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La scuola nello specchio del ministro Bianchi

Il reale e il virtuale nelle riflessioni allo specchio del ministro Bianchi. Occorre veramente cambiare la scuola per cambiare il Paese o sarebbe anche giusto pensare il viceversa? Eppoi è davvero possibile conciliare economia e pedagogia?

Premessa
Patrizio Bianchi succede a Lucia Azzolina come Ministro dell’Istruzione nel Governo presieduto da Mario Draghi. L’avvento di un nuovo Ministro nel delicato settore suscita nuovi interrogativi. Si è in attesa di constatare se alle dichiarazioni di intenti seguiranno azioni concrete e risultati lusinghieri.

L’autore

Nel curriculum del neoministro risaltano dati significativi. La sua è una carriera fra economia, pedagogia e politica. Ecco alcune referenze. Professore ordinario di Economia applicata. Titolare della Cattedra Unesco in Educazione, Crescita e Uguaglianza. Direttore scientifico della Fondazione Internazionale Big Data e Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo Umano. Assessore a Scuola, Università e Lavoro in Emilia-Romagna.  Coordinatore del Comitato degli Esperti presso il Ministero dell’Istruzione. Nell’atto di insediarsi dichiara che Lucia Azzolina, alla quale subentra, ha fatto un buon lavoro. Perciò si  ripromette di continuare il lavoro di lei. Dovrà affrontare intanto una drammatica emergenza educativa. L’assetto dei processi di insegnamento-apprendimento risulta sconvolto dalla pandemia.

Il titolo

Patrizio Bianchi vede la realtà di un Paese rispecchiarsi nella sua scuola. Una scuola deficitaria è l’immagine riflessa di un’Italia in difficoltà. In primo piano si palesa il deficit dello sviluppo. Qualsiasi iniziativa orientata alla crescita economica deve trovare il suo fondamento nell’educazione. C’è un nesso fra scuola e ricchezza. Quanto più debole è il nesso, tanto più aleatorio è il superamento di fasi di stagnazione e recessione.

Autoritratto allo specchio di Escher

La terminologia

Il pensiero del Ministro si riflette nelle particolari caratteristiche terminologiche del testo. Sono  ricorrenti alcune parole chiave. Il campo lessicale presenta termini sia economici che pedagogici. L’autore presenta la sua visione come antitetica al fordismo. L’ideologia è quella del Comitato degli Esperti da lui coordinato. Bisogna affrontare il cambiamento rapido, tumultuoso, vertiginoso di questa era della globalizzazione e della digitalizzazione in modo tale da essere umanamente all’altezza della nuova rivoluzione industriale.

Dettato costituzionale e situazione reale

Dalla Costituzione della Repubblica italiana discende un’esigenza di solidarietà indispensabile per il futuro della nazione nel contesto europeo. Purtroppo il tempo della scuola è in ritardo su quello dell’economia e lo è anche su quello della necessaria coesione sociale. L’Italia unita resta un ideale. Nella realtà si assiste all’atavica spaccatura fra Nord e Sud. Il Mezzogiorno è svantaggiato dai tagli all’istruzione. Lo svantaggio meridionale comporta un ritardo nella crescita economica. Per superare il ritardo occorre mobilitare le energie giovanili. Mobilitazione che deve avvenire per l’appunto a partire dalla scuola. La situazione non è facile da gestire. La scuola dell’autonomia entra in rapporti controversi col centralismo statale. Aggiungiamo che la burocrazia è un fattore di complicazione.

I dati statistici

La trattazione dell’autore si basa su una cospicua messe di dati statistici. Ad esempio, dal Rapporto Istat 2020 si desume che nel contesto europeo l’Italia sarebbe all’ultimo posto in classifica per livello d’istruzione. Risaltano nei grafici a corredo risultati deficitari che riguardano la povertà educativa, la scarsa percentuale di laureati, la dispersione scolastica, non solo esplicita, ma anche implicita, quest’ultima riguardante i soggetti scolarizzati ma privi di competenze, per non dire poi di coloro che risultano assenti sia nel mondo del lavoro che nel campo dell’istruzione:  NEET –  Neither in Employment nor in Education and Training. La situazione è complicata ulteriormente dal fatto che alla povertà educativa si aggiunge la povertà materiale di milioni di famiglie.

Lo specchio magico nella favola di Biancaneve

La transizione scuola-lavoro

La transizione dalla scuola al lavoro è un problema cruciale. Il sistema dell’alternanza non ne rappresenta la soluzione. Lo studio deve essere propedeutico e funzionale all’inserimento nel contesto lavorativo. Necessita in proposito uno studio orientato. È da chiarire il  rapporto fra tempo della scuola e tempo dell’industria. Si attendono programmi di inserimento lavorativo gestiti dalle imprese. Bisogna ovviare alla  mancanza di una formazione professionale all’altezza dei tempi. La nostra scuola è come un “ascensore immobile”.

Di fronte alla complessità dei problemi economici su scala mondiale non si può non provare un senso di smarrimento. Di qui deve però scaturire un rinnovato slancio, al quale può giovare la consapevolezza dei limiti derivanti da un’eredità storica per diversi aspetti inadeguata. Si rende necessario un patto educativo di comunità con il coinvolgimento del territorio per una “scuola oltre la scuola”.

L’inquadramento storico

L’excursus storiografico dell’autore parte da Platone, per mettere in rilievo come fin dall’antichità classica si sia posto il problema di educare in funzione della selezione. Successivamente si è affiancato ad esso il problema dell’alfabetizzazione di massa, allorché all’elitarismo classico è venuta ad aggiungersi la necessità religiosa di raggiungere la totalità dei fedeli. Queste due tendenze vanno considerate in rapporto al sistema economico in cui vengono a affrontarsi. Con l’avvento del capitalismo è balzata in primo piano la questione della ricchezza delle nazioni, facente capo ad Adam Smith. L’autore lo cita. Non cita però Karl Marx. Così la nozione di “capitale umano” rimane ambigua. Gli individui sono mere risorse per l’industria o il capitale può essere umanizzato?

C. W. Eckersberg, Donna allo specchio, 1841

Storia della scuola italiana

L’autore procede ad accennare alla storia della scuola italiana a partire dal Regno d’Italia, ripercorrendo le tappe segnate dalla Legge Casati, dalla Riforma Gentile, dalla Carta Bottai, fino a giungere alla legislazione dell’Italia democratica, culminante nella Legge 107/2015. Ripensare questa materia significa rendersi conto di quanto il destino della nostra scuola sia condizionato da provvedimenti inadeguati. In realtà è la scuola che si rispecchia nel suo condizionamento sia politico che burocratico. Di pagina in pagina aumenta la sensazione del coinvolgimento della scuola in un gioco di specchi.

L’argomento può essere approfondito ricorrendo a Nicola D’Amico, Storia e storie delle scuola italiana. Dalle origini ai giorni nostri, Zanichelli, 2010. Si veda anche  Stefano D’Errico, La scuola distrutta. Trent’anni di svalutazione sistematica dell’educazione pubblica e del paese, Mimesis, 2019. Su questo sfondo risalta ancor più l’estrema difficoltà dell’impresa alla quale il Ministro si è accinto.

Acronimi e anglismi

Secondo una moda invalsa ormai dappertutto non mancano nel libro gli acronimi e gli anglismi, che conferiscono una patina di scientificità al discorso programmatico. Pensiamo al già citato NEET – Neither in Employment nor in Education and Training. Pensiamo  al CAMPUS: Computer-Coding-Arte-Musica-Polis-Sport e pensiamo agli ambiti di formazione STEM – Science-Technology-Engineering-Mathematics. Notiamo la necessità di soft skills ovvero di competenze da acquisire su piani diversi da rendere complementari. Purtroppo creare un acronimo o ricorrere a un anglismo risulta abbastanza agevole. Il difficile è organizzare i tracciati da percorrere per conseguire gli obiettivi. Ci si trova da un momento all’altro di fronte a divergenze e divaricazioni. Scegliere la giusta direzione risulta aleatorio.

Persona e sviluppo

Come già detto, l’autore rifiuta il fordismo. Riconosce che non si tratta soltanto di formare i lavoratori in quanto addetti al sistema produttivo. La scuola ha anche un compito di formazione politica. Dalla scuola devono provenire gli esponenti delle future classi dirigenti. Alla scuola compete soprattutto la formazione della persona inserita nella comunità. Non mancano perciò i richiami ad autori quali Martha Nussbaum e Amartya Sen. La filosofa Martha Nussbaum è autrice fra l’altro di Not for Profit. Why Democracy needs the Humanities. Il titolo è di per se stesso eloquente. La ricerca del profitto in un regime democratico non è lo scopo preminente. Gli studi umanistici non devono essere trascurati. Il loro incremento è necessario.

La democrazia ha bisogno di umanesimo. Martha Nussbaum ha collaborato fra l’altro con l’economista Amartya Sen, insieme col quale ha fondato la Human Development and Capability Association. Patrizio Bianchi si ricollega a questi benemeriti studiosi nel rifiutare ogni forma di mero utilitarismo in economia. Resta però irrisolto l’interrogativo fondamentale: come sarà possibile conciliare lo sviluppo della persona umana con lo sviluppo economico? Il quadro futuro non appare confortante, ora che l’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse si trova immerso e sommerso nella modernità liquida di Zygmunt Bauman.

Edgar Morin nato a Parigi nel 1921

Saperi per il futuro

Patrizio Bianchi non cita Edgar Morin, al quale si deve una importante ricerca metodologica intesa a chiarire la conoscenza della conoscenza. Sulla base di quello che è stato definito pensiero complesso Edgar Morin mostra la necessità di una riorganizzazione dei diversi saperi specialistici fra loro scollegati. Passando poi dal piano epistemologico al piano pedagogico, giunge a delineare i tratti formativi occorrenti per giungere  alla “testa ben fatta” dell’allievo.

Nel 1999 l’UNESCO ha pubblicato la sua opera Les sept savoirs nécessaires à l’education du futur, edita in prima edizione italiana  nel 2001 col titolo I sette saperi necessari all’educazione del futuro per i tipi di Raffaello Cortina Editore. Per quest’opera egli si è avvalso delle osservazioni di docenti universitari e funzionari internazionali su scala planetaria. Occorre scongiurare la cecità della conoscenza che induce all’errore e all’illusione, attenersi ai principii di una conoscenza pertinente, insegnare la condizione umana, l’identità terrestre, la comprensione, affrontare le incertezze, produrre una “antropo-etica”. Scrive Edgar Morin:

“A partire da ciò si profilano le due grandi finalità etico-politiche del nuovo millennio: stabilire una relazione di reciproco controllo fra la società e gli individui attraverso la democrazia; portare a compimento l’Umanità come comunità planetaria. L’insegnamento deve non solo contribuire a una presa di coscienza della nostra Terra-Patria, ma anche permettere che questa coscienza si traduca in volontà di realizzare la cittadinanza terrestre”.

Cultura e incultura

 Alla luce delle finalità evidenziate da Edgar Morin dovrebbe ben risaltare l’arretratezza dell’impianto curricolare della scuola italiana. Invece di ammodernarlo, si procede verso l’arretramento culturale. Una incultura della valutazione insiste su presunte competenze da accertare mediante asfittici test. Non si comprende come la “solida formazione matematica” e  la necessaria “alfabetizzazione digitale” invocate dal Ministro possano essere assicurate da tale incultura. Il Ministro non si sofferma abbastanza sulla spaccatura fra i cosiddetti competenti funzionali all’industria e i presunti incompetenti desiderosi di assicurare pieno sviluppo alla persona umana. Così la risorsa più preziosa, costituita dal tempo umano che scandisce l’esistenza, va incontro allo spreco. Per giunta la situazione risulta aggravata da una pandemia che arreca ulteriori danni per lo sperpero aggiuntivo di tempo. Ne derivano carenze che rischiano di diventare irreparabili, se non lo sono già diventate.

Diffidenza e speranza

Alex Cortazzoli sul sito ilfattoquotidiano.it il 13 febbraio 2021  pubblica l’articolo Caro ministro Bianchi, non mi fido di lei ma mi smentisca! Il neoministro è davvero in grado di conciliare economia e pedagogia? Il giorno dopo sul medesimo sito il discorso prosegue con l’elenco di “alcuni punti cardine” individuati in  Nello specchio della scuola: “la povertà educativa; un piano nazionale contro la dispersione scolastica; la valorizzazione degli Its; l’educazione digitale; l’autonomia scolastica”. A questo punto è lecito chiedersi in quale misura la politica sia davvero in grado di soddisfare simili attese,  se non si affida all’eroismo degli educatori, raramente assecondato a livello governativo.

Cambiare la scuola per cambiare il Paese o viceversa?

Nella quarta di copertina del volume esaminato leggiamo:

“Ripensare il sistema scolastico per cambiare il Paese. È tempo di investire in educazione, non solo per superare l’emergenza Covid, ma per guardare oltre, per ritrovare quel cammino di sviluppo che sembra essersi perduto nei lunghi anni in cui hanno prevalso individualismo e populismo e che deve fondarsi sui valori definiti nella nostra Costituzione. Il nuovo secolo della connessione continua ha bisogno di cittadini portatori, oltre che di contenuti, di creatività, lavoro di squadra, capacità di astrazione e di sperimentazione, senso di orientamento per poter navigare in mari aperti. La scuola deve rispondere a queste esigenze e muoversi, insieme al Paese, nel senso di marcia di uno sviluppo inclusivo e sostenibile”.

Ma nel momento attuale non è piuttosto la politica a dover rispondere alle esigenze della scuola? Risulta indispensabile uno sforzo congiunto, in  cui il maggior vigore è richiesto alla politica. In definitiva, sembra di poter asserire che la fisionomia del Paese, prima ancora che nello specchio della scuola, si rifletta nello specchio della politica. È in questo specchio che attendiamo di contemplare se e come il sistema sia in grado di assecondare il progetto di contrasto alla povertà educativa proclamato dal Ministro.

 

 

 

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