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Invalsi: eterno ritorno dell’identico

L’eterno ritorno dell’identico: così l’Invalsi attuale arreca danno alla scuola. La pretesa di una scientificità non falsificabile

Antro della Sibilla

La reiterazione inconcludente del dibattito sulla scuola

Ennesima celebrazione di un rito. Ci mostrano lo specchio della scuola, immagine cara a un ministro dell’istruzione, ridotto in frantumi. La scuola è ferita. La scuola è ammalata. Così la presenta anche Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. Su “la Repubblica” del 15 luglio 2021 il suo intervento reca il titolo Una scuola da curare subito, sormontato dall’occhiello Le ferite inferte dalla Dad. Non sappiamo quale titolo di pedagogista possa esibire l’autore dell’articolo. Ormai tutti o quasi hanno la loro diagnosi da sciorinare in materia scolastica. Difficile però trovare chi avanzi proposte plausibili per curare la paziente. Sembra che basti e avanzi suonare l’allarme, non senza denigrare chi è impegnato a intervenire sul campo. Infatti nell’articolo citato si legge fra l’altro:

“La scuola cambi prospettiva: la sua priorità non possono essere le garanzie di chi vi lavora o aspira a lavorarvi, anche quando sono legittime.” E ancora:

“Oggi la priorità sono, più che mai, i ragazzi.” L’autore dell’articolo pare in preda a una sorta di frenesia.

La lacerazione del rapporto educativo

Quale prospettiva è da cambiare? Deve essere la scuola a cambiarla, quale che sia, o la politica? È accettabile l’attacco alle “garanzie” di chi lavora o aspira a lavorare nella scuola, “anche quando sono legittime”? I soggetti che lavorano o aspirano a lavorare per istruire nella scuola sono i docenti. Si vorrebbe che essi rinunciassero ad ogni legittima garanzia. Incredibile questo encomio dell’illegittimità. La sorte dei docenti viene poi disgiunta e scissa da quella dei “ragazzi”, ovvero degli studenti, considerati da soli la priorità, laddove la priorità è la formazione che risiede nel Due. La ferita è stata inferta da chi infierisce contro l’unione duale nella scuola di “chi vi lavora” e dei “ragazzi”. Quel “più che mai” della “priorità” riguarda da sempre non i “ragazzi” da soli, bensì la  cruciale “erotica dell’insegnamento” teorizzata da Massimo Recalcati. Non si vede quale rapporto educativo possa instaurarsi al di fuori di questa prospettiva. In mancanza di essa non v’è altro se non la lacerazione delle esistenze.

L’adorazione dell’idolo

Negli organi di informazione dilaga intanto una logorrea di commenti dei fedeli prostrati annualmente innanzi all’oracolo dell’Invalsi. Un oracolo che replica da decenni il medesimo responso, del quale peraltro non si sente affatto il bisogno, dal momento che risulta tautologico. È come la sentenza di Sibilla destinata a perdersi al vento. Il responso resta autoreferenziale, senza alcuna ricaduta sulla  didattica. Vana è l’attesa di proposte costruttive ad opera dei facitori di test. Abbiamo un istituto sartoriale che pretende di prendere le misure di un abito che non confezionerà mai. Si può supporre che la tanto denigrata Lucia Azzolina, nel sospendere le prove in discorso, lo avesse compreso.

L’espropriazione della didattica

La lacerazione non riguarda soltanto il Due del rapporto educativo. Concerne per l’appunto anche la pratica quotidiana dell’insegnamento. Le forbici sartoriali insistono nel ritagliare dalla didattica la valutazione, peraltro travestita da misurazione. Valutare invece  è un compito che spetta a chi insegna. Le obiezioni a questa asserzione sono note. Solitamente si sostiene  che i docenti sarebbero inclini a sopravvalutare gli studenti. Le loro valutazioni  risentirebbero di mancanza di scientificità. Sennonché  educare è un’attività più vicina all’arte che alla scienza. Nell’educatore rivive Pigmalione che innamoratosi della statua di Galatea la metamorfosa in persona vivente. E viene in mente la tematica del Doppio cara a Jacques Lacan.

La pretesa di una scientificità non falsificabile

Purtroppo la nostra è l’epoca che pretende di disfarsi dell’aura del mito in nome dell’esattezza scientifica. Ora non c’è dubbio che la scienza possa e debba dare un suo valido apporto a quella creazione artistica che è l’insegnamento. Non si vede però quale garanzia di scientificità offrano le cosiddette misurazioni mediante i test. Perfino coloro che accettano come validi i risultati delle prove accennano alle diverse riserve formulate su di essi, anche se indorano la pillola con un “nonostante ciò”. Intanto trascurano o ignorano ciò che fondamentalmente necessita per approssimarsi a una verità scientifica: affiancare a  un gruppo sperimentale un gruppo di controllo.

Trascurano o ignorano inoltre che la statistica non  è una scienza esatta.

Eppure, sostengono, è lampante la carenza delle  abilità linguistiche e matematiche in una percentuale drammaticamente rilevante di studenti soprattutto nella realtà meridionale. Ma rispetto  a quali livelli di abilità vengono sottoposte a misurazione queste carenze? Siamo sicuri poi che l’ambiente artificiale in cui i test vengono somministrati non influisca negativamente sulle prestazioni e che i risultati non siano inficiati da un preventivo rigetto di simili prove? Chi ci assicura infine che i test stessi siano confezionati a misura degli allievi con il dovuto riguardo a  ciascun grado di istruzione?

Sui danni dell’emergenza pandemica

È ormai di comune dominio che nell’emergenza pandemica la didattica a distanza ha condizionato negativamente l’apprendimento. La realtà esistenziale degli alunni ha risentito della mancanza della didattica in presenza. I rapporti interpersonali si sono allentati. In taluni contesti sociologici i danni si sono rivelati più rilevanti. Eppure anche qui si avverte un ritorno dell’identico. Come già in passato, non si è provveduto ad assicurare a tutti gli alunni la possibilità di usufruire di adeguate risorse informatiche. E nemmeno là dove queste risorse erano disponibili si è provveduto a una necessaria impresa: cominciare a stabilire ogni positiva connessione fra il virtuale e il reale. Ne consegue che tale inadempienza risulta nociva all’apprendimento.

In fondo, niente di nuovo sotto il sole, come osserva Alain Badiou.

Rimediare a un detrimento evenemenziale già implicito nel passato è compito che spetta alla politica. Questa ormai è subordinata all’economia o meglio alla finanza orientata al profitto. Inoltre, come evidenzia Francois Hartog, direttore della Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales parigina, in Chronos. L’Occident aux prises avec le Temps per le Edizioni Gallimard, oggi il progresso tecnologico è scollegato dall’idea di progresso dell’umanità. E pensare che il  tempo, il bene più prezioso di cui l’umanità possa disporre, viene sperperato in questo perpetuo presente.

Dall’incertezza alla trasgressione

Possiamo aggiungere che  viviamo nell’incertezza del futuro e che questa incertezza è propria della società industriale avanzata nel suo presente senza memoria. Ciononostante per la scuola si può e si deve fare almeno qualcosa, se non tutto. Si restituisca ai docenti la titolarità esclusiva della didattica e della valutazione, dualità inscindibile, ricorrendo sia ad appositi corsi di formazione in servizio che di preparazione ad esercitare la funzione insegnante. Tenendo presenti le lezioni di Edgar Morin sui saperi necessari per il futuro. E non ignorando la morale per disobbedienti di Michel Serres. La disobbedienza adolescenziale, di cui è stato profondo interprete Alberto Moravia, è drammatica.

Esiste però la possibilità di una disobbedienza costruttiva.

Si sente il bisogno di trasgredire nell’originario senso etimologico, praticando un andare oltre inteso come progettualità valoriale. Storicamente i detentori del potere hanno sempre temuto e represso questo voler andare oltre in senso positivo. Realtà storica che ha inciso sulla semantica della parola, connotandola negativamente. Si pensi ai sinonimi: disubbidienza, inadempienza, infrazione, inosservanza, ribellione, e così via. Invece vi è una trasgressione che ha valore etico. Quella che Alain Badiou esalta nel suo appello alla corruzione dei giovani in senso socratico. Come rivolta contro la società corrotta. Una società che teme l’alleanza fra la scuola e la protesta.

Riconoscere la relatività della valutazione

Nel dibattito sulle prestazioni deficitarie degli studenti in un momento dato sussiste una grave carenza. Manca una filosofia del divenire. Sia consentito riascoltare in proposito un filosofo della statura di  Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Ci si potrà chiedere come mai lui fra i tanti. Si dirà che i suoi erano altri tempi. Ci sono però verità che vanno oltre l’evento, ritornano valide in ogni contesto. Ricordiamo questo filosofo del divenire perché conobbe la scuola dall’interno quale docente e dall’esterno quale sovrintendente di tutte le scuole. Queste esperienze rendono importanti anche per noi i discorsi in cui tratta problemi educativi. Li troviamo riuniti in G.W.F. Hegel, La scuola,  a cura di Alberto Burgio e Livio Sichirollo, Editori Riuniti, 1993. In un  discorso del 1811 troviamo questa lezione pedagogica:

«La gioventù nella scuola è compresa nello sforzo; chi in essa rimane indietro ha ancor sempre dinanzi a sé la possibilità generale del miglioramento, la possibilità che egli non abbia ancora trovato il proprio punto di vista, il proprio peculiare interesse, ovvero che egli non abbia ancora raggiunto il momento nel quale quest’ultimo prorompa insieme a lui. Per converso talora un giovane dapprincipio si distingue e compie rapidi progressi nei primi rudimenti, epperò rimane indietro allorché subentra l’esigenza di andare più a fondo, e  somiglia alla roccia sulla quale il seme dapprima gioiosamente è germogliato ma è ben presto appassito; un altro, sovente, per lungo tempo appare simile a un seme non dischiuso, lento nel suo comprendere e nel suo progredire, un seme nel quale però tutto s’interra nel profondo mettendo radici tutt’intorno a lui sicché, poi, come in sol colpo, esso si schiude all’espressione e alla facilità. Il giudizio pronunciato nella scuola non può dunque essere qualcosa di compiuto, così come compiuto non è l’uomo che la frequenta […] Poiché, come il lavoro della scuola è esercizio propedeutico e di preparazione, così anche il suo giudizio è un pregiudizio; per quanto importante sia la presunzione che esso fornisce, non tratta tuttavia, quindi, di alcunché di definitivo».

Biagio Scognamiglio visto da esso

Gli studenti mostrano carenze a livello linguistico e in ambito matematico?

I docenti lo sanno da soli. Li si lasci lavorare. Siano liberi di gestire l’errore dell’allievo. L’errore ha un valore positivo. Basta con le grida di orrore che ritornano ciclicamente di fronte alla presunta impreparazione. Grida che poi restano sterili. Speriamo di non essere ancora costretti  a prendere a prestito da Friedrich Nietzsche l’espressione che sancisce l’eterno ritorno dell’identico, deprivandola dello spessore sapienziale e profetico del suo Zarathustra.

Timori per la scuola in pericolo e segnali di speranza

Incentivi a sperare non mancano del tutto. Ogni tanto anche sugli  organi di informazione affiorano interventi incoraggianti. Sul quotidiano “la Repubblica” del 18 luglio 2021 una lettera del docente Antonio Trillicoso è introdotta dal titolo “I test Invalsi non danno un quadro reale”. Antonio Trillicoso è un insegnante di scuola primaria con trentacinque anni di anzianità in servizio. Testimonia che “ragazzi bravissimi, eccellenti, di fronte alla Prova Invalsi a volte si fermano, si bloccano e i loro risultati finali certamente non rappresentano la loro reale preparazione”.

In pari data sul quotidiano “Il Mattino” un intervento di Adolfo Scotto di Luzio è introdotto dal titolo “Scuola orfana delle riforme demolita dai test Invalsi”. Adolfo Scotto Di Luzio insegna Storia delle istituzioni scolastiche ed educative, storia della pedagogia e letteratura per l’infanzia presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’ Università degli Studi di Bergamo. In questa occasione l’autorevole studioso afferma che “la spinta a considerare gli insegnanti come dei fannulloni analfabeti” rientra nell’intento di “estorcere ad un’opinione pubblica ammutolita dall’ingiunzione intimidatoria dei numeri, i famosi dati, un’ulteriore delega alla demolizione di ciò che resta della scuola pubblica repubblicana”.

Le responsabilità della politica e l’impresa degli insegnanti

La demolizione comincia a partire da uno sperpero di risorse da una parte e dai mancati finanziamenti alla scuola dall’altra. Un Ministro dell’Istruzione si dimise per l’insufficienza delle risorse da destinare alla scuola e all’università. Proviamo a leggere o rileggere un passo della lettera di dimissioni di Lorenzo Fioramonti, prescindendo da ogni simpatia partitica. Le motivazioni consistono nella constatazione che alla scuola continuano ad essere negate le necessarie risorse economiche. In sede politica si recalcitra di fronte alla necessità di un adeguato stanziamento di fondi per l’istruzione pubblica. Di qui la decisione del titolare di un così delicato dicastero:

“Mi sono impegnato per rimettere l’istruzione – fondamentale per la sopravvivenza e per il futuro di ogni società – al centro del dibattito pubblico, sottolineando in ogni occasione quanto, senza adeguate risorse, fosse impossibile anche solo tamponare le emergenze che affliggono la scuola e l’università pubblica”.

Alla luce di tutto ciò risulta lampante la difficoltà dell’impresa che gli insegnanti si trovano ad affrontare. Tanto più faticosamente in una perdurante emergenza pandemica.

Rivendicazione della dignità della funzione docente

Nessuna civiltà può sussistere senza il riconoscimento della dignità della funzione docente. Insegnare è un elemento consustanziale al propagarsi della vita di generazione in generazione. Formare gli esseri umani nell’evolversi delle loro età costituisce una nobile impresa. Istruirli richiede innanzitutto la capacità di intuirne la psicologia. Guai a non scongiurare  o addirittura a provocare nel discente un blocco psicologico. Quel blocco che il docente di scuola primaria citato in precedenza riconosce come effetto del trovarsi in uno stato di costrizione. Lo studente si sente costretto ad affrontare prove che limitano la sua libertà di apprendimento. Libertà  che solo nel rapporto con i docenti può essere valorizzata. Diversi fattori condizionano negativamente le prestazioni di chi è sottoposto ai test. Il tempo concesso per rispondere è come un letto di Procuste.

La creatività viene impedita e mortificata.

I test stessi, sottratti in partenza a verifiche,  sono non di rado mal formulati. Da tutto ciò discende una condizione di rigetto. Ben diverse sono le prestazioni degli studenti allorché collaborano con gli insegnanti a iniziative progettuali. Per quanto riguarda i processi di insegnamento-apprendimento della matematica e della fisica, Matmedia non manca di offrire esempi di risultati eccellenti conseguiti con queste forma di collaborazione. Si pensi agli elaborati discussi in sede di Esame di Stato. Per quanto riguarda lingua e letteratura italiana, ricordiamo  l’esempio di una lettera scritta  a Dante da un gruppo di studenti ben guidati in questa loro manifestazione creativa.

I lavori di gruppo producono risultati lusinghieri in tutte le discipline di studio. Quanto alla lezione frontale, anch’essa può avere un suo valore, se concepita in forma dialogica, ammettendo l’interazione con gli allievi desiderosi di porre domande e ottenere risposte. Dipende dal carisma del docente. A questo punto dovrebbe risultare chiaro in che modo l’Invalsi attuale arreca alla scuola il danno  riconosciuto da Adolfo Scotto Di Luzio. Invadendo i campi disciplinari con l’effetto di esautorare i docenti.

È tempo che siano i  docenti stessi  a rivendicare la dignità della loro funzione. Che è la dignità stessa del sapere affidato alla scuola come patrimonio dell’umanità.

 

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