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Se la conoscenza è un’illusione, qual è la ragion d’essere degli esami?

A proposito del testo tratto da: Steven Sloman –Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza, proposto come tema di maturità. 1. Illusione o limiti

A proposito del testo tratto da: Steven Sloman –Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza, proposto come tema di maturità.

1. Illusione o limiti del sapere?

 A proposito della tesi del saggio “L’illusione della conoscenza” degli scienziati cognitivisti Steven Sloman e Philip Fernbach, non sarebbe più appropriato parlare di “limiti”, piuttosto che di “illusione”, della conoscenza? In fondo già dal socratico  ἕν οἶδα ὅτι οὐδὲν οἶδα (hoc unum scio, me nihil scire) e dal μηδὲν ἄγαν (nec plus ultra) del Tempio di Apollo a Delfi si può ricavare una lapidaria forma di saggezza. Ecco comunque  il testo completo del brano tratto dall’opera citata,  proposto fra gli altri  agli studenti in occasione degli esami di maturità di quest’anno.

 “Tre soldati sedevano in un bunker circondati da mura di cemento spesse un metro, chiacchierando di casa. La conversazione rallentò e poi si arrestò. Le mura oscillarono e il pavimento tremò come una gelatina. 9000 metri sopra di loro, all’interno di un B-36, i membri dell’equipaggio tossivano e sputavano mentre il calore e il fumo riempivano la cabina e si scatenavano miriadi di luci e allarmi.

Nel frattempo, 130 chilometri a est, l’equipaggio di 5 un peschereccio giapponese, lo sfortunato (a dispetto del nome) Lucky Dragon Number Five (Daigo Fukuryu Maru), se ne stava immobile sul ponte, fissando con terrore e meraviglia l’orizzonte. Era il 1° marzo del 1954 e si trovavano tutti in una parte remota dell’Oceano Pacifico quando assistettero alla più grande esplosione della storia dell’umanità: la conflagrazione di una bomba a fusione termonucleare soprannominata “Shrimp”, nome in codice Castle Bravo.

Tuttavia, qualcosa andò terribilmente storto. I militari, chiusi in un bunker nell’atollo di Bikini, vicino all’epicentro della conflagrazione, avevano assistito ad altre esplosioni nucleari in precedenza e si aspettavano che l’onda d’urto li investisse 45 secondi dopo l’esplosione. Invece, la terra tremò e questo non era stato previsto. L’equipaggio del B-36, in volo per una missione scientifica finalizzata a raccogliere campioni dalla nube radioattiva ed effettuare misure radiologiche, si sarebbe dovuto trovare ad un’altitudine di sicurezza, ciononostante l’aereo fu investito da un’ondata di calore.

Tutti questi militari furono fortunati in confronto all’equipaggio del Daigo Fukuryu Maru: due ore dopo l’esplosione, una nube radioattiva si spostò sopra la barca e le scorie piovvero sopra i pescatori per alcune ore. […] La cosa più angosciante di tutte fu che, nel giro di qualche ora, la nube radioattiva passò sopra gli atolli abitati Rongelap e Utirik, colpendo le popolazioni locali. Le persone non furono più le stesse. Vennero evacuate tre giorni dopo in seguito a un avvelenamento acuto da radiazioni e temporaneamente trasferite in un’altra isola. Ritornarono sull’atollo tre anni dopo, ma furono evacuate di nuovo in seguito a un’impennata dei casi di tumore. I bambini ebbero la sorte peggiore; stanno ancora aspettando di tornare a casa. La spiegazione di tutti questi orrori è che la forza dell’esplosione fu decisamente maggiore del previsto. […] L’errore fu dovuto alla mancata comprensione delle proprietà di uno dei principali componenti della bomba, un elemento chiamato litio-7.

Questa storia illustra un paradosso fondamentale del genere umano: la mente umana è, allo stesso tempo, geniale e patetica, brillante e stolta. Le persone sono capaci delle imprese più notevoli, di conquiste che sfidano gli dei. Siamo passati dalla scoperta del nucleo atomico nel 1911 ad armi nucleari da megatoni in poco più di quarant’anni.

Abbiamo imparato a dominare il fuoco, creato istituzioni democratiche, camminato sulla luna […]. E tuttavia siamo capaci altresì delle più impressionanti dimostrazioni di arroganza e dissennatezza. Ognuno di noi va soggetto a errori, qualche volta a causa dell’irrazionalità, spesso per ignoranza. È incredibile che gli esseri umani siano in grado di costruire bombe termonucleari; altrettanto incredibile è che gli esseri umani costruiscano effettivamente bombe termonucleari (e le facciano poi esplodere anche se non sono del tutto consapevoli del loro funzionamento).

È incredibile che abbiamo sviluppato sistemi di governo ed economie che garantiscono i comfort della vita moderna, benché la maggior parte di noi abbia solo una vaga idea di come questi sistemi funzionino. E malgrado ciò la società umana funziona incredibilmente bene, almeno quando non colpiamo con radiazioni le popolazioni indigene. Com’è possibile che le persone riescano a impressionarci per la loro ingegnosità e contemporaneamente a deluderci per la loro ignoranza? Come siamo riusciti a padroneggiare così tante cose nonostante la nostra comprensione sia spesso limitata?»

2. Illusione della conoscenza o aspetti contrastanti del progresso?

“L’illusione delle conoscenza” intesa come “l’illusione del progresso”: possiamo ritenere che il successo della traccia sia dovuto al fatto che essa può essere ritenuta una traccia sugli aspetti positivi e negativi del progresso. Questa è una tematica alla quale i giovani in grande numero sono particolarmente sensibili, come dimostra, a mo’ di esempio, l’impegno di Greta Thunberg nell’ambito del mondo globalizzato contro l’inquinamento ambientale.  C’è però qualche osservazione da fare agli autori del brano. Riflettiamo sul seguente periodo: “La spiegazione di tutti questi orrori è che la forza dell’esplosione fu decisamente maggiore del previsto. […] L’errore fu dovuto alla mancata comprensione delle proprietà di uno dei principali componenti della bomba, un elemento chiamato litio-7.” È lecito, anzi d’obbligo, chiedersi: se tale comprensione non fosse mancata, ci si sarebbe astenuti dallo sganciare la bomba? Il fatto su cui riflettere non è forse la decisione di sganciare una bomba comunque distruttiva? Qui entra in gioco il problema dell’hobbesiano “bellum omnium contra omnes”. Non sappiamo se gli autori abbiano avuto il tempo di leggere le riflessioni di Immanuel Kant sulle prospettive di una pace perpetua in “Zum ewigen Frieden. Ein philosophischer Entwurf”. Siamo quindi sul piano etico. Non si tratta di distruggere di più o di meno. Per gli autori  “la società umana funziona incredibilmente bene, almeno quando non colpiamo con radiazioni le popolazioni indigene”. Dunque l’unico difetto sarebbe quello di colpire con radiazioni le popolazioni indigene, poi tutto il resto va per il meglio! Un’ultima osservazione: non è persuasivo il “noi” nella frase interrogativa finale. Perché?  Non è il caso di spiegarlo ora, altrimenti va a finire che queste considerazioni diventano una specie di svolgimento. Speriamo soltanto che l’illusione della conoscenza non contraddistingua proprio chi si occupa di scienze cognitive.

3. Quali sono le referenze degli autori?

 Chi sono Steven Sloman e Philip Fernbach? Ricaviamo dalla rete queste notizie. I due autori sono degli esperti nel campo della neuroscienza, della psicologia e della neuropsicologia. Da anni lavorano a studi tesi ad evidenziare i risvolti della continua evoluzione della tecnologia sui comportamenti umani e sullo sviluppo (o deterioramento) delle facoltà cognitive del singolo. La summa del loro lavoro è contenuta proprio ne ‘L’illusione della conoscenza’. Steven Sloman,  oltre ad essere un professore ordinario alla Brown University, dove si occupa di corsi di Scienze cognitive, linguistiche e psicologiche, è anche direttore della rivista scientifica ‘Cognition‘. Philip Fernbach invece è professore di Marketing alla School of Business di Leeds e scienziato cognitivo.

4. La questione di un sottotitolo

 Come si vede, c’è un sottotitolo: “Perché non pensiamo mai da soli”. Anche il sottotitolo può essere considerato ambiguo. È vero che non pensiamo da soli, ma è vero anche il contrario. È  vero cioè che non ci sarebbe il pensiero del singolo senza i pensieri altrui, ma è anche vero che è pur sempre il singolo a pensare nella propria irripetibile singolarità.

 

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