La matematica dell’esame: un resoconto in itinere.

La matematica dell’esame: un resoconto in itinere.

La matematica dell’esame: resoconto in itinere di una quadratura da fare.

I

Far quadrare l’esame. Non l’esame di matematica. La matematica dell’esame. Nel senso che bisognava cercare di farlo quadrare. Quadratura particolarmente difficile in un clima di emergenza  qual  era quello di una pandemia planetaria.

Nuove modalità di svolgimento

Il Ministero dell’Istruzione propendeva per l’esame in presenza. Durata massima non più di un’ora per candidato. Presidente esterno. Commissione interna. Lo studente doveva discutere un elaborato sulle discipline d’indirizzo e un testo di italiano, analizzare materiale scelto  dalla Commissione, esporre esperienze relative alle competenze trasversali, mostrare conoscenza dei principii costituzionali. Valore della prova fino a 40 punti. Valore dei crediti scolastici fino a 60 punti. Si attendeva l’ordinanza. Gestazione travagliata. Finalmente il grande gaudio del lieto evento. Nonostante le residue incognite.

Cosa ne pensavano i docenti

Molti docenti erano perplessi sulle modalità di svolgimento dell’esame in presenza. Predominava il timore del contagio. In situazioni emergenziali si insisteva sulle ragioni di tutela della salute. Nemmeno un protocollo di sicurezza appariva rassicurante. L’imprevisto poteva essere comunque in agguato. Non mancavano però gli affezionati all’esame in presenza.

Cosa ne pensavano gli studenti

Alcuni studenti manifestavano perplessità analoghe a quelle dei docenti scettici sull’esame in presenza. Questo avrebbe messo a rischio la tutela della salute. Non solo. Sarebbero stati svantaggiati tutti coloro che per diversi motivi non avevano potuto fruire delle lezioni in linea. Di qui la preferenza per una valutazione da effettuare soltanto sulla base dei risultati scolastici conseguiti nel tempo. Altri invece all’esame in presenza ci tenevano come a un rito di passaggio all’età adulta.

Cosa ne pensavano i letterati

Un  poeta come Lello Voce era senza mezzi termini per la sospensione dell’esame. Lo scrittore Paolo Giordano propendeva per l’esame in presenza. Lo vedeva anch’egli come un rito iniziatico.  Esperienza unica e irripetibile sul piano affettivo.

 Cosa ne pensavano gli scienziati

Le scienze umane nel tempo si sono dedicate ad approfondire soprattutto le tematiche psicologiche che interessano candidati ed esaminatori. In frangenti del genere erano oggetto di attenzione gli effetti ansiogeni legati agli esami a distanza e gli effetti ansiogeni legati a quelli in presenza. I matematici erano più concreti. Per loro andava bene la discussione orale di un elaborato presentato dallo studente su tematica indicata dal docente. Magari concordata con lui, come nel mondo universitario.

II

Colmare una distanza

L’esperienza dell’esame in situazione di emergenza non va sprecata. Deve dare lo spunto per ripensare con serietà  il rapporto fra scuola virtuale e scuola reale. Si tratta innanzitutto di colmare una distanza. Bisogno avvertito da tanti. Interpretato da Alberto Asor Rosa su “la Repubblica”, 8 maggio 2020, con il commento “Scuola, elogio della classe”. Classe, non aula. Non aula vuota, ma classe piena. Classe nel senso di aula scolastica come luogo denso di emozioni. Seppure normalmente rimosse nell’inconscio, da dove possono riaffiorare alla coscienza a distanza di tempo.

Lezioni di esistenza

Per gli studenti diventati docenti, come nel caso del nostro italianista, la scuola è un “doppio transito”. Non solo “conoscitivo”, ma anche “esistenziale”. Gli attori dell’impegno scolastico in classe sono inseriti in un “sistema di rapporti”. È nella classe che questo sistema di relazioni interpersonali coincide con la vita. Alberto Asor Rosa apprezza gli sforzi, che dice eroici, dei docenti impegnati nel formare a distanza. Però non vorrebbe che la realtà virtuale finisse con lo svalutare o addirittura col soppiantare l’educazione in presenza. Senza la componente emotiva l’insegnamento  si riduce a mero cognitivismo.

La mente emotiva

L’emotività, studiata in origine dalla psicologia e della psicoanalisi, è divenuta poi oggetto di studio delle neuroscienze. Diversi ricercatori si dedicavano  da decenni all’argomento, portato poi alla ribalta da Daniel Goleman.  Si è andato consolidando il concetto di mente emotiva. Che si è esteso al campo pedagogico. In un recente testo di autori vari  edito da Aracne dal titolo L’emozione di educare Simona Perfetti si sofferma sulle “competenze empatiche”, Teodora Pezzano su “l’Altro e il riconoscimento”, Alessio Annino sulla “sfida educativa nelle e per  le emozioni” ovvero sulla “didattica umana”, Rosa Iaquinta su “relazione ed emozioni”,  Rosario Ponziano su “emozioni in rete”.

La dispersione  delle risorse

Bisogna riflettere seriamente sulla sorte dell’intelligenza in rete. Non sembra che la dispersione dei contenuti la favorisca. Dispersione dovuta alla proliferazione di piattaforme non istituzionali, alcune gratuite, altre a pagamento. Si aggiungono a quelle già sponsorizzate dal Ministero dell’Istruzione, Interviene anche la RAI con offerte contenutistiche in diversi orari nell’arco della giornata. L’Agenzia Spaziale Europea è fra gli enti solleciti a interessarsi degli affari scolastici. Non si sa quale possa essere il raccordo di questa abbondanza di materiali con i contenuti disciplinari di competenza dei docenti. Il sapere rischia di essere infranto, sminuzzato, sbriciolato, ridotto a un cumulo di mutili lacerti irrelati.

Di chi è la scuola

L’espressione “le mani sulla scuola” risale a tempo fa come denuncia dei pericoli dell’autonomia (Ambrisi-Scognamiglio in Nord Sud, 1998). Viene ripresa in Anna Angelucci-Giuseppe Aragno, Le mani sulla scuola. La crisi della libertà di insegnare e imparare, Castelvecchi, 2020. Lo scorso anno Anna Angelucci ha presentato a un convegno dell’Associazione Nazionale Docenti la relazione La scuola che vogliamo. Noi siamo con un ente che lancia il programma Teaching in FreedomEmpowering teachers. Cercate il documento tramite google.  L’ente citato è l’UNESCO.

Eravamo in  pensiero per l’OCSE-PISA. Ente che ritorna trionfalmente in campo. Ente inorridito di fronte alla  scarsa preparazione dei giovani italiani in materia finanziaria. Ritorna in mente un aforisma politico. Con la cultura non si mangia. È un aforisma incolto. Il pensiero va a Non per profitto di Martha Nussbaum.

Ormai cominciamo a chiederci di chi sia la scuola. Se sia ancora dei docenti sul campo.

L’infiltrazione strisciante

Nel fenomeno di annichilimento dei saperi non vuol far sentire la sua mancanza l’INVALSI. Approfittando dell’emergenza, offre le sue prove standardizzate per valutare le competenze acquisite con la didattica a distanza. Come segnala Rossella Latempa, detto istituto d’intesa con i banchieri si appresta ora  a colonizzare le scuole meridionali. Ne misurerebbe il rendimento classificandole in base ai test. Alberto Baccini e la stessa Rossella Latempa su roars.it forniscono un’ampia documentazione in proposito.  Intanto da noi un partito politico lancia un concorso per un progetto scolastico il cui premio sarà assegnato a chi sarà iscritto a una sua piattaforma.

Un documento scriteriato

L’elaborazione dei saperi spetta ai docenti, non ai presidi. Sennonché in proposito su indire.it leggiamo da parte di un gruppo di presidi un comunicato stampa  da cui stralciamo un passo:

“In ultimo chiediamo a chi urla ai quattro venti invocando la libertà di insegnamento, di informarsi bene. Il docente non è libero di insegnare oppure no. E nemmeno di scegliere cosa insegnare. Il docente si allinea al PTOF della sua scuola, si attiene alle Indicazioni Nazionali, organizza il suo lavoro in raccordo con i documenti della scuola in cui esercita il suo ruolo, e alle disposizioni che il Ministero emana […]”

Chi si esprime in tono bizzoso e iracondo palesa una certa frustrazione. Come si nota, ad esempio, in  questa frase: “Il docente non è libero di insegnare oppure no”.

Come se la libertà d’insegnamento potesse essere anche libertà di non insegnare.

Sullo scriteriato documento si veda ancora su roars.it Giovanni Carosotti in Didattica a distanza e libertà d’insegnamento. Un inquietante specchio dei tempi? Qui ci si limita a ribadire che i docenti insieme con gli studenti hanno il diritto e il dovere di dare il loro contributo, ove necessario,  alle prospettive di mutamento.

III

 Ritornando all’esame da far quadrare

 La precedente digressione mira a mettere in rilievo che un esame non può quadrare se è la scuola che non quadra. Rielaborare i saperi: questa necessità incombe. Fra le incombenze risalta quella di fornire criteri d’uso delle risorse informatiche. Usate senza che siano stati elaborati valide modalità d’uso. In Italia siamo in ritardo di decenni. Per usare un’espressione che dà il titolo a un’opera di  Tomás Maldonado, è urgente una “critica della ragione informatica”.

Statuti epistemologici ed esperienze in rete

 Nei sistemi scolastici è presente oggi una frattura. Manca un valido raccordo fra il world wide web e la scuola. Finora  i tanti esperti nominati in apposite commissioni non hanno fornito utili apporti. I saperi devono essere ripensati. Occorrerebbe un’operazione simile a quella di Michel Foucault (simile, non identica). Solo dopo tale ripensamento si potrà affrontare seriamente e costruttivamente il rapporto reale-virtuale.

Cosa significa esaminare

L’examen era  per i Romani l’ago della bilancia che consentiva di exigere,  pesare.  Si sa che esaminare  significa osservare, bilanciare, ponderare. In campo tecnico-scientifico, artistico, giudiziario, religioso, professionale, politico, burocratico. Nei campi coscienziale e relazionale. In campo scolastico.

Esaminando, si giudica. Sul piano esistenziale ognuno è sottoposto a continuo esame.

In campo formativo esaminare l’altro da sé comporta ricerca, esplorazione, avventura. Necessita di criteri e necessita di codici. Necessita di attrezzi emotivo-cognitivi. Ciò rinvia al contesto. Implica l’esaminarsi. Bisogna  chiedersi fino a che punto sia valido il sistema di convenzioni entro il quale si agisce. Altrimenti esaminare tende a configurarsi come mero esercizio di potere. Da parte di chi, sentendosi libero, è in realtà esecutore involontario di un potere altrui.

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