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La scuola di Pitagora

Le norme e gli ordinamenti della scuola di Pitagora. L’importanza di imparare a tacere e ascoltare. La differenza tra matematici e fisici.

Nell’articolo La sacra serie dei primi quattro numeri v’è un cenno alla scuola di Pitagora e a quanto ne scrisse Aulo Gellio (125?-180?) nelle sue Noctes Atticae. Per soddisfare coloro che, incuriositi, hanno chiesto di saperne di più, si fornisce, nella traduzione di Biagio Scognamiglio,  il testo del libro primo, IX, 1-12, avente ad oggetto: La regola e l’ordinamento della scuola pitagorica e il periodo di tempo prescritto e osservato per imparare restando in silenzio.

Testo latino tratto dal sito: The latin library

Si tramanda che la metodologia stabilita da Pitagora e proseguita ad opera dei suoi seguaci e continuatori nell’accogliere e nel formare i discepoli sia stata la seguente. In via preliminare il maestro “riconosceva la natura” degli adolescenti che si erano recati da lui per apprendere, nel senso che si impegnava a comprendere l’indole e il modo di comportarsi dei singoli individui con una sorta di congettura basata sulle caratteristiche del loro linguaggio e del loro sguardo nonché sull’intero aspetto e portamento corporeo di ciascuno.

Dopo di ciò, una volta esaminato a fondo e ritenuto idoneo un dato aspirante, stabiliva che questi fosse accolto subito fra i discepoli e restasse ad ascoltare in silenzio le lezioni per un determinato periodo di tempo: la durata del periodo non era uguale per tutti gli ammessi, ma diversa in ragione della stimata predisposizione di ciascuno ad acclimatarsi. Chi era tenuto a restare in silenzio doveva limitarsi ad ascoltare le cose dette dagli altri, senza che gli fosse consentito di porre domande, qualora non avesse ben compreso qualcosa, o di prendere appunti su ciò che aveva udito. Ciascun discepolo era obbligato a restare in silenzio per non meno di due anni. I discepoli, nel periodo in cui dovevano limitarsi a tacere e ascoltare, erano denominati “uditori”.

Quando poi avevano imparato le cose più difficili di tutte, ascoltare e tacere, ed erano ormai iniziati al silenzio, iniziazione denominata “riserbo”, solo allora avevano facoltà di parlare e porre domande, annotare le cose che avevano ascoltato, esprimere le proprie personali opinioni. Giunti a questo stadio della loro formazione, erano detti “matematici”; nome derivante, beninteso, da quelle discipline che avevano ormai cominciato ad apprendere e approfondire, poiché gli antichi Greci usavano il termine “matémata” per indicare la geometria, la gnomonica, la musica e le restanti discipline di simile livello (invece volgarmente sono chiamati “matematici” coloro che sarebbe più appropriato definire “Caldei” con riferimento alla loro origine etnica). Successivamente, corroborati da questi studi scientifici, procedevano ad indagare a fondo i modi di funzionare del mondo e i principii della natura e solo allora venivano denominati “fisici”.

Il nostro Tauro, dopo aver dato queste notizie su Pitagora, aggiunge: «Sennonché costoro, che all’improvviso si incamminano con i loro piedi sudici verso la filosofia, non basta ora che siano del tutto sprovvisti di capacità teorica, di senso artistico, di conoscenze geometriche, ma addirittura  pretendono di stabilire la regola in base alla quale i discepoli debbano apprendere. Uno dice: “Innanzitutto insegnami questo”. Dice un altro a sua volta: “Voglio imparare questo e non quello”. Un altro ancora è smanioso di cominciare dal Simposio platonico perché allettato  dalla baldoria di Alcibiade. Ed eccone ancora uno che brama invece di cominciare dal Fedro per via dell’orazione di Lisia …  Per Giove! – esclama Tauro – C’è perfino chi esprime il desiderio di leggere Platone non per abbellire la propria vita, ma per imbellettarsi il linguaggio e l’eloquio,  né per diventare più misurato, ma più faceto”».

Queste cose era solito esternare Tauro, confrontando i novelli seguaci dei filosofi con i Pitagorici del tempo andato. E non bisogna trascurare anche un’altra cosa, cioè il fatto che tutti, non appena erano stati accolti da Pitagora in quell’apparato disciplinare, mettevano in comune i loro averi familiari e il loro denaro: veniva così a  stringersi un sodalizio inscindibile, come lo era l’antico consorzio che nel linguaggio del diritto romano veniva definito “patrimonio indiviso”. Aulus Gellius, Noctes Atticae, I, IX, 1-12

 

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