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Matematica, psicoanalisi, scuola e… l’ubriacatura di valutazioni

Ragionando su ragionieri abusivi: io do i numeri e tu hai un brutto voto !  Reasoning about abusive accountants:  I give the numbers and you take a b

Ragionando su ragionieri abusivi: io do i numeri e tu hai un brutto voto !

 Reasoning about abusive accountants:  I give the numbers and you take a bad grade !

Guido Trombetti, Professore Ordinario di Analisi Matematica presso l’Università “Federico II” di Napoli dal prestigioso curriculum, su “la Repubblica” del 23 giugno 2019 sotto il titolo “Scuola, i ragionieri del voto” si riallaccia a un intervento dello psicoanalista Massimo Recalcati di alcuni giorni prima sulla “fascinazione” contemporanea del numero divenuta un vero e proprio “feticismo, che ha invaso massicciamente anche la scuola”. Fenomeno, questo,  precisa il matematico, non  nuovo nell’ambiente scolastico, ma accentuato e messo in rilievo ulteriore dall’odierna “ubriacatura di valutazioni”. Nella loro sinteticità di articoli giornalistici le considerazioni degli studiosi citati meritano maggiore attenzione di quanta ne venga pretesa per tante dotte elucubrazioni affidate a ponderosi trattati docimologici e trasferite nella prassi attraverso le consuete mediazioni burocratiche escogitate da funzionari animati da zelo degno di miglior causa.

L’attenzione al problema della valutazione scolastica viene sollecitata col ricorso, scherzoso ma non troppo, alla metafora del ragioniere, la cui ascendenza etimologica risale nel senso di calcolo al latino “ratio”, da cui il latino tardo “rationarius” quale esperto di calcolo economico, finanziario, contabile. Secondo quanto recita il Vocabolario Treccani, chi esercita la professione di ragioniere è specializzato nella ragioneria come “disciplina che studia ed enuncia principii e norme generali di controllo economico sulla gestione delle aziende o che, secondo più moderne tendenze, si propone di studiare, partendo dall’osservazione quantitativa, le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita delle aziende”.  Ne consegue che un pedagogo calcolatore è un invasore del campo della ragioneria.

È triste dover constatare che la docimologia, come è intesa, o meglio fraintesa, in ambito educativo, non è capace di darsi uno statuto disciplinare scientificamente attendibile, riducendosi a pretendere di “valutare” nel senso di “misurare” le prestazioni dei discenti indipendentemente dal “valutare” e “misurare”  quelle dei valutatori. Continuando a isolarsi dal dibattito scientifico fervente negli ambiti antropologico, psicologico, psicoanalitico, cognitivista, biologico, sociologico,  nonché a livello squisitamente epistemologico nell’ambito della fisica, ogni sedicente docimologo perpetua un arbitrio tanto più aleatorio quanto più contrabbandato come garanzia di esattezza. Arbitrio che si può evincere dalla testimonianza vissuta di Guido Trombetti:

“Personalmente non mi sono mai sentito depositario della perfezione nell’assegnare un voto. Affidandomi più alla impressione di insieme che ad astrusi algoritmi per sintetizzare in un numeretto un giudizio. E nel dubbio tra due voti scegliendo sempre di dare il voto più alto. Meglio incoraggiare che deprimere. Il voto non è un fine della didattica. Ma soltanto un giudizio di sintesi sul livello di apprendimento. Ampiamente soggetto ad errore.”

Prendendo spunto da tale testimonianza, non è forse lecito chiedersi quali possano essere le ragioni dell’errore valutativo dal punto di vista scientifico e perché questo argomento cruciale per la docimologia come scienza manchi del dovuto risalto nella quotidiana prassi scolastica? Tralasciando in questa sede le ragioni inerenti agli altri ambiti scientifici sopra citati, una  risposta di per se stessa decisiva è la mancata considerazione del principio di indeterminazione di Werner Karl Heisenberg. Principio valido non solo nell’ambito della fisica quantistica, ma anche in quello della docimologia autentica. Infatti, come non è possibile determinare nello stesso tempo la posizione e la velocità di una singola particella, così non è possibile determinare in un momento dato sia  il livello di apprendimento che le potenzialità di apprendere dell’allievo. E sono queste potenzialità a dover essere privilegiate.

Paolo Mandolillo in Uno sguardo sull’universo di analogie tra la psicologia  dinamica e la fisica quantistica   su  https://www.stateofmind.it  ben documenta le convergenze fra campi di ricerca scientifica in apparenza così distanti, ricordando fra gli altri studiosi Ignacio Matte Blanco, autore di The Unconscious as Infinite Sets. An Essay in Bi-logic, che coniuga psicoanalisi e linguaggio logico-matematico. Aggiungiamo che il legame fra psicoanalisi e matematica caratterizzava secondo modalità sempre più stringenti la ricerca in Le séminaire de Jacques Lacan. Livre XVI. D’un Autre à l’autre (1968-1969). “Da un Altro all’altro” ci rinvia inoltre alle problematiche della comunicazione, studiata anch’essa con ricorso alla matematica da Paul Watzlawicz et alii in Pragmatics of Human Communication. A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes (1967). Opere che risalgono a diversi decenni fa, eppure non hanno ricevuto il debito riscontro nei settori pedagogico e docimologico. Si è continuato quindi nel contesto scolastico a insistere sulla “comunicazione unidirezionale” (contraddizione in termini) agli allievi   di quelle risultanze valutative stigmatizzate da Massimo Recalcati e Guido Trombetti, non a caso uno psicoanalista e un matematico. Dalle posizioni dello psicoanalista è dato evincere che l’imposizione ragionieristica di voti è una forma di patologia e dalle posizioni del matematico si desume che la matematica, se ridotta a tentato calcolo aritmetico di ciò che per sua natura sfugge inevitabilmente  a un’esatta misurazione, viene svilita nella sua essenza di componente del dinamismo della psiche, aperto a quegli sviluppi positivi che nella deontologia di ogni docente dovrebbe avere la sua sacralità.

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