La prova di matematica tra rappresentazione, teatrocrazia e rivoluzione proclamata. Quando l’Esame di Stato rischia di trasformarsi in Spettacolo di Stato.
La traccia svolta ieri dai candidati della maturità scientifica, come già accaduto nelle due sessioni precedenti, vuole sorprendere. È probabilmente questa la ragione per cui conserva quella che ormai possiamo considerare una caratteristica stabile delle tracce ministeriali — figlia dei tempi e della «teatrocrazia», come la chiama Gustavo Zagrebelsky: la presenza di citazioni poste a mo’ di cornice dei problemi e dei quesiti, una in apertura e una in chiusura.
Dal 2024 esse costituiscono la vera novità «culturale» della prova e un ulteriore tassello di quella che il Ministro Valditara ama definire la propria «rivoluzione» della matematica.
E bisogna riconoscere che un poco di ragione il Ministro potrebbe anche averla. La rivoluzione c’è davvero. Non risiede però, come egli afferma, nell’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Nuove Indicazioni Nazionali, quanto nella progressiva contaminazione della matematica con slogan pedagogici, formule ad effetto e costruzioni retoriche che finiscono per toglierle chiarezza e limpidezza, fino a comprometterne perfino il rigore e l’esattezza.
È proprio negli errori di fondo che il cambiamento si manifesta con maggiore evidenza: in un aspetto ricorsivo del numero naturale elevato a principio identitario; nella verità del teorema di Pitagora temporalizzata all’interno di un sistema assiomatico; nella spiegazione del «perché si studia la matematica», che muta natura, significato e ampiezza passando dal primo al secondo ciclo.
In questo quadro si collocano le citazioni che accompagnano i problemi d’esame. E dobbiamo ammettere che la caparbietà con cui esse vengono riproposte ci ha indotto persino a dubitare di noi stessi. Forse eravamo noi a non averne compreso l’essenza. Forse non avevamo colto la grande finalità educativa che si cela dietro questa scelta. Le avevamo liquidate come inutili orpelli; oggi siamo disposti a riconoscerle come autentiche gemme di una pedagogia dell’apparenza, offerte generosamente al Paese per distrarlo dalla sostanza.
Non ne avevamo compreso neppure l’immanenza storica. Esse sono perfettamente coerenti con il nostro tempo. Viviamo nell’epoca dei social network e nessuno ignora il successo che una citazione ben piazzata può ottenere su Facebook, Instagram o LinkedIn. Quanti «mi piace», quante condivisioni, quanta parvenza di profondità possono nascere da una frase opportunamente collocata!
Vi è poi un’altra particolarità degna di nota, che forse svela il vero cuore dell’operazione. Le citazioni compaiono esclusivamente nella sessione ordinaria. Non risultano presenti, almeno finora, né nelle prove suppletive né in quelle straordinarie.
Ed è difficile pensare che si tratti di una semplice dimenticanza. La spiegazione è probabilmente un’altra: quando il numero di studenti, docenti e scuole si riduce, quando il pubblico si assottiglia e la platea diventa troppo piccola per alimentare la rappresentazione, il sipario cala e la citazione scompare.
Senza grandi numeri non c’è audience. E senza audience vengono meno anche le ragioni di certi gesti simbolici, pensati più per essere osservati che per essere utilizzati.
Tutto ciò conferma con ancora maggiore evidenza che le citazioni non sono destinate ai candidati. Non aiutano a risolvere i problemi, non suggeriscono strategie, non forniscono indicazioni operative. E passa in secondo piano il fatto che possano persino confondere o semplicemente distrarre chi è chiamato a sostenere la prova.
Sono rivolte direttamente alla Nazione, o almeno a quell’immagine di Paese colto che la rappresentazione intende evocare.
Vengono consegnate all’opinione pubblica come piccoli manifesti simbolici, come frammenti di una narrazione destinata ad accompagnare la prova senza entrare realmente nella matematica.
Ecco perché non si pone neppure un problema di disparità di trattamento tra sessione ordinaria e sessioni speciali.
Le citazioni non fanno parte dell’esame. Fanno parte della rappresentazione dell’esame.
Nel 2026 il dono si presenta nella forma di due perle.
In apertura compare Albert Einstein:
«Nella misura in cui i teoremi della Matematica si riferiscono alla realtà, non sono certi, e nella misura in cui essi sono certi, non si riferiscono alla realtà.»
In chiusura interviene Richard J. Trudeau:
«La matematica è il gioco più bello del mondo. Assorbe più degli scacchi, scommette più del poker, e dura più di Monopoli. È gratuita, e può essere giocata ovunque. Archimede lo ha fatto in una vasca da bagno.»
Così, tra Einstein e Trudeau, tra la natura della verità matematica e la matematica come gioco universale, trovano posto problemi, grafici, funzioni e probabilità.
La distanza tra le due citazioni è considerevole. Ciò che le accomuna, tuttavia, è il loro ruolo: non aiutare a risolvere la prova, ma contribuire alla sua messa in scena culturale.
In conclusione, le due citazioni non aiutano a risolvere alcun quesito, ma assolvono a una funzione precisa: ricordare che ogni rappresentazione del potere ha bisogno dei propri simboli e dei propri riti. La matematica continua a fare il suo lavoro silenzioso tra definizioni, dimostrazioni e calcoli. La teatrocrazia, invece, ha bisogno di una scena. E quale scena migliore dell’Esame di Stato, sempre meno esame dello Stato e sempre più spettacolo dello Stato?
Forse è proprio questo che si vuole: che persino la matematica possa passare in secondo piano, purché la rappresentazione resti. Se così fosse, sarebbe questa la vera rivoluzione matematica di Valditara?“
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