Gli Esami di Stato dovrebbero essere la festa della scuola e della cultura e, per docenti e presidi, l’occasione di dimostrare di saper vivere quello scampolo di collegialità ancora rimasto.
Un’autentica festa della scuola e della cultura dove tutti sono invitati a partecipare. L’occasione ove tutti possono capirci qualcosa di più delle discipline di studio e del perché si insegnano e essere portati a dibattere cosa fa la scuola, che cosa effettivamente trasmette, con quanta efficacia sa farlo e con quale serietà e competenza sa accertarlo e valutarlo. In definitiva un momento che, per le dimensioni del fenomeno e il numero dei soggetti interessati, il Paese ha a disposizione per mostrare la sua maturità, la sua cultura, l’insieme degli atteggiamenti e delle abitudini dominanti, in quale conto tiene l’istruzione e l’educazione dei suoi cittadini e dunque la scuola e per verificare quale è la coerenza e la bontà del sistema d’istruzione che ha costruito.
Questo in linea teorica! Sul piano pratico le cose vanno molto diversamente.
Gli esami sono vissuti male, ci si prepara poco e se ne discute altrettanto poco. Domina la superficialità. La questione è così seria che imporrebbe altro impegno, altra mobilitazione di risorse e intelligenze; ma i limiti sono tanti e la fretta dominante non lo consente! E così anche la nostra Stampa nazionale, regina di superficialità, ne tratta poco e male. Eppure non può continuare a essere così, anche perché l’intero sistema dell’istruzione e della formazione, costruito sull’autonomia delle istituzioni scolastiche, rafforza e potenzia la funzione degli esami. Occorre dunque almeno restringere il divario tra teoria e realtà.
A preoccuparsene devono essere principalmente le scuole e l’Amministrazione Centrale. Agli esami, alla loro organizzazione e preparazione, devono cominciare a prestare maggiore attenzione discutendone già ad inizio d’anno scolastico e non solo alla sua conclusione, nel momento del rito celebrativo. Parlare di esami significa, tra l’altro, parlare dei contenuti disciplinari a cui tende l’azione didattica dei docenti, ovvero dei risultati di apprendimento da conseguire a conclusione di un ciclo di studi. Significa cioè parlare di ciò che si insegna e che si dettaglia in un programma e che fino a ieri era stabilito a livello nazionale dai programmi ministeriali. Teoricamente prescrivevano per tutti cosa insegnare.
Oggi, il sistema dell’istruzione non prevede più al suo interno programmi ministeriali ma solo Indicazioni Nazionali. Sostanzialmente — e normativamente — si sostituisce alla prescrizione di “cosa insegnare” la prescrizione del “cosa apprendere”. Con l’insieme delle “cose” da apprendere si dà una guida a tutti: agli insegnanti, agli studenti, alle famiglie. Su questo insieme di risultati dovrebbero vertere gli esami e gli accertamenti dell’Invalsi, le prove di accesso all’Università e ogni altro tipo di valutazione che si voglia fare in modo serio, coerente alle opportunità di apprendere offerte agli studenti. A tutto ciò si accompagna un altro aspetto più immediato e concreto: gli esami si pongono come lo strumento più potente che si ha a disposizione per favorire la crescita della cultura della valutazione e della professionalità docente nonché per elevare i livelli e la qualità dell’apprendimento.
Quanto sopra l’ho scritto anni fa in un Editoriale del Periodico di Matematiche [2/2011] ma l’avevo già scritto e poi riscritto altre volte. L’anno scorso avevo invocato dall’Amministrazione scolastica una maggiore attenzione verso la preparazione dell’appuntamento degli esami di Stato ricordando quanto lo stesso Ministero aveva fatto per la prova nazionale di matematica nei decorsi anni scolastici.
Quest’anno ho notato vari cambiamenti positivi. La stampa sembra essere divenuta più matura e buoni servizi sono stati offerti anche dalle varie sigle TV. Inoltre da molte dichiarazioni mi pare che docenti e presidi stiano riprendendo coscienza del fatto che anche loro devono prepararsi agli esami che devono saper fare con spirito collegiale. Una categoria, questa della collegialità, di cui solo la scuola sembra ancora conservare qualche scampolo.
E poi c’è stata l’intervista di Atalia Del Bene a Biagio Scognamiglio, che in tema di esami di Stato ne sa certamente più degli altri, con una conclusione che è semplicemente da incorniciare:
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