Memoria storica, responsabilità etica e dovere educativo di fronte ai genocidi del Novecento e del presente.
Dimenticare i morti
sarebbe come ucciderli
una seconda volta
Elie Wesel
Discorso del Segretario generale del Consiglio d’Europa

Il Presidente Mattarella con studenti
Il 27 gennaio 1945 il campo di concentramento di Auschwitz fu liberato dalle truppe dell’Armata Rossa. Nel 2005 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite deliberò di istituire quella data come Giorno della Memoria, per commemorare le vittime dell’Olocausto, parola giunta a noi dal greco ὁλόκαυστον attraverso il latino holocaustum, che significa in termini etimologici “arso completamente” e dalla pratica di sacrificio dell’antichità classica consistente nel bruciare vittime sacrificali è giunta a indicare per estensione “sacrificio totale” e per antonomasia “sterminio degli ebrei nel lager nazisti”.
In una delle ricorrenze Alain Berset, Segretario generale del Consiglio d’Europa, tenne un discorso in cui contrappose ai fragori degli ordigni bellici il silenzio dei campi di sterminio, che definì “assordante”: era il silenzio della morte di un milione di persone, di cui 960.000 di stirpe ebraica, efferatamente assassinate. Di qui il dovere di ricordare quella strage tremenda e di trasmetterne il ricordo alle future generazioni, come ammonì Elie Wiesel, Premio Nobel per la pace, allora deportato ad Auschwitz e a Birkenau.
Discorso del Presidente della Repubblica Italiana
Al Quirinale il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella durante una delle celebrazioni del 27 gennaio, ricollegandosi a Primo Levi, ha evidenziato il legame dei campi di concentramento con la politica nazifascista, determinata a massacrare persone ritenute di razza inferiore. Riassumiamo i punti salienti del suo discorso, nel quale è stato messo in risalto il proposito di genocidio, deliberatamente programmato in dispregio dei diritti umani e degli elementari principii della morale:
“Auschwitz spalancava – e spalanca tuttora – i suoi cancelli su un abisso oltre ogni immaginazione. Un orrore assoluto, senza precedenti – cui null’altro può essere parificato – ideato e realizzato in nome di ideologie fondate sul mito della razza, dell’odio, del fanatismo, della prevaricazione.”
Come osserva il Presidente, sembra inconcepibile che menti umane siano giunte a concepire una simile aberrazione, diretta ad investire ebrei, omosessuali, dissidenti, disabili, vittime di coloro che Daniel Golhagen ha definito “volenterosi carnefici”, di fronte ai quali Primo Levi ha manifestato profondo sconcerto per le “insospettate riserve di ferocia e di pazzia latenti nell’uomo dopo millenni di vita civile”. Offre conforto il ricordo dell’operato dei “Giusti” contro questa orripilante perversione: volontari determinati a salvare ebrei dallo sterminio non esitarono a correre il rischio di cadere essi stessi vittime della barbarie nazifascista, come per taluni di loro accadde.
In contrasto con questa abnegazione sono da ricordare con sdegno le leggi razziali adottate in Italia dal fascismo e l’apporto della Repubblica di Salò alla persecuzione degli ebrei; allo stesso tempo, non si può non manifestare preoccupazione per il risorgere di manifestazioni di antisemitismo, aberrante reviviscenza alla quale si può far fronte con “l’importanza decisiva della cultura, dell’istruzione”:
“Parole d’ordine, gesti di odio e di terrore sembrano di nuovo affascinare e attrarre […] Su questo occorrerebbe compiere un’approfondita riflessione: indagando le motivazioni che spingono numerose persone a coltivare in modo inaccettabile simboli e tradizioni di ideologie nefaste e minacciose, che hanno portato all’umanità soltanto dolore, distruzione, morte.”
Nel ribadire l’amicizia dell’Italia nei confronti di Israele e nel manifestare angoscia per gli ebrei presi come ostaggi da Hamas, il Presidente non ha però sottaciuto la sua angoscia anche per i palestinesi sterminati nella striscia di Gaza.
Nonostante il persistere dell’odio fra nazioni, non viene meno la speranza:
“Ci ostiniamo a rimanere fiduciosi nel futuro dell’umanità. Nella convinzione profonda che un futuro intriso di intolleranza, di guerra e di violenza, non sia il desiderio iscritto nelle coscienze delle donne e degli uomini.”
Il dibattito storiografico sulla figura di Papa Pio XII
Una controversa questione storiografica riguarda la posizione di Papa Pio XII di fronte alla Shoah. Gli Archivi Vaticani, aperti recentemente per volere di Papa Francesco, costituiscono una fondamentale fonte di ricerca. Secondo una corrente storiografica radicale è deprecabile che la politica hitleriana non sia stata condannata esplicitamente dal “Papa del silenzio”. Secondo un’altra corrente, orientata a tener conto del contesto di allora, la prudenza del Papa si risolse in una diplomazia utile per fornire nascostamente aiuti agli ebrei.

Papa Francesco al Muro del Pianto
I post di Papa Francesco
In una prospettiva religiosa risaltano oggi i post succinti e pregnanti che Papa Francesco pubblicò il 27 gennaio 2025, confidando nella pervasività del linguaggio di internet:
“Ribadiamo oggi con forza che ai semi dell’antisemitismo non si deve mai più consentire di mettere radice nel cuore dell’uomo. Ricordando le sofferenze e le lacrime delle vittime della Shoah ripetiamo: mai più!”
“L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree non può essere né dimenticato né negato. Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri. Collaboriamo tutti a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di persecuzione religiosa.”
Papa Francesco per tutta la durata della sua visita ad Auschwitz nel 2016 restò in un silenzio “assordante” come quello evocato da Alain Berset, affidando a uno scritto nel Libro d’Onore la sua invocazione al Dio cristiano, pregato di avere pietà del suo popolo e di perdonare tanta crudeltà.

Papa Leone XIV
Papa Leone XIV di fronte allo strazio dei Palestinesi
Dal canto suo Papa Leone XIV si è soffermato sulla sorte straziante dei Palestinesi, fra i quali bambini, anziani, ammalati, nella Striscia di Gaza, ove la negazione dell’ingresso di aiuti umanitari ha condannato quel popolo alla morte per fame in uno scenario di apocalittica distruzione. Di fronte all’uso della parola “genocidio”, pur dichiarando che la Santa Sede non ritiene di pronunciarsi in merito, ha ricordato che anche organizzazioni non governative israeliane nei loro report si sono pronunciate col ripudio di una guerra con cui Israele prende di mira la popolazione civile palestinese, contro la quale è stata usata sistematicamente anche la morte per fame. Il Sommo Pontefice della Chiesa cattolica ha sottolineato che in ogni caso non dobbiamo lasciarci sopraffare dall’assuefazione alle stragi, restando prede dell’indifferenza e dell’insensibilità.
Considerazioni personali
Alla luce di quanto fin qui documentato risalta la necessità di riflettere sullo svolgimento dei programmi di storia nelle nostre scuole. È uno svolgimento spesso deficitario, che lascia il Giorno della Memoria fuori contesto. A tal proposito l’Intelligenza Artificiale ha sintetizzato così la questione sulla base del materiale reperito in rete:
“Molto spesso non si arriva davvero al Novecento, oppure lo si affronta in modo frettoloso negli ultimi mesi dell’anno. E non è un caso: è un problema strutturale noto da decenni nella scuola italiana. Perché succede? Ricerche sulla didattica della storia in Italia mostrano che i programmi sono molto estesi, partendo dall’antichità e lasciando poco margine per l’età contemporanea, mentre il Novecento richiede tempi lunghi: Prima e Seconda guerra mondiale, totalitarismi, avvento della democrazia dopo il crollo del fascismo, guerra fredda, e così via fino ai giorni nostri … Molti docenti segnalano che si arriva al Novecento solo a volo d’uccello, oppure lo si concentra in poche settimane.
Cosa dicono i programmi ufficiali? Le linee guida ministeriali prevedono esplicitamente lo studio del Novecento. Negli ultimi anni, inoltre, c’è stata una spinta a rafforzare la storia contemporanea, anche in vista delle nuove riforme che vogliono ribilanciare il curricolo. Ma nella pratica? Nella pratica quotidiana molte non arrivano oltre la Prima guerra mondiale o il fascismo, altre arrivano fino alla Seconda guerra mondiale, ma non oltre. Solo una parte riesce a trattare Repubblica, Costituzione, guerra fredda e globalizzazione con un minimo di profondità. Gli insegnanti stessi riconoscono che il Novecento è spesso il grande assente, tanto che esistono interi progetti e riviste dedicate a come insegnarlo meglio.”
A queste carenze si aggiunge il pregiudizio secondo cui non si deve fare politica a scuola. Così le vicende dell’attualità nella quale la vita quotidiana è immersa sfuggono ad ogni possibilità di riflessione nella sede deputata alla cultura. Non si vuole sostenere che si debba trasformare la realtà scolastica in un ambiente rissoso come lo è quello degli scontri fra partiti politici: si tratta di attivare una modalità di partecipazione alla vita democratica che si basi su precise conoscenze e resti aperta al rispetto di ogni motivata posizione di dissenso rispetto alle proprie convinzioni.
È un compito impegnativo, da affrontare con la responsabilità richiesta a ogni cittadino dalla Repubblica. Non bisogna limitarsi a far studiare la storia: occorre motivare ad apprendere come farla.
Ferve intanto il dibattito sul modo di insegnare la storia secondo le prescrizioni delle Indicazioni Nazionali redatte a cura del Ministero dell’Istruzione e del Merito, caratterizzate da un dichiarato eurocentrismo e dall’attenzione all’eredità classica come fondamento della nostra identità nazionale. La Società Italiana di Didattica della Storia ha decisamente stigmatizzato il carattere prescrittivo delle Indicazioni Nazionali circa l’insegnamento della storia:
“Non ci riconosciamo nell’idea che la storia debba sostanzialmente limitarsi a formare l’identità nazionale degli studenti, perché il suo obiettivo principale dovrebbe essere quello di fornire attraverso lo studio di problemi storici le domande da porre, i nessi da sviluppare, la riflessione sulle conseguenze degli eventi storici, gli strumenti per interrogare il passato e meglio comprendere il presente”.

Senatrice Liliana Segre
In questo articolo sono stati riportati interventi di Alain Berset, Segretario generale del Consiglio d’Europa, del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, di Papa Francesco, di Papa Leone XIV: sono testimonianze di persone dotate di autorità nel senso più nobile del termine e assurgono alla dimensione di fonti storiche particolarmente rilevanti. È una documentazione che consente fra l’altro di riflettere sulla problematica del cosiddetto ritorno dell’antisemitismo, attribuito a quanti prendono posizione contro i metodi bellici di Israele a danno dei civili Palestinesi nella Striscia di Gaza come in un nuovo genocidio, mentre la responsabilità di questo tremendo e orripilante massacro graverebbe non su Israele, ma sul suo primo ministro Benjamin Netanyahu. La questione è quanto mai delicata. Sulle diverse definizioni di antisemitismo date da IHRA-International Holocaust Remembrance Alliance e JDA-Jerusalem Declaration on Antisemitism è aperto il dibattito. Secondo alcuni studiosi l’IHRA è suscettibile di limitare la libertà di critica verso la politica israeliana, mentre secondo altri l’JDA nel garantire tale libertà di critica è suscettibile di abusi interpretativi.
È seria una scuola in cui questa problematica non venga affrontata e trattata con la metodologia propria della ricerca storiografica? Il Giorno della Memoria esige di non trascorrere come una celebrazione dimenticata in tutti gli altri giorni dell’anno. Un ricordo autentico deve essere legato all’acquisizione di una duratura consapevolezza etica. Le menti dei giovani vanno sottratte alla dispersività dell’esistenza inautentica nel modo digitale e recuperate al senso della storia anche attraverso la letteratura, che annovera opere memorialistiche diventate classiche come Se questo è un uomo di Primo Levi, sopravvissuto all’internamento nel campo di Monowitz, estensione del campo di Auschwitz, o La specie umana di Robert Antelm, deportato a Buchenwald e Dachau prima di riuscire ad evadere: sono testimonianze accomunate dall’esperienza della condanna alla perdita di umanità dei detenuti nei lager.
Ed è in questo quadro che può assumere il dovuto risalto anche il danno arrecato alla cultura durante il periodo nazifascista dalla persecuzione di studiosi di spicco come i matematici ricordati da Emilio Ambrisi. Dal momento che la cultura non si riduce a un insieme di nozioni, ma ripone la sua essenza in una realtà vissuta, gli allievi sono chiamati non solo ad apprendere la matematica come disciplina, ma anche a rendersi conto che si tratta di una disciplina i cui contenuti sono stati elaborati da persone esposte agli accidenti della storia. Indignarsi per ogni attentato alla cultura significa aver appreso che cosa significa davvero ricordare: rendere presenti le aberrazioni del passato, non senza unirle a quelle purtroppo in atto, per iniziare a costruire una rinascita etica nel futuro.
Così si è espressa in proposito Liliana Segre, sopravvissuta ai campi sterminio e nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Italiana:
“Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.”
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