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Vicende formative a confronto

Vicende formative a confronto: Ugo Piscopo racconta Angelo Flores, un uomo di multiforme ingegno, severo controllore degli ingressi alla dogana della cultura contemporanea scientificamente fondata.

Ugo Piscopo visto da B. Scognamiglio

Con Angelo, siamo stati amici fraterni. Lento, ma progressivo e sempre più incisivo è stato il rapporto di stima e di solidarietà. Ci accomunavano forti istanze di impegno sia sul versante etico-civile, sia su quello delle ricerche, sia su quello di un agonismo totale sul terreno delle relazioni sociali e interpersonali.

Guardavamo nella stessa direzione verso il futuro su suggerimenti della modernità: lui su istanze di ridisegno e di nuove linee programmatiche di operatività tecnica e di applicazione di indirizzo dettate dalle svolte che venivano prendendo campo nei saperi e nella produttività dei processi; io, su processi in atto di proiezioni in avanti nel fare e nel pensare.

Angelo, per esempio, sentiva il bisogno di interpretare al meglio e di tradurre in concreto in eventi gli strappi verso il rinnovamento e, pertanto, teneva costantemente fisso lo sguardo sugli spunti verso il nuovo che venivano emergendo negli ambiti giuridici e nella rivoluzione che compivano le nuove scienze, in particolare consonanza con i sussulti della nuova matematica.

Renato Caccioppoli

Come punto di orientamento essenziale aveva assunto da subito la lievitante e avvolgente aura di ricerca della Scuola matematica a Napoli, dove Renato Caccioppoli aveva cominciato a svolgere un ruolo di maestro impareggiabile e travolgente. E dove Angelo si laureerà e insegnerà matematica per ben quattordici anni, con confessato orgoglio di essersi trovato entro un rivolgimento di rinverginazione dell’insegnamento e di diffusione della luce di decisive nuove esperienze formative, all’interno delle quali dominava sovrana la figura del grande e infelice Maestro.

Su questa esperienza egli torna più volte, confidandoci, in una testimonianza del 2003, un tratto di umanità dove umanità e nuova cultura si stimolano e si potenziano, come riguardo a quel fondo di malinconia in cui si ritira e si avvolge la figura di Caccioppoli, che vive di scienza e di mesti riscontri quotidiani che la perfezione non è di questo mondo, intanto essa è una preziosa risorsa per far crescere e migliorare i livelli delle ricerche, senza tuttavia concedere spazio a eventuali pretese di concezioni di primati assoluti dell’antropocentrismo nella scala dei valori.

“L’esperienza”, scrive Flores, “indimenticabile di essere stato suo fortunato e modesto allievo mi ristora. In me vive costantemente il ricordo delle Sue conversazioni scintillanti e coltissime, anche per le strade della Vecchia Napoli. Conversazioni oscillanti sempre tra un raffinato umorismo ed una scanzonata mestizia, sono ancora incise nella mente dopo 44 anni dalla Sua scomparsa. I ricordi mi sono stati ravvivati per 14 anni di insegnamento di Analisi matematica nella facoltà di ingegneria dell’Università di Napoli”<span class="su-quote-cite">“Scienza e Tecnica” Mensile di informazione della Società Italiana per il progresso delle Scienze, a. LXVI, n. 400, dic. 2003, p. 7</span>

Per quanto poi attiene me, il consenso all’importanza delle nuove scienze e delle nuove tecnologie era totale e proveniva da lontano, cioè dall’accoglienza piena di fondamentali punti di vista di due Maestri della nostra educazione critica, F. De Sanctis e A. Gramsci.

Francesco De Sanctis

Dal primo avevo raccolto e fatto miei i suggerimenti dati fin dall’inizio di risistemazione appassionata e drammatica dei saperi e delle scuole, a partire dalle esperienze quarantottesche, quando, da giovane ricercatore, guidato da un formidabile istinto a orientare indirizzi di studio nutriti di impegno per la costruzione di ideali etico-civili e di prospettive di cambiamento decisive per le vicende nazionali e internazionali, veniva saggiando sé stesso e i giovani che lo seguivano con forte determinazione e con disponibilità a fare sacrificio di sé a favore di scommesse audaci per una nuova società, un nuovo Sud, una nuova Italia. Quando, nel 1848-49, in Europa prese ad aggirarsi  suggestivo, come dice Marx, un fantasma che accoglieva ampi e pieni consensi per la rivoluzione e per un formidabile balzo in avanti del sogno di una nuova realtà, anche nel Regno di Napoli, – dove, come affermava con una sua spiritosa battuta il Re Ferdinando IV poi I, secondo il quale qui iniziava e si definiva con sue forti caratteristiche l’Africa sconosciuta che vi si era debortata  con la sua inattualità e l’aggravarsi progressivo dei suoi problemi, – De Sanctis scese per strada insieme con i suoi allievi, per prendere parte alle sussultorie manifestazioni, esponendo sé e gli allievi a rischio della vita e del carcere, accettando con grande dignità la morte coraggiosa di uno dei suoi migliori discepoli avvenuta per aperta e dichiarata partecipazione alla guerriglia popolare antiborbonica, ai fini della nascita di tutta un’altra Italia. Quando le insurrezioni quarantottesche si placarono, i Borbone, sotto protezione inglese e austriaca, si reinsediarono pesantemente sul trono, e presero a processare i maggiori e più noti esponenti della rivolta,  De Sanctis fu condannato all’esilio,  in attesa di un viaggio coatto fin nelle terre dell’America settentrionale. Ebbe, però, la fortuna di riuscire prima ad avere una generosa, ma segreta ospitalità da una famiglia amica in Calabria, quindi si trasferì a Torino, dove circolavano e operavano tanti altri profughi delle rivoluzioni quarantottesche in Italia, che si accingevano a ritentare la via rivoluzionaria, ma correggendo le strategie e fidando nelle nuove politiche del Piemonte, sotto il governo di Vittorio Emanuele II e sotto la guida duttile e affidabile del Cavour.

De Sanctis si mosse  con cedevolezza e tanta prudenza a scommettere sulla scuola, come canale non unico, ma essenziale per costruire un altro complesso di coscienza comunitaria, in breve un’altra realtà, che non aveva mai avuto per l’innanzi l’opportunità di esprimere la sua forza di trascinamento, che soprattutto nel Regno dei Borbone era materia fantasmatica e tenuta sotto un diffidente controllo dalle istituzioni, che vi vedevano solo rischi di spazi per forze sovversive, come si premuravano di mettere in luce soprattutto gli istituti religiosi e il tribunale di inquisizione, come se non bastassero le prediche fervorose degli ecclesiastici di non fidarsi di quanto si andava predicando di innovativo, in realtà di inconfessato ribellismo. Per calmare l’opinione pubblica, il sovrano dovette dichiarare il proprio punto di vista in materia in un provvedimento ufficiale, dove si riconosceva la facoltà per il Governo di intervenire e decidere la nomina dei dirigenti degli asili in qualsiasi momento. In realtà, la situazione della scuola pubblica nel Sud era pressoché un atto nominale e simbolico: la scuola pubblica era sostanzialmente inesistente, se nel 1842 nella capitale del Regno il numero complessivo di alunni era appena di 81 unità e se nel 1846 esistevano in tutto a Napoli tre magri e intimiditi asili.

Qualche analogia con il Regno di Napoli presentava lo Stato Pontificio, dove diffuse e vischiose erano le riserve contro processi di scolarizzazione di carattere popolare.

Anche qui, come nel Regno di Napoli, forti erano le riserve degli ambienti conservatori, dove l’istruzione popolare era osservata come una delle maggiori minacce sovversive dei nuovi tempi, a causa delle vere e proprie “aberrazioni  di malsicure ed infeste dottrine”, come si affermava in un documento pubblico noto e diffuso in quel tempo. Non si aveva alcun disagio, da parte dei sostenitori delle posizioni di intransigente chiusura avverso alle ipotesi di sconvolgimento, a trarre conclusioni e vaticini di sventure e di disastri, a fare dichiarazioni di chiusura totale di dialogo, sostenendo papale papale che l’istruzione diffusa fino a includere gli allievi provenienti dalle classi disagiate era un evento da scongiurare, una maledizione da cui tenersi a distanza.

Tutt’altra, invece, era la realtà, nelle altre regioni italiane del Centro-Nord.

Non che qui trionfasse il regno della laicità e della libertà di pensiero e azione dei singoli cittadini. Il diritto di famiglia e la libertà del diritto privato esercitavano incontrastati il loro primato. Tuttavia, d’impulso non tanto dello Stato, quanto dei privati, si era dato spazio in concreto a sollecitazioni innovative, ad accoglimenti, anche se parziali, di istanze di rinnovamento. In concreto, cominciava a profilarsi come legittimo un progetto nascente di autonomia formativa. Come accadeva in Lombardia, su splendidi suggerimenti di Carlo Cattaneo per la creazione di scuole tecniche specializzate e per l’interrogazione di nuove gestioni dello strumento scuola a favore di riforme in generale (scolastica, carceraria, economica e sociale), di miglioramenti nell’ambito dell’agricoltura e della produttività, di assaggi di riforme non solo nell’ambito della vita privata e pubblica, di conquiste da interrogare nella vita politica, su base legale. Come in Toscana, dove, per iniziativa del Ridolfi, si formò una cultura sperimentale aperta al futuro e i proprietari, aperti alle innovazioni, si impegnarono a far progredire la scienza agraria e quindi la produzione agricola nel suo complesso e ad altezza dei nuovi tempi. Qui si accesero speranze di incontri produttivi tra padroni e classi lavoratrici, su riscatti di deboli ed emarginati, su esperimenti di collaborazione tra chi provenisse da famiglia agiata e chi invece poteva contare unicamente su di sé e sulle proiezioni in avanti perché l’individuo fosse considerato fondamentalmente sulle sue abilità e sui suoi saperi. Cominciarono così a delinearsi altri orizzonti di collaborazione e modi di apprezzare la persona nella sua singolarità e nella sua abilità relazionale, perché infine si aprissero varchi all’utilizzo per tutti delle potenzialità sociali dei nuovi comportamenti in senso democratico. Si cominciarono a intravedere fondate ipotesi di valorizzare e potenziare gli ambiti di scandaglio della nuova realtà, che era in attesa di essere identificata e incoraggiata a essere e a crescere in piena autonomia sul terreno delle tecniche e delle specificità scientifiche, come già era stato auspicato a Milano nel 1819 dal Confalonieri, con la proposta dell’istituzione di un ateneo di impianto nettamente distinto da quello umanistico, anzi rigorosamente rivolto alla diffusione e all’approfondimento della cultura scientifica e tecnologica.

Ormai, i segni e la necessità dei cambiamenti denunziavano l’inadeguatezza e il declino definitivo del vecchio mondo a riproporsi come scenario solido e persuasivo di vitalità e di sviluppo: il nuovo, piacesse o non piacesse alla “Civiltà Cattolica” e ai suoi roboanti predicatori e fustigatori di costume, attendeva semplicemente di essere riconosciuto e autorizzato ad essere determinante per il flusso delle vicende nazionali e internazionali, che avevano tutt’altro ritmo rispetto alle situazioni ormai sclerotizzate e funeree consegnate dagli schemi del passato.

Il nuovo venne affacciandosi sempre più persuasivamente sugli scenari di vita e di gestione sociale intorno alla metà del sec. XIX, ponendosi in un quadro non di possibili e cauti aggiustamenti di tiro, ma incalzando le situazioni in movimento sotto una spinta di ragioni complessive e radicali, che non ammettevano stemperamenti. Per De Sanctis e altri intellettuali in Italia e in Europa si trattò di interpretare il reale, non per timidi ed esitanti scandagli parziali, ma come flusso di vita e di cambiamenti, forti e netti e dirompenti definitivamente verso nuovi e vasti orizzonti. Bisognava collaborare con una palingenesi formidabile e generale, che marcasse definitivamente lo strappo e la diversità dai precedenti del nuovo tempo e dei nuovi personaggi.

La vecchia Italia, con le sue prassi multisecolari di ambiguità e di menzogna, con le mezze verità che non avevano se non il fine di usi strumentali di nascondere e disseminare il vero se non di facciata, con le sue rassodate esperienze di far pensare una cosa, dirne un’altra e farne in ultimo un’altra ancora, dopo giochi e giochetti da mercatino rionale, era solo materia per rifiuti di cui sbarazzare il campo. Adesso, bisognava lavorare e scommettere su tutt’altra relazionalità, con sé stessi e con gli altri. Di qua in poi, le parole dovevano essere pietre e la cultura non poteva, non doveva essere un privilegio sociale. Occorreva avere canali efficaci di informazione e di formazione per tutti, cioè per tutto il popolo italiano, non per chi sì e per chi no. Occorreva urgentemente che i livelli culturali si innalzassero per ognuno e si uscisse da quello stato di arretratezza e di analfabetismo, in cui versava soprattutto il Sud del Paese, zeppo di individui che non sapevano neppure versare la propria firma e non sapevano riconoscere la destra rispetto alla sinistra, mentre ognuno, anche il più sventurato, conosceva tutti gli intrighi di sentieri per muoversi con disinvoltura e con risparmio di tempo entro i campi dei propri luoghi di nascita e di permanenza selvatica.

Molto significativo fu il primo provvedimento che De Sanctis assunse come riordinatore dei corsi di studio superiori nella Università napoletana, con il licenziamento in tronco di un cospicuo numero di docenti, assunti per l’innanzi soprattutto per meriti di servilismo verso il regime borbonico. Uno di essi, ad esempio, era stato nominato docente di ruolo alla Facoltà di Medicina, perché, durante le sommosse popolari quarantottesche aveva prestato la sua opera di medico a curare qualche militare rimasto ferito dal fuoco degli insorti.

Per la nuova Italia, si richiedevano espressamente e a tutti cultura e comportamenti trasparenti, coerenti, riconosciuti e riconoscibili nelle dichiarazioni, come nei mandati specifici, al di là di ogni invischiamento nelle pieghe del guicciardinismo e dintorni. Ogni cittadino doveva rispondere responsabilmente di sé e di quello che rappresentava. Doveva essere immune dall’antico vizio italico di conseguire agi e privilegi, attraverso la compravendita per sé e per quelli che insieme con lui avevano riconoscimento nei salotti buoni, nei gruppi di potere, nelle organizzazioni familistiche, nei centri di distribuzione di mandati e di controllo. La vita civile e professionale doveva rispondere di sé, non essere sfogliata, programmata e fatta funzionare secondo dettati emanati postfeudalmente da gruppi segreti e manovrieri.

Per la nuova Italia, bisognava preparare nuovi italiani, che con l’Italia del passato avessero un rapporto di orientamenti scelti e perseguiti alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, nel rispetto delle specificità istituzionalmente definite a fini di progresso. Per De Sanctis, la via maestra da seguire era la formazione di tutti e di ciascuno dentro la scuola, come in una palestra unitaria popolare di alto profilo, ricca di rinvii, richiami, concordanze, svolgimenti al suo interno, solida e affidabile nel perseguimento degli scopi istituzionali, contemporanea a sé stessa, rispettosa cioè degli impegni assunti con la società tutta intera di dialogo aperto e in svolgimento con le ricerche scientifiche in continua lievitazione e con le esigenze di funzionamento delle nuove tecnologie.

A questo sogno abbiamo creduto in tanti, compresi Angelo Flores e me  che scrivo questa nota sulla mia personale vicenda formativa.

Che ho avuto in De Sanctis il primo e più saldo ispiratore di indirizzo storico, culturale e morale, con integrazioni decisive di un mandato di criticità consapevole e sistemica sul piano etico-civile e politico di matrice gramsciana. E’ a Gramsci che devo l’assunzione una volta per sempre della responsabilità, all’interno del flusso del reale e della storia, delle vicende concrete e delle riflessioni, di guardare al tutto e nei dettagli con una presa d’atto di essere non un marziano che ha messo piede sul nostro Pianeta e può giudicare in maniera distaccata e assolutamente oggettiva quello che nota e che lo scuote, ma di riconoscersi portatore e interprete di opzioni di parte impegnato a disoccultare le verità nascoste o che si tenta di nascondere a vantaggio del più forte o del più astuto e attrezzato a salvaguardare i segreti di Pulcinella.

Per quanto, poi, attiene l’ampiezza, l’audacia e lo spessore della riflessione nell’amico Angelo Flores, bisognerebbe rivisitare, ricostruire organicamente e far conoscere la ricchezza e l’audacia degli scandagli e dei suggerimenti dati riguardo a nuove prassi comportamentali e a meditazioni sugli scenari praticabili di rifondazione del tutto grazie ai contributi e alle suggestioni di un nuovo modo di pensare e gestire le risorse e le idee di risorse. Un lavoro del genere, per quanto oneroso possa essere, promette tuttavia di dare ottimi risultati su cui riflettere sui destini delle istituzioni e della vita umana nel prossimo futuro.

Qui ci si limita a proporre all’attenzione di chi legge solo un paio di temi.

Il primo riguarda l’esigenza di rinnovare ab imis la scuola dalle manipolazioni di chi se ne serve sfacciatamente a uso e consumo di parte, come è accaduto finora e come purtroppo accade ancora attualmente e di una sua rifondazione su griglie concettuali scientifiche e su comportamenti morali del tutto responsabili nei confronti della realtà a cui apparteniamo.

“Non esiste educazione”, dichiara perentoriamente Flores, “senza ricerca del diagramma psicologico del pensiero. Si perde la libertà, si offuscano i valori della vita e nasce una mala pianta nella ricerca della democrazia, quando l’educazione venga strumentalizzata da una politica di incultura, come la generalizzazione aziendalista attuale priva del sostegno scientifico. Non si può invocare l’economia senza l’analisi matematica, senza il calcolo delle probabilità. Una politica siffatta si riduce ad una ammucchiata di parole dannose, in cerca di rischi, di avventure, di confusione. Sfugge la verità. La democrazia e il potere democratico si conquistano con il potere della verità che deve essere trasmessa alle leggi (dei codici) secondo le leggi della natura che, come rilevato, sono leggi di Dio, senza le quali non è possibile raggiungere il traguardo della giustizia, non è possibile scrivere la storia della giustizia. Nell’ordinamento della nostra civiltà giuridica, manca l’educazione di accostarsi alle leggi della logica formale per costruire un legame dell’evoluzione giuridica a quello della ricerca scientifica progressiva verso le leggi della natura guidate dalle leggi matematiche. Si aggredisce la severità del pensiero scientifico, perché la verità e la certezza del diritto fanno paura, nel timore che l’uomo sia assistito dal risveglio delle novità che la ricerca scava nel continuo interrogatorio che dirige nell’universo l’immagine di Dio. La finezza dell’immagine giuridica che ha la natura, sfugge all’immagine dei nostri codici, sui quali si costituiscono dottrine fuori dalle dottrine della coerenza, dell’indipendenza degli assiomi, fuori dal principio di minimo sul quale gli assiomi devono coesistere, perché nei codici si trovi la certezza. E’ necessario accostare il linguaggio della scienza agli studi del nostro diritto”<span class="su-quote-cite">A. Flores, Il cigno (Tra i miei ricordi) Presentazione di M. Salazar, Edizioni A. Sfameni, Messina 2006, pp. 283-284</span>

Non meno rilevanti e incisive sono le osservazioni di Flores che concernono la fusione nucleare e il futuro del sistema solare, che qui riportiamo a conclusione della nota:

“Quando l’idrogeno sarà finito, fra miliardi di anni, cosa succederà? L’idrogeno si sarà trasformato in elio e cioè l’elio è la cenere di questa combustione. Il processo costituisce il così detto effetto Bethe (Premio Nobel 1967). L’energia solare ha natura termonucleare attraverso un processo di fusione. Questo processo trasforma nuclei di elementi leggeri (come l’idrogeno) in nuclei di elementi via via più pesanti. Quando l’idrogeno sarà finito nel Sole verrà a mancare la pressione interna dovuta alla combustione dell’idrogeno. Ed allora? Il nucleo del Sole si comprimerà maggiormente a causa della gravità che continua a schiacciarlo. Verranno, però, a mancare quelle controreazioni che assicurano il suo equilibrio attuale, onde il suo volume centrale diventerà più piccolo e si riscalderà ulteriormente e l’elio diventerà combustibile con generazioni di temperature ancora più alte rispetto alla fusione precedente. La cenere elio, dunque, diviene combustibile. Indi seguirà un’altra successione di processi di combustione che dal carbonio andrà a catena verso altri elementi e il sole anziché diventare sempre più freddo diventerà sempre più incandescente e marcerà, via via, ad idrogeno, ad elio, a carbonio e, quindi, ultimo elemento della catena a ferro. Ed allora il processo avrà fine. Il Sole diventerà una enorme sfera incandescente ed esploderà. Apocalisse? La materia del Sole si spanderà ai confini del sistema solare e, poi, tutta la sua materia concorrerà a formare una stella a neutroni […] La vita è fusione e cioè sul nostro pianeta la vita non ci sarebbe senza la fusione. Cessando la combustione, le ceneri diventano materia con generazione di elementi sempre più complessi (a partire dall’idrogeno). Si ha la cosiddetta fusione nucleosintesi. Dicendo che la Terra è fatta di elementi del “sistema periodo”, ammettiamo una successione di processi di combustione che si è generata via via nel corso dei secoli, ammettiamo l’esistenza di un serbatoio chimico nell’universo, ammettiamo che la Terra è fatta della cenere di un continuo processo di fusione. Su questo processo, fatto di ceneri, si svolge la nostra vita. Pulvis es et in pulverem reverteris” <span class="su-quote-cite">Angelo Flores, op. cit., pp. 298-299</span>

ALTRI RIFERIMENTI:

Gli articoli di Ugo Piscopo

 

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