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Matematici e matematica dell’Italia unita

Le biografie dei 371 matematici del primo secolo dello Stato unitario. Le donne e gli uomini che hanno dato corpo e vita alla matematica italiana e al suo insegnamento.

Francesco G. Tricomi (1897-1978)

Ripercorrere la storia “umana” della matematica, quella che non trascura gli uomini e le donne che nelle diversità ambientali dei secoli e dei territori l’hanno coltivata e prodotta, dà piacere a chiunque ami questa disciplina. Lo testimonia anche l’attenzione richiamata, ancora una volta, dalla lista dei grandi matematici italiani presente dal 2007 sul sito del Ministero dell’Istruzione.

Una lista non meno importante e significativa è quella stilata da Francesco Giacomo Tricomi, matematico italiano del XX secolo tra i più stimati. Si tratta della lista di matematici italiani dei primi cento anni dell’Italia unita. Una domanda sorge immediata: chi è il matematico italiano? Tricomi, superando le ovvie difficoltà, riuscì a fissare criteri relativamente oggettivi per dare una risposta soddisfacente.

Il matematico dell’elenco di Tricomi è un matematico che ha operato nel primo secolo dell’Italia post unità; ha insegnato in una delle università del territorio dello Stato o è da ricordare per altre ragioni. In modo ancora più specifico: è un matematico che è morto tra il 1 gennaio 1861 e il 31 dicembre 1960. Tali criteri che sembrano definire abbastanza bene il matematico italiano, presuppongono però che si sappia altrettanto bene chi è il matematico! Al riguardo la scelta di Tricomi fu di includere, coerentemente alla visione dominante almeno nella prima parte di quel secolo, matematici puri e applicati in senso lato: meccanici, fisico-matematici, astronomi, ecc..

Con tali criteri Tricomi individuò 371 matematici, e di ciascuno, diede una breve biografia.

Il lavoro fu presentato all’Accademia delle Scienze di Torino nell’adunanza del 14 marzo 1962, quale contributo alle celebrazioni del centenario della proclamazione dello Stato unitario.

In base ai criteri fissati, quindi, nella lista di Tricomi si ritrova, ad esempio, Renato Caccioppoli morto nel 1959, ma non ci sono Mauro Picone, Carlo Miranda, Francesco Severi ed altri che all’epoca erano ancora viventi. E vi si ritrovano, per quanto prima detto, gli astronomi A.Abetti, Armellini, Rajna, Respighi, Schiaparelli ed altri.

Le biografie tracciate da Tricomi sono veramente concise.

Cionondimeno un lavoro non facile anche perché Tricomi sceglie di non affidarsi del tutto alle necrologie e alle commemorazioni. Queste – egli afferma – sono, in genere, apologetiche, talvolta stucchevoli e piene di reticenze inspiegabili. All’opposto, egli vuole essere tutt’altro che reticente e dare apertamente anche il suo giudizio sulla persona e sul matematico. Giudizio che esprime in modo secco, talvolta stroncante. Con molti non è tenero. Ad esempio con Caccioppoli, ma anche con Federico Amodeo (l’autore del decalogo del buon insegnante) e con Cesare Burali Forte, del quale scrive: «Fu uomo di animo mite e cordiale, la cui piacevole conversazione stranamente contrastava con l’irruenza polemica di certi suoi scritti, specie di quelli contro la teoria della relatività, di cui non capì mai l’importanza» (in ciò precedendo il giudizio di Carlo Bernardini).

Tra le reticenze delle biografie ufficiali rileva che in queste, quasi mai si dice se la persona di cui si tratta sia un ebreo. Perché? Il suo parere è che ebreo sia un punto di onore. Quindi nel suo elenco, quando ciò si verifica, al nome premette una “E”: ebreo. Nell’elenco si contano 27 “E”. In ordine alfabetico: da Max Abraham (1875 – 1922) a Vito Volterra (1860 – 1940).

L’elenco di Tricomi è un documento prezioso, da studiare e valorizzare.

I dati che fornisce stimolano ricerche e riflessioni. Ad esempio, se gli ebrei sono 27, i siciliani, cioè i nati nella terra di Archimede, sono uno in più, sono 28! La maggior parte di essi è nata a Palermo (e provincia): ben 17. Di nati a Roma ce ne sono 16. A Milano 14 e a Torino, capitale dell’ex regno di Sardegna, 9. I nati a Napoli sono 26: è la città con il maggior numero di nati con il pallino della matematica. Tra le piccole città del Sud colpisce Campobasso: 6 matematici, tra i quali Enrico D’Ovidio e Achille Sannia, fondatore a Napoli di una scuola privata di matematica molto rinomata. In tutto il territorio dello scomparso Regno delle due Sicilie, suppergiù l’odierno Meridione, i matematici che vi sono nati sono 96: il 26%. La maggior parte dei matematici sono nativi del Nord, nell’area del dominio austro-ungarico, che è anche la più ricca di Università.

Una riprova che la predisposizione per la matematica si accompagna agli stimoli ambientali. Lo si coglie anche dai molti cognomi che si presentano a coppie: padre e figlio. Con l’eccezione dei Pascal. Se ne contano 3: il napoletano Ernesto e i figli Alberto e Mario, nati entrambi a Pavia nel periodo in cui Ernesto insegnava in quella Università. Alberto, tra l’altro, morì in guerra nel 1918, aveva da poco compiuto 23 anni. La laurea gli fu tributata ad honorem, a guerra finita, in considerazione dei lavori pubblicati già da studente.

Nella lista le donne sono solo tre; ma è un dato che non sorprende.

Esse sono: Maria Gramegna (1887-1915), Maria Giovanna Sittignani (1879 – 1947) e  Maria Josepha von Schwarz (1909- 1957). La prima morì prematuramente vittima del terremoto, la seconda fu attivissima a Genova, nella Mathesis di Eugenio Togliatti (1879 – 1947); la terza ebbe una vita che Tricomi definisce “difficile e randagia”: triestina di nascita, si laureò a Monaco di Baviera, in legge e in matematica, collaborò con C. Caratheodory; morì suicida a Roma, dove l’aveva chiamata Mauro Picone (1885-1977).

Un altro dato statistico che emerge dalla lista è il numero, relativamente elevato, dei matematici morti in modo violento.

Di essi, 7 morirono nella grande guerra, altri per incidenti vari come Ernesto Cesáro(1859 – 1906), – uno dei più geniali matematici italiani, morto annegato nel mare di Torre Annunziata nel vano tentativo di salvare un figlio in pericolo -, altri, vittime di terremoto o di omicidio come il palermitano Giovanni Lo Monaco-Aprile (1875 – 1886) assassinato a Torino dalla sua amante.  I suicidi sono 6: Ettore Caporali (1885 – 1886), ordinario a Napoli a soli 23 anni e suicida a 31; Guglielmo Licopoli (1883 – 1913), napoletano, assistente di Marcolongo, suicida a 30 anni; Basilio Manià (1909-1939), suicida a 30 anni per una delusione d’amore; Giovanni Zappa (1884 – 1923), suicida per depressione nervosa; M. J.  Von Schwarz di cui s’è detto prima; infine Renato Caccioppoli, del quale Tricomi scrive: «Negli ultimi anni dei dispiaceri famigliari e i primi segni di decadenza fisica, avevano accentuate certe sue stranezze, sì che la notizia del suicidio non sorprese troppo quelli che lo conoscevano».

Il lavoro di Tricomi è un eccellente contributo alla celebrazione del centenario ed anche un chiaro tributo alla matematica. Le sue biografie offrono tutt’oggi spunti notevoli e costituiscono la linfa che dà vita alla matematica di un secolo.

Chi è il matematico?

Nell’elenco, si è detto sono inclusi gli astronomi ma tanti sono anche gli ingegneri del Genio Civile o Militare. Tanti poi gli eruditi (molti hanno più lauree), i sacerdoti e i religiosi, i ricchi e i nobili. Segno che la cultura matematica era ancora per lo più interdisciplinare, naturalistica, aristocratica. Pochi i matematici di umili origini: tra i più noti, Roberto Bonola e Giuseppe Peano, anche lui noto per talune stranezze che lo presero in tarda età. Tante le personalità rimarchevoli nel processo di costituzione dello Stato unitario: Mattia Azzarelli (1811- 1897) che dopo la presa di Porta Pia si rifiutò di prestare giuramento allo Stato italiano e fu dimesso dall’Università di Roma dove insegnava e il napoletano Vincenzo Flauti (1782-1863) escluso dall’Accademia delle Scienze di Napoli perché accanito borbonico. Certamente da ricordare è altresì la figura di Ottaviano Fabrizio Mossotti (1791-1863), che comandò il battaglione dei giovani universitari toscani nella battaglia di Curtatone e Montanara (29 maggio1848): aveva studiato a Milano, poi in Svizzera, poi a Londra quindi insegnato in Argentina e a Corfù, infine si stabilizzò a Pisa.

Pisa – monumento funebre a O. F. Mossotti

Tante ancora le personalità di spicco come il principe Baldassarre Boncompagni-Ludovisi (1821 – 1894) o il duca di Caianello, Pasquale Del Pezzo (1859 – 1936), cognato peraltro di Gösta Mittag-Leffler (1846-1927) al quale si imputa l’inesistenza di un Nobel per la matematica o ancora il marchese Francesco Faà di Bruno (1825-1888) laureato alla Sorbona in scienze matematiche e astronomiche e dichiarato beato da Giovanni Paolo II nel 1988.

In tutto questo, un dato che affascina è la dimensione nazionale e europea della cultura.

Un aspetto che potrebbe trovare maggiore enfasi in una lettura delle biografie tesa a evidenziare per ciascuno gli studi fatti, le collaborazioni intrattenute, le questioni scientifiche affrontate e risolte. Quest’anno 2021, in cui ricorre il 160-esimo dello Stato unitario, il lavoro di Tricomi potrebbe costituire la sorgente di nuovi studi storici e, eventualmente, essere continuato.

Sull’utilità del lavoro compiuto, si espresse lo stesso Tricomi.

Il lavoro, fu il suo parere, poteva concorrere a dare una risposta «al massimo problema della storia delle matematiche in Italia nello scorso secolo: come si spiega che una nazione, che cento anni fa, era praticamente assente dall’aringo matematico internazionale, in pochi decenni potè portarsi in una posizione di avanguardia; sì che, una cinquantina d’anni or sono, la si poteva forse classificare al terzo posto, subito dopo la Germania e la Francia?»

Secondo Tricomi giovò alla causa anche la permanenza in Italia del grande Bernhard Riemann dal 1862 al 20 luglio 1866, quando morì di tisi presso Intra sul Lago Maggiore.

Ma una risposta plausibile è anche nella vita dei personaggi di questo primo secolo mai ancorati ad un luogo, continuamente disponibili a spostarsi altrove per studiare o insegnare, spinti anche dall’esiguo numero di scuole e di università.

C’è anche un’altra spiegazione, non meno plausibile.

È decisamente l’alta considerazione nella quale l’insegnamento era allora tenuto. Insegnamento senza gerarchie di sorta, carico di prestigio a ogni livello, a quello universitario come a quello “medio”, come si era soliti dire. Il grande matematico non disdegnava l’insegnamento medio e viceversa il docente “medio” non trascurava la ricerca scientifica e di tenere corsi universitari. Le capacità didattiche contavano e non poco: costituivano un aspetto non secondario della professionalità e del valore del matematico. E naturalmente l’insegnamento, parte così rilevante dell’attività del matematico, non poteva non dare i suoi frutti e rivelarsi lo strumento più efficace per contribuire al reale progresso della disciplina. È questa una delle conclusioni più significative che emerge da un secolo di storia fatta da donne e uomini, le cui esistenze, appassionate di studio, hanno dato corpo e vita alla matematica italiana e al suo insegnamento.

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