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Storie di donne che s’intrecciano con la matematica.

Margaret Cavendish e Elena Lucrezia Corner: storie di donne che s'intrecciano con la matematica. Nel mondo della scienza durante l’ancien règime co

Margaret Cavendish e Elena Lucrezia Corner: storie di donne che s’intrecciano con la matematica.

Margaret Cavendish !623-1673)

Nel mondo della scienza durante l’ancien règime compaiono pochi se non pochissimi nomi di donne, forse meno di una decina. Una storia desolante perché ad esse non era assolutamente consentito di accedere al sapere, peculiare ambito riservato agli uomini. Tra le poche, due che vissero, più o meno nella stessa epoca, storie non dissimili, sebbene in contesti molto diversi: una infatti fu inglese, Margaret Cavendish. L’altra italiana, per meglio dire appartenente alla Repubblica Veneziana: Elena Lucrezia Corner. Margaret nasce nel 1623 da una famiglia numerosa e ricca. Il suo destino avrebbe dovuto essere uguale a quello di tante altre, di moglie e madre. E niente più. Perciò la sua formazione fu basilare, come usava: poco leggere e scrivere, canto, danza, cucito. I rudimenti di una donna di buona società. Invece, Margaret diventa tutt’altro. E’ bella, di carattere indipendente, soprattutto perspicace, intelligente e curiosa. Comincia a studiare da autodidatta. Ed esplora le discipline più diverse, facendo a gomitate per assumere un proprio ruolo che la distinguesse in un mondo popolato da soli uomini. Le vicende della rivoluzione inglese la costrinsero ad emigrare in Francia dove conobbe il marito, il molto più vecchio di lei William Cavendish, duca di Newcastle, di cui prenderà cognome e titolo.

Seguendo il marito, Margaret entra in un mondo straordinario.

William era infatti un uomo interessato alla filosofia e alla scienza, mentre suo fratello era un capacissimo matematico. Avevano avuto un’idea: creare una sorta di accademia, il circolo di Newcastle, che annoverava al suo interno alcune delle figure intellettuali più rappresentative del periodo, tra cui Thomas Hobbes. Come dobbiamo immaginare Margaret in questo contesto? Come la regina del salotto, originale, perspicace, arguta, che assorbe tutto dalle discussioni in corso e, cosa inimmaginabile, interviene, argomenta, disputa, discute. Scopre, insomma, un mondo accattivante e sconosciuto, fatto di esperimenti scientifici, dibattiti filosofici e studi approfonditi. Margaret non è propriamente una scienziata. All’inizio è una che orecchia ma che, in breve tempo, sviluppa suoi originali percorsi di pensiero. E che, soprattutto, si presenta in una veste inconsueta nell’immaginario maschile del tempo: si veste in maniera strana, sfida le convenzioni, scrive che solo la conoscenza è il fondamento di ogni potere e di ogni governo.

Crea perciò sconcerto e disorientamento.

Non solo tra gli uomini e anche le donne non furono particolarmente dolci nei suoi confronti. Alla fine, il giudizio collettivo fu unanime: «Margaret Cavendish è pazza, presuntuosa e ridicola». Ma la donna scriveva. E tanto. Perché, come tenne lei stessa a precisare, non desiderava altro che la fama. E pubblicò opere letterarie, autobiografiche, poemi, testi teatrali, saggi filosofico-scientifici tra cui, nel 1666, una Observations upon Experimental Philosophy. Un genio, poliedrico. Capace di scivolare da una competenza all’altra. E di attaccare anche i maggiori intellettuali del tempo, come Robert Hooke, per l’eccessivo affidamento che aveva verso macchine stravaganti e da poco inventate come il microscopio o il telescopio.

Virtù. E competenze. Che se le avesse avute un uomo le avrebbero avvalso titoli e onori prestigiosi. Ma era una donna. Per quanto dotata era considerata, rispetto ai maschi, sempre un essere sottomesso, imparagonabile a un uomo. Per questo motivo, pur essendo un personaggio di spicco nell’ambiente cultural-scientifico inglese, la Royal Society non la accettò tra i suoi membri. L’unica cosa che le permise fu, una volta, di partecipare ad una riunione, nel 1667. Fu un evento: nessuna donna, prima di allora, aveva varcato la soglia del tempio della scienza.

Elena Lucrezia Corner.

Un destino non dissimile toccò alla veneziana Elena Lucrezia Corner.

Nata ventitré anni dopo la Cavendish, nel 1646, quattro anni dopo la morte di Galileo. La sua vita fu fortemente intrecciata a quella del padre, il nobile Giovan Battista, esponente di una delle maggiori famiglie cittadine ma in una situazione di progressivo declino economico. Giovan Battista fu fondamentale nella formazione di Elena. Ne intuì le eccezionali doti e la stimolò agli studi tanto che, come si scrisse, si compiaceva nel riscontrare le capacità della ragazza, e «tanto ne godeva» che «sembrava vederlo ringiovanire». La ragazza studiava. E tanto. Mostrando, al contempo, un forte fervore religioso. E proprio la strada religiosa si rivelò – paradossalmente ma non è l’unico caso all’epoca – un percorso di libertà, perché l’autonomia dai vincoli familiari e matrimoniali le consentiva di proseguire gli studi.

La sua propensione agli aspetti scientifici era un po’ un fatto di famiglia. Il nonno, Giacomo Alvise, era stato una figura di rilievo nella città universitaria di Padova agli inizi del Seicento. Il padre Girolamo era stato autore di studi di idraulica. Mentre lo zio Marcantonio aveva allestito una bella biblioteca, con una raccolta di strumenti scientifici. Come Margaret, così Elena cresce in un ambiente stimolante, pieno di studiosi e di eruditi. La ragazza viene avviata agli studi classici ma fu subito chiaro a tutti che lei travalicava questi confini: conosceva il francese, lo spagnolo, il greco moderno.

Si specializzò in astronomia, geografia, matematica, scienze naturali.

Arrivò ad un punto tale che il passo successivo non poteva che essere uno, il titolo massimo per ogni persona di cultura che si rispettasse: la laurea in Teologia all’università di Padova. Progetto audacissimo per una donna, la prima in Italia a concepire un progetto tanto ambizioso. Ci si mette. Studia l’ebraico, aiutata dal rabbino di Venezia Samuel Aboaf, che godeva di altissima reputazione in tutta Europa. E, più passa il tempo, più la fama di Elena cresce. Comincia ad essere conosciuta e accolta per acclamazione all’Accademia dei Ricovrati di Padova, a quella degli Infecondi di Roma, degli Intronati di Siena, dei Dodonei e dei Pacifici a Venezia. Diventa un fenomeno. La vanno a trovare curiosi, nobili, eruditi, personaggi illustri come il langravio d’Assia, il cardinale Federico di Assia- Darmastadt, nel 1670 o il cardinale francese de Bouillon.

E’ arrivato ormai il tempo giusto per chiedere la laurea.

Il nulla osta arriva dal governo veneziano. I teologi padovani anche non battono ciglio, confortati dal parere dei colleghi delle università di Parigi e di Lovanio. Ma, come per Margaret, arriva l’intoppo. A tanti non piaceva che quella donna assurgesse ad un ruolo che si riteneva non le competesse. Fu il vescovo di Padova, il cardinale Gregorio Barbarigo, a frapporsi. Il suo consenso era fondamentale, in qualità di cancelliere dell’università. Senza la sua parola, la laurea non si poteva ricevere. Scrive a Roma, alla Curia. Che di rimando si associa al parere del cardinale e risponde anch’essa con un categorico no. Con una affermazione: «dottorar una donna è uno sproposito» cui non si può condiscendere «se non vogliam renderci ridicoli a tutto il mondo». Punto. Il castello messo su da Girolamo, i fautori di Elena e di Elena stessa, crollano d’incanto. Ma il padre non demorde: comincia a tempestare di lettere il Barbarigo, esasperandolo e spingendolo a replicare piccato che il Corner aveva superato le buone norme dell’educazione e che se continuava a scrivere «io non gli risponderò: perché alla fine la buona creanza sta bene in ogni luogo ed in ogni persona».

Allora come ora, l’Italia è la patria del compromesso.

E per non scontentare Corner e per soddisfare il cardinale la soluzione fu quella di conferire una laurea meno prestigiosa ad Elena, in filosofia invece che in teologia. Il 25 giugno 1678 la donna sostenne la propria dissertazione davanti al Collegio dei medici e dei filosofi e ricevé le insegne dottorali e la corona d’alloro. L’anno dopo, si trasferisce definitivamente a Padova. Ma è minata nel fisico. L’impegno agli studi, la tensione, lo stress. Condizione che si aggrava ulteriormente. Fino a morire, a soli trentotto anni, nel 1684. Pare che prima di morire desse disposizione di distruggere tutti i suoi manoscritti. Il poco che resta è di natura erudita e religiosa, come un Ode al Crocifisso. A differenza di Margaret, Elena appare molto più integrata, poco originale e sui generis, perfettamente nei canoni del tempo, tanto da affermare che «L’ornamento che rende gratiose le donne e famosissime da per tutto è il silenzio; né sono fatte che per istar in casa, non per andar vagando». Un’implicita riconferma della inferiorità femminile.

Due esempi, quelli di Margaret e di Elena.

Di un pallido esempio di emancipazione verso un traguardo ambizioso: la scienza, la cultura, una fama concessa solo agli uomini. Un cammino che appare per loro lento se non lentissimo, difficilissimo, perché vissuto nella consapevolezza, riconosciuta dal sentire comune, dell’inferiorità della donna, alle quali si continuava a precludere ogni possibilità di conoscere, studiare, formarsi, imparare. Ma i loro esempi comunque contarono. E ci fu qualcuno, come l’abate Ludovico Espinat de Saint-Luc, conoscente di Elena, o tra gli amici di Margaret, che pur consapevoli che la donna fosse per natura inferiore all’uomo, guardandole e seguendo la loro vita, furono colti da un dubbio: fosse che fosse che, in taluni casi, una donna poteva essere più intelligente e più colta di molti uomini? E che anche le donne, un giorno, sarebbero potute entrare liberamente alla Royal Society o scrutare senza problemi in un microscopio o insegnare in una università? Non sapevano che quei dubbi, un giorno, si sarebbero trasformati in realtà.

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