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Studenti e polizia fra etica e politica

Cosa diremo ai nostri studenti dopo le manganellate a Pisa? Il dibattito politico deve restare al di fuori della scuola? Studenti e polizia fra etica e politica.

Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”
Sergio Mattarella

Il prof. Roberto Vecchioni in lacrime

Nel mese di febbraio 2024 il Presidente della Repubblica Italiana è intervenuto con il perentorio commento in epigrafe sulla vicenda delle manganellate a studenti anche minorenni manifestanti per la Palestina. Col suo intervento ha ricordato fermamente l’articolo 17 della Costituzione di cui è garante:

“I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi […]”

All’articolo 17 è strettamente collegato l’articolo 21:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione […]”

Durante i lavori preparatori della nostra Costituzione il dibattito sull’articolo 17, che richiese meno tempo di quello dedicato all’articolo 21, riguardò oltre che i luoghi e i preavvisi di riunione l’opportunità o meno di introdurre l’avverbio “pacificamente”, che alla fine si decise di mantenere.

Sicuramente il monito presidenziale è stato concepito sulla base di notizie oggettivamente accertate circa il carattere pacifico della manifestazione studentesca.

La massima carica dello Stato, che merita rispetto soprattutto da parte di chi rispetto non merita, ha espresso così un giudizio etico che a livello politico non dovrebbe essere sottovalutato.

Anche da parte nostra è possibile stabilire sulla base delle notizie acquisite mediante i mezzi di informazione, a meno di smentite peraltro improbabili, alcuni fatti. Giovani riuniti pacificamente e senza armi si sono recati in corteo in luogo pubblico a Pisa per manifestare a favore della causa (non del terrorismo) palestinese. In quel luogo pubblico le forze dell’ordine hanno effettuato una particolare manovra, stringendo quei cittadini in una morsa, colpendoli e ferendoli coi manganelli in dotazione, in qualche caso costringendone alcuni a sdraiarsi al suolo e a restare immobilizzati (pur in assenza di conseguenze tragiche come il I can’t breathe al quale conduce l’efferato chokehold praticato dai poliziotti statunitensi), cosicché sembra palesarsi non proporzionato il ricorso a siffatta tecnica costrittiva.

Cariche della polizia sono state effettuate anche a Firenze contro studenti che manifestavano per il medesimo motivo. Resta emblematica l’immagine di una ragazza con la mano sul volto sanguinante per le lesioni procuratele da una manganellata. Il quotidiano il manifesto riporta fra l’altro questa testimonianza di una studentessa:

“Ci hanno caricato due volte, […] la seconda manganellando chi era già a terra e andando avanti colpendo chi cercava, mani al cielo, di restare lì per aiutare i feriti”.

Non sappiamo se la polizia abbia agito di sua iniziativa o per avere ricevuto direttive e nemmeno se la responsabilità sia stata di tutti gli agenti o solo di alcuni di essi.

Continua frattanto a risuonare la domanda della dirigente scolastica Giovanna Martano sul quotidiano la Repubblica del 27 febbraio 2024:

“Cosa diremo ai nostri studenti dopo le manganellate a Pisa?”

A scanso di equivoci, dal momento che non si tratta di assumere posizioni pregiudiziali contro qualsiasi operazione di polizia, sono qui riportate le parole di Michele Ainis, professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico, intervistato da Caro Tecce su L’Espresso del primo marzo 2024:

“Naturalmente ci possono essere delle circostanze che richiedano l’utilizzo del manganello perché la polizia deve difendersi dalle aggressioni, tuttavia si tratta di circostanze particolari e specifiche che possono giustificare il manganello, ma solo come strumento di difesa, non di offesa.”

Lo stesso Michele Ainis subito dopo aggiunge:

“I ragazzi che vanno in corteo per la pace […] non possono trovarsi manganellati. Io penso ai ragazzi. Non devono aver mai paura di sfilare o avere la percezione di un pericolo.”

Gemini (applicazione di intelligenza artificiale) ha sintetizzato la storia del manganello e dei suoi effetti.

Come è facile immaginare, gli uomini primitivi fra le loro armi rudimentali usarono bastoni, antenati dei manganelli in legno in dotazione alla polizia anglosassone nel secolo decimonono. Successivamente il legno è stato sostituito da materiali come il metallo, la plastica, il policarbonato, e sono stati realizzati altri tipi di manganello, come quello telescopico e quello elettrico. Aggiungiamo che l’uso del manganello può provocare seri danni non solo fisici, ma anche psicologici, ovvero traumi sia corporei che mentali. Sono danni fisici la neuroaprassia e l’axonotmesi, che corrispondono ai primi due gradi dei cinque di Sunderland, scala delle lesioni dei nervi da quelle meno gravi a quelle che comportano l’intervento chirurgico. Tutto ciò suscita per l’appunto un dibattito etico, se non giuridico, in quanto “da un lato si sostiene che il manganello sia un’arma necessaria per le forze dell’ordine per mantenere l’ordine pubblico e difendersi da aggressori, mentre dall’altro si denuncia il suo potenziale abuso e le sue conseguenze negative su chi lo usa e su chi lo subisce.”

You.com (applicazione di intelligenza artificiale) alla nostra richiesta di pronunciarsi sull’uso del manganello ha ideato un racconto che ha il sapore di una favola e qui ci limitiamo a riassumerlo:

“Un giovane poliziotto di nome Marco s’imbatte in un gruppo di teppisti che sta seminando il panico in un parco cittadino, minacciando i visitatori e vandalizzando le strutture. Mosso dal suo senso di giustizia decide di intervenire. Il suo intento è disabilitare i teppisti senza causare gravi lesioni. Perciò ogni colpo è mirato e calibrato, mai eccessivamente violento. Il manganello viene usato come strumento di controllo, per ripristinare l’ordine senza violenza estrema. Col passare del tempo il poliziotto gentile diventa un mentore per gli agenti di polizia suoi coetanei, insegnando loro l’arte di utilizzare il manganello in modo appropriato ed efficace e valutare ogni situazione individualmente, per proteggere e servire la comunità senza abusare del potere. Così il manganello non è più solo un’arma, ma un mezzo per stabilire la fiducia tra la polizia e la comunità.  Quindi, gli effetti dei colpi del manganello dipendono dall’abilità e dall’intenzione dell’agente che lo utilizza. Quando usato correttamente, può essere un mezzo per controllare una situazione senza causare gravi danni fisici.”

Nel fervore del dibattito accesosi sull’accaduto non si è avuta notizia di interventi del Ministro dell’Istruzione e del Merito, a meno che non sia stata data così priva di risalto da poter sfuggire.

Di prioritario interesse sono piuttosto le reazioni della scuola militante. Fra gli interventi sull’argomento figura un significativo articolo di Mariagiovanna Capone pubblicato sul quotidiano il Mattino del 27 febbraio 2024 nella Cronaca di Napoli. Occhiello: “Gli studenti, la polemica”. Titolo: “Scontri al corteo di Pisa: l’appello di 360 presidi ma le scuole si dividono”. Sottotitolo o sommario: “Lettera di protesta al ministro Valditara: «Va garantita la libertà di manifestare».

Fuori dal coro i dirigenti dei licei più noti dall’Umberto al Mercalli”. In effetti centinaia di dirigenti scolastici e migliaia di docenti hanno espresso sconcerto e sdegno per i metodi repressivi usati nei confronti dei manifestanti a dispetto del dettato costituzionale. Risaltano inoltre dichiarazioni di rappresentanti degli studenti improntate al rammarico per le mancate adesioni alle rimostranze.

Tuttavia sul quotidiano il Mattino in data primo marzo 2024 leggiamo sotto il titolo “Protestare sì ma rispettando i divieti” la lettera di “una vecchia insegnante ormai in pensione da molto tempo”, che osserva:

“Fermo restando che la violenza è sempre da condannare e che tutti hanno il diritto di manifestare la propria opinione e il proprio dissenso, a me sembra che la polizia sia intervenuta quando gli studenti hanno cercato di forzare lo sbarramento imposto al loro corteo per motivi di sicurezza.”

Nella lettera non si tiene conto della sproporzione delle forze in campo.

Mentre erano in corso accertamenti sia interni alla polizia che della magistratura sull’accaduto, fra i responsabili politici c’è stato da una parte chi ha difeso i manganellatori e dall’altra chi si è dichiarato aperto all’autocritica. Perciò ci chiediamo se sia possibile giustificare in qualche modo l’operato degli agenti. La presa di posizione di un noto intellettuale di fronte alla battaglia di Valle Giulia, che ebbe luogo a Roma il primo marzo del 1968, è stata ricordata a sproposito. Infatti le circostanze erano ben diverse da quelle attuali. Con la polizia si scontrarono studenti universitari che tentavano di rioccupare con la violenza una facoltà universitaria dopo che era stata sgombrata. Pier Paolo Pasolini commentò l’accaduto con il lungo componimento in versi “Il PCI ai giovani!”, pubblicato su Nuovi Argomenti, n.10, aprile-giugno 1968, rivolgendosi così agli studenti borghesi:

“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.”

I poliziotti sono addestrati per mantenere l’ordine pubblico e per mantenerlo fanno ricorso alle tecniche apprese. Nella battaglia di Valle Giulia non potevano fare altrimenti che ricorrere alla violenza contro la violenza.  Negli attuali episodi invece la violenza è stata usata contro studenti non universitari e non violenti. In tali situazioni nemmeno l’assenza di preavviso di una manifestazione sembra escludere che l’ordine pubblico possa essere gestito con una certa prudenza. Se vi sono state soltanto responsabilità di singoli agenti, spetta agli organi competenti individuarli. In ogni caso, questa è la sede adatta per recepire il messaggio presidenziale in epigrafe, ma non lo è per discutere sulle responsabilità politiche dell’accaduto.

Il dibattito politico deve restare al di fuori della scuola?

Riteniamo di no, altrimenti non avrebbe senso parlare di educazione civica. Solo che il dibattito dovrebbe svolgersi non ai livelli degli scontri fra esponenti di diversi partiti, ma in termini culturali, assumendo a oggetto il problema cruciale del rapporto fra etica e politica. Su tale problema ci limitiamo a ricordare un saggio nel quale Norberto Bobbio, contestando fra l’altro la distinzione di Benedetto Croce fra etica e politica, afferma che “ogni attività del politico ha un vincolo etico”.

Ed è appunto il formare le giovani generazioni alla conoscenza e al rispetto dell’etica che consente la speranza di pervenire un giorno a una politica che sia nutrita di autentica cultura e accolga in sé come sacro questo vincolo. Attualmente la lontananza da un così elevato ideale trova la sua misura in un linguaggio politico non di rado privo di eleganza e perfino di decenza. Nel 2021 Lorenza Ambrisi ha pubblicato per Guida editori La lingua dell’odio. Deriva linguistica dell’italiano contemporaneo: ebbene, a meno che la cultura nel senso più nobile del termine non riesca a trovare sempre maggiore spazio in politica, la politica continuerà ad accogliere una lingua dell’odio dissimulato e l’ipocrisia non lascerà spazio all’etica.

Un’ultima osservazione, che riguarda la notizia dell’occupazione studentesca di un Liceo con divieto di ingresso ai docenti, mentre il dirigente scolastico ha dovuto trattare per poter accedere ai locali, proclamandosi addirittura “prigioniero politico” (espressione che poi ha cercato di ridimensionare). In questo caso riteniamo di dover riprendere e adattare il pensiero di Pasolini: siamo solidali col preside e i docenti, perché la scuola deve essere luogo di impegno intellettivo e non di protesta effettuata sbarrando l’accesso mediante la propria corporeità. Si protesti pure, ma dall’interno e civilmente, perché altrimenti anche l’occupazione studentesca di un istituto scolastico si risolve in un fallimento.

 

Per approfondire:

https://www.democraziaconsapevole.it/2020/10/22/etica-e-politica-differenze-fra-etica-e-politica-norberto-bobbio/

https://www.amnesty.it/campagne/proteggo-la-protesta/

 

Classificazione delle lesioni nervose

 

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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