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Lettera di uno studente sulla scuola

Il settimanale L’Espresso pubblica la lettera di uno studente del Liceo Tasso di Roma: Cari Prof, così non va.

La lettera è un atto di accusa. Più propriamente, un J’accuse.

J’accuse è la reiterata, insistente, incalzante anafora con cui lo scrittore Émile Zola nel 1898 dalle colonne del giornale L’Aurore, rivolgendosi all’allora Presidente della Repubblica, scagliò una veemente accusa contro i persecutori  di Alfred Dreyfus, ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito Francese, accusato a torto di connivenza col nemico e poi riabilitato in seguito  alla revisione del processo. Che lo studente abbia preso a modello proprio quell’accusa agli accusatori risulta evidente da un raffronto del suo testo con quello di Émile Zola.

Ecco l’incipit dello scrittore:

“Monsieur le Président,
me permettez-vous, dans ma gratitude pour le bienveillant accueil que vous m’avez fait un jour, d’avoir le souci de votre juste gloire et de vous dire que votre étoile, si heureuse jusqu’ici, est menacée de la plus honteuse, de la plus ineffaçable des taches ?”

Questa captatio benevolentiae riecheggia, sebbene in forma attenuata, nell’incipit dello studente:

“Egregio Dirigente,
permette a me in quanto studente e, se non altro, a tanti altri miei coetanei di darci pensiero per un sistema scolastico ormai anacronistico?”

Ecco la conclusione della lettera dello scrittore:

“Veuillez agréer, monsieur le Président, l’assurance de mon profond respect.”

E lo studente  in modo analogo conclude:

“Vogliate gradire, Egregio Dirigente Scolastico, l’assicurazione del mio profondo rispetto.”

Perché lo studente si è rivolto al suo Preside, che d’altronde rappresenta ogni Preside, per le sue lagnanze?

Evidentemente ha ritenuto non tanto di doverlo avvisare dell’iniziativa di rendere pubbliche le sue critiche, quanto di doverlo informare di avere deciso di divulgarle senza avanzare alcuna richiesta di permesso, della quale peraltro non c’era alcun bisogno. Inoltre l’allocuzione al Preside adombra il proposito di rivolgere le accuse a tutti coloro che rivestono incarichi decisionali nell’ambito scolastico, a partire dal Ministro dell’Istruzione, al cospetto dell’opinione pubblica. Le tematiche su cui lo studente si sofferma, mettendo in risalto con quanto scarsa efficacia siano state finora affrontate, sono ben note: difficoltà nei rapporti coi docenti; inadeguatezza dei programmi; confusione nelle valutazioni; mancati investimenti nell’edilizia scolastica; carenze nell’organizzazione degli spazi educativi; scollamento fra scuola e lavoro, non risolto, ma aggravato dall’infelice alternanza.

Seguono le accuse.

A quei docenti pronti a mostrarsi superiori, a punire, a preoccuparsi dei programmi e dei voti e non degli studenti come persone, invece di essere pronti ad esercitare “l’enorme potere sociale che tengono fra le mani” e ad opporsi al “disfacimento dell’istituzione di cui sono i maggiori rappresentanti”. Ai politici per non aver mostrato mai un  reale interesse per l’istruzione e per i giovani, per voler insistere nel modificare un esame di maturità ormai inutile, anzi d’intralcio, nel momento in cui gli studenti si preparano agli studi  universitari o vanno alla ricerca di  un lavoro, per non saper programmare investimenti a beneficio del personale scolastico, per essere in ritardo sull’ammodernamento dei programmi e sul miglioramento delle metodologie valutative, per il loro “fare continua propaganda su noi giovani e sul tema dell’istruzione, spendendo parole vuote, incapaci di presentare un’idea di scuola che sia sociale e attuale”.  All’opinione pubblica per il mancato rispetto dovuto ai docenti. Agli studenti stessi individuati come corresponsabili del degrado.

Nel giovane autore della lettera vive uno spirito cartesiano.

Le sue due pagine sono dense di idee chiare e distinte. Si oppongono alle complicazioni di cui si vantano quanti prospettano mirabolanti riforme non per il bene della scuola, ma per soddisfare la loro vanagloria e assecondare più o meno intenzionalmente altri interessi, ostentando competenze che non posseggono. Mostrano che nella scuola ci sono ancora sacche di resistenza da cui provengono segnali di una vitalità che si sarebbe tentati di dire eroica,  decisa com’è ad opporsi allo scempio della cultura.

Questa volta è un giovane studente a impartire agli adulti una lezione.

Sono soltanto due pagine, ma valgono più di tomi e tomi di logorroiche e controproducenti disquisizioni propinateci da sedicenti esperti financo di rango accademico. Émile Zola non visse abbastanza per vedere l’assoluzione di Alfred Dreyfus. Il nostro studente procederà invece, per citare Pierangelo Bertoli, “con lo sguardo dritto e aperto nel futuro”. L’auspicio è che, dato bando alle chiacchiere, in sguardi come il suo  cominci una buona volta a specchiarsi la scuola.

Per il testo integrale della lettera cliccare sul seguente link:

Lettera studente

ALTRI RIFERIMENTI:

Cari professori è vero che così non va?

 

Autore

  • Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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