamenti rispetto al loro flusso costante.

Poi c’è l’attività vulcanica, con fenomeni che impattano violentemente, innescando impreviste manifestazioni tanto di riscaldamento delle acque oceaniche quanto di rilascio negli strati più alti dell’atmosfera di una pellicola sottilissima di solfati di aereosol capace di schermare i raggi solari, impedendo loro di entrare nell’atmosfera.

Questi alcuni dei fattori. Che pian piano vengono decodificati dalla climatologia, una branca giovane e in continuo sviluppo, che tenta di districare una matassa difficile da dipanare, considerate le mille implicazioni e le tante convergenze di elementi disparati. Scienza che sta consentendo però di scrivere la storia del clima del nostro Pianeta: non uno scenario inerte, ma condizionante la vita dell’Umanità.

In quei quasi millecinquecento anni, forse i più fortunati da un punto di vista climatico furono proprio i romani.

L’impero raggiunse infatti la sua massima espansione e prosperità nel periodo tardo-olocenico chiamato appunto Optimum climatico romano: un’epoca contraddistinta da una fase di clima caldo, umido e stabile. Situazione favorevole che si trasformò in una «silenziosa forza cooperativa», come scrive Harper, che contribuì al rafforzamento agricolo e produttivo dell’impero.

Dalla metà del II secolo, però, le cose cominciano a cambiare, con una serie di shock ambientali.

Tra il 150 e il 450 d.C. l’instabilità del clima mise alle strette le riserve energetiche dell’impero. Mentre, dalla fine del V secolo, comincia la Piccola Glaciazione della Tarda Antichità, con un periodo di forte attività vulcanica che si esprime in tutta la sua virulenza negli anni Trenta e Quaranta del VI secolo, che innesca il periodo più freddo di tutto il Tardo Olocene.

E’ l’epoca delle dark ages, della regressione sociale e politica, almeno per la zona occidentale del Pianeta, che si protrae, più o meno, fino al X secolo, il momento di partenza della cosiddetta anomalia climatica medievale che dura fino alla fine del Duecento.

Un’oscillazione di tre secoli, dovuta a due eventi di maggiore impatto:

una diminuzione delle attività vulcaniche tra il 960 e il 1000 e un’azione più energica del Sole (great solar maximum), in grado di mettere in movimento le grandi pompe oceaniche regolatrici le temperature dell’acqua e le circolazioni atmosferiche. Con un riscaldamento globale di 1 o 2 gradi in media, con punte, nel profondo Nord, di 4 gradi. Un periodo di inusuale clima relativamente caldo che coinvolse in modo particolare gran parte dell’emisfero settentrionale, dall’America settentrionale alla Cina.

Il fenomeno ebbe effetti straordinari, sebbene disomogenei da una zona all’altra.

Nell’estremo Nord, i ghiacci si sciolgono. Regioni fino ad allora impenetrabili, come l’interno della Russia, l’Islanda, la Groenlandia, il Nord del Canada diventano accessibili. In molte zone, uomini e coltivazioni si spostano verso settentrione e verso l’alto. Nuovi tipi di grano si istallano in Scandinavia e Norvegia. L’uva cresce in Inghilterra diverse centinaia di chilometri più a nord rispetto ai limiti attuali. Piante subtropicali, come il fico o l’olivo, si installano in regioni come la Germania o l’Italia settentrionale.

Il cammino dei ghiacciai arretra. Dall’oceano Indiano fino al mar della Cina, il ciclo dei monsoni assume una maggiore regolarità dopo un lungo periodo di squilibri. Condizioni che influenzano l’ambiente, le colture, la quotidianità.

Beninteso, le cose non è che andarono sempre bene e dappertutto.

Ma, in generale, il clima mantenne un suo assetto più o meno stabile, con effetti evidenti sul balzo demografico a livello planetario. Fino ad una data-simbolo: il giorno di Santa Lucia del 1287, quando una terribile inondazione si abbatté su un vasto litorale che andava dalle coste inglesi a quelle dell’attuale Olanda e Germania. Le onde tumultuose del Mare del Nord invasero terre, abbatterono dune, seppellirono villaggi, distrussero dighe. Si parlò di 30mila morti e, all’indomani della catastrofe, il profilo delle coste fu così stravolto da dar vita al gran golfo dello Zuiderzee nei Paesi Bassi.

Una tempesta perfetta causata dall’incontro tra una massa di alta pressione che sorvolava sulla Scandinavia e due depressioni. La prima che risaliva verso il Mare del Nord, la seconda verso la Scozia, con una forza del vento poderosa, immaginiamo di più di dieci nodi, e un crollo della pressione dell’aria di centinaia di millibar.

Comincia così una nuova fase depressiva, preludio della Piccola Era Glaciale.

I vulcani tornano a ruggire, con un’eruzione tra le più violente, quella del 1257 del vulcano Samalas, nell’isola di Lombok in Indonesia, di cui ha parlato, sulla Lettura del Corriere della Sera, Paolo Grillo. Ma altre ve ne furono nel 1269, ’76, ’86. Il Sole, intanto, si ammala un po’. È il cosiddetto Wolf solar minimum, cioè l’energia emessa dalla pila solare rallenta: uno dei tre minima che marcano il periodo che va dal Trecento al Seicento.

Le temperature globali precipitano.

Gli squilibri aumentano a dismisura, con l’alternarsi di lunghi periodi violenti di pioggia a fasi di perdurante siccità. Con eventi estremi che feriscono per l’inaspettata violenza. Ad esempio, il primo novembre del 1333 un vero e proprio diluvio colpisce Firenze, il Casentino, la piana d’Arezzo, la parte superiore del Valdarno, la Romagna, il Lazio, l’Umbria. Un disastro che solo in città uccide più di trecento persone.

Nel biennio 1342- 1343 la sequenza di sciagure che colpisce la fascia che va dalla Lombardia, alla Svizzera, alla Germania fu terribile, con lo straripamento di laghi e fiumi, tra cui il Danubio. Stessa storia in Inghilterra, dove il 15 gennaio 1362 tutta l’area sud-orientale viene colpita da una violenta tempesta, con danni enormi a Londra e nelle zone più popolate del Paese.

Non sono diverse le condizioni all’altro capo del Mondo:

le inondazioni che si alternano a siccità segnano il destino di Angkor Vat in Cambogia, del regno di Shrivijaya a Sumatra e delle capitali buddiste dello Sri Lanka Anuradhapura e Polonnaruva. In India si registrano tremende siccità, come quella lunghissima di Durga Devi che colpì il Deccan e durò dal 1396 al 1408. In Cina il maltempo flagella in continuazione il Paese al punto che, tra il 1300 e il 1399, si contano sessanta tifoni, alcuni con onde alte anche più di trenta metri mentre, in un caso, l’acqua penetrò fino a 280 chilometri dalla costa.

Nel Cinquecento si espande la Piccola Era Glaciale.

A molti osservatori, il Sole appare spesso pallido oppure più rosso del solito, come velato da una coltre di polvere, verosimilmente a causa dell’incremento delle eruzioni vulcaniche. Fatto sta che le temperature precipitano e si attestano su una media di due gradi in meno rispetto ai livelli registrati nel XX secolo.

La prima ondata di inverni glaciali, estati piovose o funestate da terribili grandinate avviene nella seconda metà del secolo. I danni all’agricoltura sono tali che i livelli di produttività del 1570 vengono recuperati quasi due secoli dopo, nel 1750, quando le curve delle temperature ricominceranno a risalire. La natura cambia verso. Gli oceani si raffreddano.

Ai rigori dell’inverno subentrano stagioni senza estate.

L’Europa, come scrive Marlowe nel Tamerlano, sembra diventato il luogo «dove il sole si nasconde/tra gelide meteore e freddi ghiacciai». Ma è dappertutto così: le cronache di ogni parte del Mondo rimandano a siccità, ad aberrazioni climatiche, a piovosità estreme, a gelate improvvise che si moltiplicano. Si poteva attraversare a cavallo, sul ghiaccio, il Danubio a Vienna, il Meno a Francoforte, il Reno a Strasburgo.

Tra il 1683 e il 1684 sul Tamigi si istallano fiere e baracconi.

Il Baltico gelò così tanto che, nel 1658,  l’armata svedese, con la sua artiglieria, marciò sul ghiaccio per 20 miglia dallo Jutland per lanciare un attacco a sorpresa su Copenaghen. La laguna veneta ghiaccia. Il mare davanti ad Istanbul pure. In Egitto nel 1670 nevica mentre in Cina la furia delle piogge è tale che, nel 1640, il livello raggiunto fu di mezzo metro superiore a quello della disastrosa inondazione del 1588.

La Piccola Era Glaciale si chiude, secondo i climatologi, nel 1816, l’ultimo “anno senza estate”.

A Scatenarlo, l’esplosione del vulcano indonesiano Tambora, capace di proiettare in aria una montagna alta 1500 metri, con un’esplosione che fu sentita fino a Giava, a 1250 chilometri di distanza, che generò uno tsunami tremendo con onde alte quattro metri che colpì gran parte dell’Indonesia. Nei mesi seguenti, milioni di metri cubi di cenere sospesi nell’atmosfera rifletterono la luce del Sole, provocando quella che Philipp Blom definisce «una sorta di inverno nucleare durato un anno intero».

Con questo episodio terminano, ancora una volta simbolicamente, i circa millecinquecento anni di questa breve storia climatica, fatta di estrema variabilità, picchi, ascese, cadute, optima climatici, piccole ere glaciali. Ed inizia la nuova fase dell’Antropocene, con l’incombente, e per molti versi senza controllo, azione dell’uomo sull’ambiente. Con le conseguenze drammatiche che stiamo tuttora vivendo.

 

Autore

  • Laureato alla Federico II di Napoli. Storico. Docente nella scuola secondaria ha prestato servizio presso il MIUR e collaborato con la Mathesis al premio Bruno Rizzi sulla matematica nel Medioevo. Passato all'Università, attualmente lavora presso l’Isem-CNR di Cagliari e insegna Storia medievale all’Università dell’Aquila. È autore di numerosi saggi e articoli di successo.

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