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Lo zoo dei matematici

Recensione all'articolo di Piergiorgio Odifreddi Lo zoo dei matematici (la Repubblica del 13 Giugno 2000)     Perché Piergiorgio Odifreddi ha usato

Recensione all’articolo di Piergiorgio Odifreddi
Lo zoo dei matematici
(la Repubblica del 13 Giugno 2000)

    Perché Piergiorgio Odifreddi ha usato un’espressione così forte se non così amara e dispiaciuta per indicare la comunità dei matematici ?

Egli si è richiamato a quanto scritto dal grande matematico recentemente scomparso Giancarlo Rota ( nella prefazione al libro di P.O., La matematica del Novecento) a proposito del ghetto intellettuale nel quale i matematici e la matematica rischiano di essere relegati se loro immagine è affidata a opere di divulgazione che si limitano ad aneddoti e rompicapi oppure se si chiudono in un atteggiamento di disdegno verso la divulgazione o i divulgatori.

   L’autore ci rende consapevoli che il rischio di comunicare la matematica in maniera distorta o comunque in maniera tale da isolarla dal resto del contesto culturale nasce da una precisa scelta operata dai matematici che affonda le sue radici addirittura in Pitagora. Ci spiega P.O. che Pitagora << divise la sua attività di insegnamento in due campi che noi chiameremmo di ricerca e di divulgazione, e che i greci chiamavano invece esoterico ed essoterico, cioè “interno” ed “esterno”. Il secondo era rivolto a un pubblico generico di semplici uditori, e il primo a un pubblico specialistico di veri e propri apprendisti. Pitagora li chiamava, rispettivamente, acusmatici e matematici: parole derivanti da akoustos e mathema, che significano appunto “udito” e “apprendimento”. I matematici erano dunque in origine, gli apprendisti ai quali venivano comunicate quelle teorie che, per la loro complessità o per la loro delicatezza, non potevano essere di dominio pubblico>>.

    Anche Platone e Aristotele dividevano  il loro insegnamento in due settori : il primo rivolto agli addetti ai lavori e l’altro destinato al grande pubblico. Ma mentre a Platone tuttora si avvicinano anche i curiosi di filosofia,  Aristotele invece viene solo letto soprattutto “per dovere”. Tutto ciò è dovuto probabilmente al fatto che il primo ha scritto solo le sue dottrine esoteriche mentre del secondo ci sono pervenute solo “ostici trattati tecnici” , cioè di Aristotele è noto solamente l’aspetto essoterico.

     Di Eulero invece ci sono pervenute alcune Lettere ad una principessa tedesca, ed è considerata << l’unica opera della sterminata produzione del grande matematico che venga letta ancor oggi>>.

     Terminiamo con l’auspicio di P.O. secondo il quale << … Mediante una duplice azione, di imitazione dei maestri e di sfruttamento delle possibilità offerte dai media, la matematica può dunque uscire dal ghetto dell’esoterismo nel quale è stata, attivamente e passivamente, troppo a lungo  confinata, per entrare finalmente a far parte della cultura dell’uomo contemporaneo. Ed è ora che questo avvenga, perché la matematica costituisce il linguaggio della scienza e della tecnologia, e dunque della nostra civiltà: il che significa che, fino a quando non sapremo parlarla, non potremo comprendere da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo.>>

  a cura di Cesare Palmisani

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