La mondanità della matematica

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La mondanità della matematica

La mondanità della matematica di tipo rustico si dirama e opera attivamente anche dove uno meno se lo aspetta. Appartiene al mondo o, forse,  è il mon

La mondanità della matematica di tipo rustico si dirama e opera attivamente anche dove uno meno se lo aspetta. Appartiene al mondo o, forse,  è il mondo intero che appartiene ad essa.

La matematica, come sapere istituzionalizzato, abita in accademie, palazzi, centri di ricerca, negli studi dei grandi addetti ai lavori. Significativo è l’avviso apposto da Platone, secondo la tradizione, di divieto di ingresso alla sua Accademia agli incompetenti di matematica.

Per sua e nostra fortuna, però, essa si dirama e opera attivamente e in maniera cogente anche per strada, nei vicoli, nei negozi, nelle botteghe, nei campi di calcio, nei giochi e negli intrattenimenti dei bambini (sia che vadano sia che non vadano a scuola), nelle campagne, negli ambienti marginali del sociale, nella quotidianità più ordinaria. Ecco: dove uno meno se lo aspetta. Essa appartiene al mondo o, forse, il mondo intero appartiene ad essa, sia nelle interpretazioni cosmologiche, sia nelle teorie del caos. Sotto tale aspetto essa è come il gioco, inquisito intus et in cute da Hans-Georg Gadamer, il maestro dell’ermeneutica moderna, nel suo più robusto e stringente trattato (Verità e metodo), secondo il quale “il soggetto del gioco non sono i giocatori, ma è il gioco che si produce attraverso i giocatori” (Das Subject des Spieles sind nicht die Spieler, sond das Spiel kommt durch die Spielenden ledigligh zur Darstellung).

In sostanza, dal punto di vista antropocentrico, è la storia e il reale, è l’uomo, che sono fatti per la matematica, perché essa si attivi e si ponga in essere, perché si squaderni e si dirami nelle fenomenologie dell’essere, non viceversa.

Bisogna guardare alla matematica non diversamente che a una “struttura inconscia”, per usare un’espressione cara a Enzo Paci, a un tessuto in filigrana che traspare in controluce dentro agli eventi, senza distinzioni gerarchiche fra i medesimi. In quanto tale, essa si declina, ovviamente in modi diversi, sia negli ambienti aulici, sia nel quotidiano più banale.

Chi scrive è molto interessato a osservarla nella quotidianità mondana, a livelli di inconsapevolezza.

A riscontro si riporta un insieme di appunti, suggeriti dalla memoria di un’infanzia trascorsa in un paesino dell’Irpinia nella seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso.

Il paesino si chiamava/si chiama Serra, perché era/è una delle tante Serre del Sud, ovvero del Mediterraneo. Gli abitanti erano prevalentemente, se non esclusivamente contadini, rigorosamente non alfabetizzati per oltre il 90%, e avevano a referente fondamentale la grande sapienza degli antenati, che loro con grande venerazione chiamavano “l’Antici”, riferendosi non tanto e non solo ai progenitori prossimi nel tempo, ma soprattutto ai prischi, a quelli dei primordi, che si erano trovati esposti a scenari e a fenomeni, tutti da interpretare, inventariare in memoria, affrontare per conviverci. Che non potevano fare riferimento a griglie culturali collaudate, ma dovevano viversi a rischio in diretta e con meraviglia la necessitata relazionalità col mondo e, darsene, se possibile, spiegazione, da trasmettere come una conquista alle future generazioni.

A Serra, in quegli anni del XX secolo, i numeri erano verificati e risultavano decisivi per tutto, sia riguardo al tempo in quanto al succedersi dei fatti che si venivano allineando non a mucchi, ma per scansioni verticali e per paletti ben piantati nel terreno, sia riguardo allo spazio in quanto ai problemi di un ubi consistam di ognuno. Nessuno escluso, in quanto la nostra condizione fondante è la terrestrità, insieme con l’acqua, l’atmosfera, il fuoco.

Che c’entrano lo spazio e il tempo con i numeri?

Lasciamolo dire ad Albert Einstein. “La connessione”, egli scrive, “tra i concetti e principi, da un lato, e i dati sensoriali dall’altro, viene stabilita attraverso l’atto del contare e del misurare” (Idee e opinioni, a cura di Carl Seelig). E, a Serra, il contare era il filo rosso per attraversare il reale e dialogare con sé e con gli altri.

Saper fare i conti era un’abilità essenziale per tutti, senza distinzione di sesso, di età, di sensibilità intellettiva. Maschi e femmine, su questo fronte, avevano i medesimi diritti e i medesimi doveri. Le donne, però, d’impulso della loro maggiore flessibilità e inventività, erano più dentro degli uomini, più duttili nella relazionalità col tempo e con lo spazio, più ricche di memoria.

Che cosa non sapevano e non memorizzavano le donne, per poi, a buon diritto e dall’alto dello zoccolo duro dei fatti concreti, chiedere i conti agli altri e innanzitutto ai propri familiari?

Erano di loro esclusiva competenza e conoscenza vari e specifici settori.

Tra questi, era il governo delle quantità e delle qualità di alimenti, di acqua, di grasso, di sale e di odori del cibo, che non si doveva scuocere e, possibilmente, doveva essere anche saporito. E qui il più e il meno nell’uso delle quantità, le moltiplicazioni e le divisioni per i membri della famiglia e per la durata di tempo del cibo stesso, il computo della qualità e della quantità di legna per la cottura del preparato, il numero degli strumenti sia grandi, sia minuti, sia di terracotta, sia di rame, sia di stagno che si dovevano impegnare e poi pulire e mettere a posto, la pulizia della cucina, delle posate, della tovaglia, proponevano calcoli tra loro intrecciati, da risolvere immediatamente sul campo, senza dormirci sopra.

Questo loro compito, già così oneroso e delicato, si intrecciava e si aggravava di un’infinità di ulteriori impegni, che dovevano essere assolti rigorosamente al femminile.

A chi altri si potevano assegnare la gestazione, l’allattamento, lo svezzamento, la cura dei figli, insieme con l’assistenza di un familiare malato o incidentato, giovane o anziano che fosse?  E questo non era tutto, perché l’allevamento dei polli e di altri animali da cortile, dei conigli, del maiale e dintorni, il rifornimento dell’acqua da bere per la famiglia da andare ad attingere a pozzi e fontane spesso lontani, il trasporto della legna per il fuoco, le pulizie dentro e attorno alla casa, il lavaggio dei panni dentro alle vasche, che loro chiamavano “pischère”, o in fondo ai canaletti che attraversavano i campi e sboccavano infine in un canale più grande e comprensivo o addirittura al fiume che non era sotto casa e dove spesso esse andavano prima che facesse giorno, avendo a punto di riferimento ‘a stella matutina, tutto questo e altro era incombenza unicamente delle donne, che dovevano simultaneamente, senza farsi pregare, dare anche prestazioni di figlie, di mogli, di madri, di custodi delle tradizioni e della professione della fede.

Quando c’erano lutti, feste, fidanzamenti e matrimoni, la buona riuscita era dell’intera famiglia, le carenze e i fallimenti, invece, erano attribuiti unicamente a loro, le donne, che erano il vero collante delle famiglie e della comunità.

Le donne, tra l’altro, erano di norma specializzate nella raccolta e nell’uso delle erbe medicinali, nella preparazione degli infusi, nella formazione entro le pareti domestiche delle nuove generazioni, nella conoscenza e nell’uso delle formule magiche a protezione della famiglia e della casa, nei canti, nelle filastrocche, nelle favole. Per sovrappiù, quando il marito o il padre erano impegnati in lavori esterni molto impegnativi, come l’abbattimento di un albero, lo scavo di un fossato, la zappatura di un fondo di terra, la risistemazione di una siepe, la costruzione di un muretto a secco sulla strada, la falciatura del grano maturo o del mais, la trebbiatura, la vendemmia, la raccolta del fieno, la raccolta delle patate, delle mele, delle pere, delle noci e nocciole, le donne, anche solo integrativamente, non mancavano di partecipare a tali operazioni.

In breve, erano esseri umani sul piano formale e istituzionale e stavano collocate nello spazio attraverso il loro corpo e la loro figura, ma oggettivamente erano dei robot con loro programmi e sequenze impegnati a contattare un flusso di altre vite, a essere in consonanza e dissonanza con le stesse, a modificare continuamente le equazioni per interventi non previsti di variabili maggiori e minori, a riprogrammarsi daccapo.

Erano congegni, anche senza che ne prendessero pienamente consapevolezza esse stesse, che funzionavano in una relazionalità mobile e dinamica col tutto, cioè con un aggregato di consistenze in dinamico movimento. Se le avessero potute osservare gli strumenti più perfetti ed evoluti nel campo delle tecnologie dell’inserimento e della memorizzazione dei dati e dello scioglimento veloce dei calcoli del nostro tempo, certamente avrebbero esclamato:

“Mamma mia, che perfezione! Noi stiamo, purtroppo, arrivando in ritardo su di loro”.

I maschi erano pure loro dei congegni, ma le donne non riuscivano a vederli sotto tale aspetto.

Esse, piuttosto, erano impressionate dalla loro animalità. Dicevano:

“Sulo i fierri li mancheno, ma megghio accussì, ammacaro no scasseno e lenzola a la notte”.

Anch’essi erano presi in una girandola di prestazioni e di accaniti conteggi, ma erano protetti da un ombrello di specializzazioni nelle relazionalità esterne e negli impegni di lavoro, dove alcuni, chissà per quale malaugurio o formula magica dettata da loro nemici, si incidentavano, si schiacciavano un dito, si cecaveno nn’uocchio. Erano, dovevano essere, dei prodotti primordiali nei rapporti con tutti gli altri, ma anch’essi funzionavano da computer, che si meravigliavano di sé e aspettavano che anche gli altri fossero presi da rispetto e meraviglia per loro. Se non lo facevano le persone, si attendevano che almeno i cani, i serpenti, le piche selvatiche, che erano in loro compagnia nel corso del giorno, riparassero, con i loro omaggi, alla distrazione o all’invidia della gente.

I bambini, i ragazzi, i giovanissimi venivano intravisti o sospettati che presto sarebbero cresciuti e sarebbero diventati nuovi soggetti sociali, ma per il momento non c’erano vie di uscita: erano tutti tenuti a introiettare e a fissare per sempre, magari per l’eternità, come incisi su tavole di pietra, proverbi, sequenze di processi operativi, modi di fare i conti. Se, a sfida, opponevano rifiuti tassativi e totali, dovevano essere domati come puledri di allevamento. Potevano assaggiare perfino ‘e bbescegliate (frustate, che sollevavano sulla pelle vescichette piene di acqua che dolevano e che bruciavano).

In pratica, la comunità era tenuta insieme, non solo dalla lingua materna e dai sapidi detti, dalle consuetudini, dai rapporti di parentela, di comparato, di amicizia, di vicinanza, ma anche dalle griglie di dati e di conoscenze dei processi biologici, atmosferici, idrogeologici e… dal sapere/dovere tutti fare i conti in famiglia e fuori.

I numeri, qui, erano i signori della scena, riguardo a confini territoriali, a costruzioni, a pergolati, a pendule e selvatiche balze che in genere disegnavano e assicuravano il terreno a terrazzamenti, a prodotti agricoli da vendere o da comprare, a irrinunciabili medicine da acquistare. Quanto essi incombessero sul loro immaginario, era riscontrabile nel gran numero di locuzioni e di proverbi in circolazione. Particolarmente significativo era il fatto che il lemma, che li connotava, avesse acquistato il prestigio di essere adoperato con valore simbolico e magico.

La locuzione era: “So nnùmmiri” con un ampio spettro di significati.

Poteva voler dire “son cose inaudite”, “sono modi di dire e di pensare fuori dell’ordinario”, “sono accadimenti, che inducono meraviglia e sospensione di giudizio”, “sono episodi memorabili”, “sono messaggi magici da decrittare, per ricavare dalla cabala i numeri da giocare al lotto”. I numeri, poi, se ricorrevano nei sogni e uno se li ricordava al mattino, solo i fessi se li lasciavano scappare, perché chi aveva senno, senza neppure dirlo in famiglia, correva presto a puntarci sopra alla lotteria. Ogni numero, poi, aveva una sua alonalità suggestiva in positivo o in negativo, a cominciare da uno in su, e anche da meno di uno. La locuzione, ad esempio, “miezzo miezzo” (letteralmente “metà e metà”) indicava uno stato di salute e di forze non adeguato ai bisogni e ai lavori da affrontare: es, “mmi sento miezzo miezzo”, che voleva dire “mi sento privo di forze, tagliato fuori dalle prestazioni di lavoro”. I numeri, poi, si distinguevano in simpatici, in antipatici e in jettatorii, che già solo a sentirli nominare, uno doveva toccare ferro o fare altri riti apotropaici.

Il numero sciagurato per eccellenza era il diciassette:

se si poteva evitare anche solo di sentirlo in circolazione, era un guadagno. Il tredici era un numero double face: nel caso che uno si trovasse in gruppo, doveva badare a che questo non fosse assolutamente composto di tredici unità, perché ciò comportava lutti e sventure, soprattutto per il tredicesimo componente. Tredici, di contro, acquistava ben altro rilievo nella locuzione: “Ti si’ miso ‘ntririci”, che significava “ti sei messo a giudicare e a pontificare da una posizione a te comoda, ma estranea e illegittima rispetto alla realtà ordinaria”. Qualche locuzione e ce n’era più di una, rievocava eventi eccezionali accaduti nel passato. Tale era, ad es., “qqua sta succerènno ‘o Quarantotto”, a ricordo del 1848, un anno pieno di sconvolgimenti e di sussulti rivoluzionari in tutta l’Europa. Uno era il più indifeso e ingenuo dei numeri ed esposto a rilievi mordaci e talora aspri.

Non si va oltre, per il rispetto dell’economia della nota, altrimenti ci vorrebbe un libro.

Ma non si può concludere il discorso semplicemente su un registro di delibazioni di aspetti folclorici. Non ci si può non chiedere che rapporto hanno questi tratti del reale affidati a essenziali accenni. Certo, si tratta di accenni del tipo mordi e fuggi, che però non sono delle amenità di intrattenimento di lettura o di ascolto. Si vuole, invece, suggerire spunti di riflessione su questioni più vaste, che si collocano sullo sfondo.

La prima concerne eventuali concordanze con situazioni analoghe, presenti e storicizzate nel mondo. Ecco, questa matematica mondana in stile rustico fin qua interrogata è un simpatico unicum nella storia, o invece non è che una sfaccettatura di una realtà complessa che abbraccia tutte le comunità e tutte le culture del nostro pianeta? Esse, come ha documentato l’antropologia moderna e come si sono chiesto e stanno chiedendosi in ambiti di ricerca cognitivistica, epistemologica, biologica, linguistica, presentano fondamentali concordanze di funzionamento non solo fra culture vicine, ma anche tra quelle lontane di cui non si hanno reciproche conoscenze.

Su questi aspetti fa osservazioni molto pertinenti e significative M. Merleau-Ponty ne La prosa del mondo, l’ultimo suo lavoro purtroppo lasciato incompiuto.

Renato Carpentieri legge Piscopo

La seconda e più vasta questione è quella di considerare se, oltre alla decisiva relazionalità della matematica con la civiltà e la storia umana, non esistano matematiche che agiscono situazioni e comportamenti nel mondo extraumano, dai mammiferi agli insetti, e, più in là, dagli alberi alle erbe, dai funghi a quella realtà biologica che si colloca ai confini tra il biologico e il non biologico. Come si fa a negare una tale presenza, di fronte a clamorosi riscontri, come quelli del mondo ingegneristicamente perfetto delle api, agli scambi di informazioni in itinere tra formiche che vanno e formiche che vengono dal lavoro, alle trasmissioni culturali fra le generazioni dei delfini, ai miracoli delle costruzioni delle dighe sui grandi fiumi da parte dei castori, delle geometrie perfette che regolano il volo degli uccelli?

Se si guarda oltre i confini dell’antropocentrismo e del biologico, altre ed eccitanti frontiere si aprono alla scoperta dell’intelligenza e dei sistemi matematici, nell’osservazione delle pietre, delle acque, della realtà extraterrestre, del microcosmo.

Afferma giustamente Einstein che tutta l’intelligenza umana è una piccolissima cosa al paragone con l’intelligenza dell’universo, in cui hanno creduto Keplero, Newton, Galilei e altri grandissimi ricercatori.

NOTE

La mondanità di tipo rustico è già apparso in Periodico di Matematiche n.2/2018
Il testo fu letto il 16 maggio 2018 dall’attore Renato Capentieri in occasione della giornata “Matematica e Cultura” celebrata al Palazzo Reale di Napoli. Vedi Mathesis

Vedi: Futurismo e Matematica

 

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