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Il criterio di Gergonne necessario a chi insegna

Per una matematica che sia compresa più che appresa. L’importanza del linguaggio e dei modi di dire e il criterio di Gergonne necessario a chi insegna matematica.

Joseph-Diez Gergonne (1771-1859)

Quando in matematica cerchiamo di spiegare un teorema, un problema o una teoria, siamo impegnati a trovare formulazioni, parole e forme espressive che siano le più efficaci possibili. Sono sforzi comunicativi che i docenti di matematica sono chiamati quotidianamente a compiere  per corrispondere alle continue richieste degli studenti di ri-spiegare cose che dicono di non aver capito.

Nella loro attività professionale i docenti sono pertanto anche costretti a ripetere le cose dette ma in un modo diverso, non identico, possibilmente con altre parole e connessioni, ricorrendo a controesempi, analogie e immagini, risistemando logicamente il succo del loro discorso. Un’operazione di ulteriore spiegazione che nell’esperienza di molti insegnanti si conclude talvolta con risultati tanto efficaci da sorprendere loro stessi per la novità e l’efficacia dei modi di dire trovati.

Sono sforzi comunque che non appartengono alla sola sfera dell’insegnamento. Sono sforzi che compiono tutti i matematici dacché la comunicazione di ciò che fanno è da sempre uno dei loro problemi principali. Anzi, lo è in modo oggettivo anche per i giovani ricercatori, atteso che oggi più che impegnarsi per ottenere nuovi risultati che rischiano di perdersi come gocce in un mare di altri risultati e teoremi, conta l’impegno a saper comunicare quelli che già sono stati ottenuti e riconosciuti tali dalla comunità dei matematici.

Questa opinione comune alla maggior parte delle persone sagge, fu espressa anche da David Hilbert nel corso della sua famosissima conferenza dell’8 agosto 1900 a Parigi. Quella conferenza cioè che fu l’occasione scelta da Hilbert per consegnare ai matematici di tutto il mondo la lista dei 23 grandi problemi che si presentavano irrisolti.

Hilbert asserì: «Un vecchio matematico francese ha detto: una teoria matematica non può essere considerata perfetta, finché non è stata resa così chiara da poterla spiegare al primo uomo che si incontri per la strada».

Ovviamente, per Hilbert, anche un problema è significativo quando risponde allo stesso criterio: lo si può spiegare in termini comprensibili a chiunque. Lui disse un “uomo” perché era ancora normale, all’epoca, esprimersi in questi termini. Comunque quel criterio così utile e necessario, Hilbert lo faceva risalire a un altro uomo: “un vecchio matematico francese”.

A chi si riferiva? Hilbert non l’ha mai precisato.

Qualcuno avanzò l’idea che si trattasse di Charles Hermite (1822-1901), ma non era poi tanto vecchio. Eric Temple Bell (1883-1960), l’autore del famoso Men of Mathematics, pensò invece a Giuseppe Luigi Lagrange (1736-1813) che però non era tanto francese.

Insomma, la frase di Hilbert divenne un giallo da sbrogliare.

Il mistero fu svelato da due storici, June Barrow-Green e Reinhard Seigmund-Schultze, in un articolo comparso sul numero di novembre 2016 della rivista Historia Mathematica. Il ”vecchio matematico” è Joseph-Diez Gergonne (1771–1859). Nell’articolo i due storici danno un dettagliato resoconto della loro ricerca iniziata con la consultazione dei Memorabilia Mathematica (1914) di Robert Edouard Moritz (1868–1940), una raccolta utile e piuttosto affidabile di citazioni di matematici sui vari argomenti dei loro studi. 

A sostegno poi della tesi conclusiva della ricerca, i due storici riportano una lettera all’astronomo e statistico belga Adolphe Quetelet (1796-1874), datata 25 Febbraio 1825, in cui Gergonne scrisse: «È da tempo che ripeto ai miei studenti che non abbiamo ancora l’ultima parola della scienza su una teoria, fino a quando non l’abbiamo portata al punto di raccontarla a un passante, per strada».

In un’altra lettera del 1826, Gergonne riaffermò il concetto scrivendo che se non è possibile spiegare una teoria in questo modo, allora la teoria «non merita di vedere la luce del giorno».

L’articolo di Barrow-Green e Seigmund-Schultze presenta un’altra operazione che è notevolissima dal punto di vista della ricerca storica. I due autori ricostruiscono le conoscenze e le frequentazioni che avrebbero portato David Hilbert a conoscere meglio Joseph-Diez Gergonne tanto da maturare una grande stima per lui e ricordarsene in occasione della conferenza del 1900.

Che Gergonne abbia svolto un ruolo di grande autorevolezza è indubitabile.

Molto contarono le sue vedute sulla geometria proiettiva e la dualità, della quale fu co-inventore insieme a Poncelet.  Molto contò la sua azione di direzione degli Annales de mathématiques pures et appliquées, detti anche Annali di Gergonne, che divennero un diario della sua attività d’insegnamento a beneficio dei docenti e della didattica della matematica.

Secondo la testimonianza di Michel de Chasles (1793–1880), “Gergonne era uno dei geometri moderni che hanno maggiormente riflettuto sulla filosofia della matematica” e che era giunto a convincersi che “le grandi e originali verità, da cui derivano tutte le altre e che sono i veri fondamenti della scienza, hanno sempre gli attributi caratteristici della semplicità e dell’intuizione” e ancora che “il compito del matematico moderno non era quello di trovare nuovi fatti, ma piuttosto di mettere in relazione le teorie note tra loro e di ridurre il corpus di conoscenze ai suoi componenti di base”. Ciò che in effetti si ritrova nell’opera di Hilbert e in particolare nello spirito assiomatico dei Grundlagen der Geometrie che videro la luce tre quarti di secolo dopo.

In un’altra delle lettere a Quetelet, Gergonne scrisse:

«Vedo con piacere, Monsieur, e senza alcuna gelosia, che gli studenti delle vostre scuole sono molto più forti di quelli degli studenti delle nostre. Parlo senza gelosia e mi lasci spiegare: certo, vorrei con tutto il cuore che i nostri studenti fossero più forti; ma mi dispiacerebbe molto vedere i vostri più deboli; e questo perché non possiedo quell’egoismo nazionale che di solito si decora con il bel nome di patriottismo. Ciò che più mi importa è che la luce ci giunga; e mi interessa molto poco la direzione da cui proviene».

Quest’ultimo passo è ancor più notevole. Aggiunto a quelli già riportati, fa capire perché “quel vecchio matematico francese” sia da ricordare nella storia della matematica e della sua didattica e perché quell’insegnante gentiluomo sia ancora oggi luce per coloro che senza egoismi amano insegnare la matematica nel modo più chiaro e profondo possibile perché essa più che appresa sia compresa fin nelle sua più intima essenza.

Autore

  • Emilio Ambrisi

    Laureato in Matematica, è stato docente, dirigente scolastico e ispettore tecnico del Ministero dell’Istruzione. A partire dagli anni Ottanta ha partecipato alle tante commissioni ministeriali, tra cui quella dei “Quaranta” istituita dal ministro Franca Falcucci, incaricate della definizione dei programmi di insegnamento degli indirizzi sperimentali e, successivamente, delle Indicazioni Nazionali. Ha svolto numerosi incarichi ispettivi in Italia e all’estero e, dal 1997, ha curato la predisposizione delle prove ministeriali d’esame di maturità e di concorso. Dal 2008 al 2015 ha fatto parte del collegio di direzione della Struttura Tecnica del Ministero. Nel 1980/81 ha prestato servizio presso la Facoltà di Magistero di Roma (cattedra del prof. Mauro Laeng) incaricato di collaborare agli atti preparatori dell’indagine I.E.A., e per alcuni anni ha insegnato come professore a contratto presso le Università “Federico II” e “Vanvitelli” di Napoli. Dal 2009 al 2019 è stato Presidente nazionale della Mathesis e direttore del Periodico di Matematiche.

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