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Di riforma in riforma

Il Ministro annuncia l’arrivo di nuove indicazioni nazionali. Di riforma in riforma per riscrivere norme e modalità di vivere la scuola.

“Un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il
complesso planetario rende ciechi, incoscienti e irresponsabili”
Edgar Morin

“Tu ne cede malis, sed contra audentior ito”
Virgilio

Un Ministro illustra una “sua” Riforma

L’annuncio

Dall’Agenzia Adnkronos:

“Le scuole italiane sono pronte a vivere un cambiamento che promette di riscrivere non solo i programmi, ma anche le modalità di apprendimento. Il Consiglio dei Ministri, su proposta della presidente Giorgia Meloni e del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, ha approvato ieri (14 gennaio 2025 ndr) il decreto-legge che introduce misure urgenti per la riforma scolastica, delineando il cammino per il periodo 2025-2026 […] La riforma, che trova la sua collocazione all’interno della Missione 4 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si propone di riorganizzare il sistema scolastico italiano, con l’obiettivo di garantire un’istruzione sempre più adeguata alle necessità della società contemporanea.”

La Commissione

La Commissione per la revisione della didattica, i cui lavori sono propedeutici alla nuova definitiva riforma Valditara, è stata presieduta da Loredana Perla, docente di Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università di Bari Aldo Moro, assieme a Ernesto Galli La Loggia, fra l’altro a lungo docente di Storia contemporanea all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e di Storia dei partiti e dei movimenti politici all’Università di Perugia. Riferendosi anche agli altri membri, Alex Corlazzoli su Il fatto quotidiano del 7 gennaio 2025 osserva che la Commissione è “composta da persone che non vivono ogni giorno il mondo della scuola”.

Un’intervista al Ministro dell’Istruzione e del Merito

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, intervistato da Stefano Zurlo per il quotidiano Il Giornale nel mese di gennaio 2025, ha fornito alcune anticipazioni dell’ennesima riforma dei contenuti dei programmi scolastici italiani, per ora limitatamente al percorso dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di primo grado, in attesa degli ultimi ritocchi per il testo definitivo entro la fine di marzo. Sul testo promesso sarà possibile esprimersi criticamente più avanti in maniera dettagliata. Nel frattempo, in seguito alle anticipazioni si è accesa una polemica, nella quale risaltano anche riserve già espresse da Emilio Ambrisi in questa sede.

Sono qui sintetizzate e commentate in parentesi le dichiarazioni più salienti rilasciate dal Ministro all’intervistatore sulla riforma che riguarda “il cammino di bambini ed adolescenti dai 3 ai 14 anni, insomma il percorso dall’infanzia alle medie”: nel mezzo del cammino della media si potrà inserire il latino (non si comprende con quale scopo e con quale tipo di didattica); la geostoria verrà abolita (come se fosse concepibile una storia senza geografia, dal momento che ogni evento storico si svolge in uno spazio geografico); la storia sarà incentrata sugli accadimenti nella penisola italiana dall’antichità ai giorni nostri (singolare visione, questa, che isola la realtà storica dal più ampio contesto in  cui essa si svolge); la letteratura sarà insegnata a partire dalla prima elementare (come se attualmente i maestri non proponessero testi letterari agli alunni); l’insegnamento della lingua italiana verterà essenzialmente sulla grammatica (concezione, questa, che non tiene conto del dibattito da tempo in corso fra i più accreditati linguisti).. Riportiamo le battute conclusive dell’intervista:

“S.Z. – Possiamo dire che quella che si prepara sarà una scuola più sovranista?

G.V. – Ma no, niente slogan facili. Il nostro obiettivo è una scuola seria, protesa in avanti e attenta all’educazione critica dei nostri ragazzi. La revisione delle indicazioni nazionali guarda a loro.”

Circa l’importanza dello studio mnemonico di testi poetici, ribadita dal Ministro, osserva Davide Rondoni:

“Dunque, certo, imparare a memoria può esser utile se l’insegnante sa trasmettere il valore e la bellezza di tale azione di conoscenza, senza banalizzarla. Se no, al contrario, è dannosissimo.”

Per quanto riguarda le materie scientifiche, il Ministro si limita a ricordare che erano state già date indicazioni per matematica e fisica, argomento, questo, tradizionalmente dibattuto su Matmedia. Nell’intervista non si rinvengono accenni all’istruzione informatica e all’educazione informatica con particolare riguardo all’Intelligenza Artificiale, anche se pare che non saranno trascurate.  Non resta che sperare che queste importanti discipline trovino spazio adeguato nel testo definitivo della riforma. Riceve intanto conferma la sussistenza di un annoso scollamento fra dettato ministeriale e realtà della scuola. Le organizzazioni studentesche non sono certo entusiaste di quanto preannunciato. Ciò anche perché la scuola, secondo lo storico Giovanni Carosotti, verrebbe forzata ad essere “veicolo di mentalità reazionaria già dalla primaria”. Su questa linea si colloca anche il pedagogista Daniele Novara:

“Un impianto politico, prima ancora che scolastico o pedagogico. L’idea di scuola come portatrice di valori politici dei vincitori elettorali di turno, come se il successo alle urne concedesse il diritto di trasformare quello che è un bene comune preziosissimo, di tutti e di tutte, in un luogo dove continuare un’inesauribile campagna elettorale contro i valori della solidarietà, del dialogo, dell’incontro e del riconoscimento reciproco.”

Un aspetto positivo è il proposito di valorizzare ulteriormente l’educazione musicale.

Una voce risentita fino all’insulto dall’interno del gruppo di lavoro

Sul Corriere della Sera del 18 gennaio 2025 Ernesto Galli della Loggia in qualità di editorialista interviene sulla riforma in discorso. Nell’articolo intitolato “Storia d’Italia e Bibbia a scuola. La mia difesa (personale)” il cattedratico difende in realtà anche i colleghi facenti parte del gruppo incaricato dal Ministro dell’Istruzione e del Merito di elaborare nuove “Indicazioni nazionali” per la scuola circa l’insegnamento della storia;  respinge le accuse dell’ intenzione di fomentare una sorta di sovranismo o di volere un ritorno alla scuola delle punizioni corporali e delle orecchie d’asino; ammette che nelle indicazioni in questione è presente un’impronta ideologica, ovvero una “determinata visione del passato […] costruita sulla base dei nostri valori morali e civili attuali”; sostiene che  i bambini delle elementari possano trarre profitto dalla lettura della Bibbia affiancata in chiave favolistica ai poemi di Omero e Virgilio, scomodando in proposito Northrop Frye, come se fosse lui solo a conoscere il lavoro dell’eminente critico sulla presenza del testo biblico  quale fonte di ispirazione in tante opere letterarie nel tempo; con tono fortemente risentito, adirato, intollerante nei confronti di quanti contrappongano le loro idee alla sua ideologia, non esita ad accusare di “spudorata demagogia” e di essere “un imbroglione” chiunque ritenga assurdamente restrittivo che nei nuovi programmi di  storia ci si debba limitare all’Italia e all’Occidente fino al penultimo anno, dando spazio solo nell’ultimo anno alla storia mondiale, cosicché gli allievi dovrebbero attendere la fine di un ciclo per poterne essere informati delle vicende del mondo globalizzato in sede di studio. Speriamo che il clima del successivo dibattito sulla riforma promesso dal Ministro non sia così collerico.

Una “pezza a colore”?

Dopo lo sfogo sopra evocato Ernesto Galli della Loggia si è espresso però con toni più pacati. Ha rigettato l’accusa di funzionalità delle linee di riforma al governo di destra, che secondo alcuni sarebbe proteso a formare “futuri elettori sovranisti”, negando quindi che si tratti di linee di riforma ideologiche di ascendenza partitica. Ha difeso la proposta di imporre la conoscenza della Bibbia ai bambini, i quali nella sua visione sarebbero introdotti in tal modo a un primo approccio al patrimonio letterario europeo, mentre nella visione del filosofo della politica  Francescomaria Tedesco questa proposta è per l’appunto un portato ideologico.  Ha ribadito di essere sicuro che la storia debba essere incentrata sull’Italia e sull’Occidente fino al penultimo anno e che solo nell’ultimo anno ci si possa spingere fino alla storia del mondo globalizzato. Si è detto aperto alle critiche, anche se sembra che sia disposto ad accettarle solo nel caso che non contrastino con le sue idee. Intanto il Ministro  ha ribadito tali orientamenti riformistici in un’altra intervista, questa volta televisiva, in un programma gestito dall’accogliente Bruno Vespa.

Sull’insegnamento della storia

Si deve a Ida Fazio, professoressa ordinaria di Storia Moderna all’Università di Palermo, un intervento molto critico sulla visione della storia estrinsecata da Ernesto Galli della Loggia. Per Ida Fazio si tratta della visione non di una vera storia, ma di una storia non vera, che non tiene conto delle “storie connesse” teorizzate da Sanjay Subrahmanyam, in quanto esclude “le contaminazioni culturali e religiose, i conflitti politici ed economici, gli scambi commerciali che di questo mondo costituiscono le radici”, le radici cioè delle vicende storiche dell’Italia e dell’Occidente, in nome di un eurocentrismo che i più autorevoli studiosi del campo ritengono da tempo superato, né tiene conto della “grande divergenza” fra Europa ed Asia alla base del capitalismo occidentale teorizzata  da Kenneth Pomeranz.

Da quanto osservato da Ida Fazio si desume che agli studenti vada offerto un quadro esteso del mondo globalizzato all’interno del quale vivono, desiderosi come sono di conoscerlo anche perché ormai vengono a contatto con esso all’interno della realtà virtuale. Aggiungiamo che la centralità italiana ed europea rivendicata da Ernesto Galli della Loggia, ammesso e non concesso che tale sia stata in passato, è smentita dalle vicende storico-politiche in corso, caratterizzate dalle ambizioni di predominio delle grandi potenze su scala internazionale. In attesa di un’Europa davvero unita le centralità sono altrove: basti pensare all’America di Trump, alla Russia di Putin, alla Cina di Xi Jinping.

Sull’edizione in rete del quotidiano Domani Antonio Brusa presenta Il primo libro di didattica della storia di Andrea Micciché-Igor Pizzorusso-Marcello Ravveduto pubblicato da Einaudi. È un libro che tiene conto dei risultati della più accreditata ricerca storiografica e così viene incontro alla “solitudine del docente”, al quale ora sarà possibile immergersi in una vera e propria “infosfera” storica. Il “sapere didattico” deve fare i conti con quel nuovo “sapere storico” che il progetto di riforma messo in cantiere è orientato a ignorare. Scrive Brusa:

“Un libro e una commissione. Due modi opposti di concepire il medesimo lavoro: accettare la sfida e le incertezze della complessità o rifiutarla e cercare la salvezza nella semplicità di un tempo.”

Sull’insegnamento della grammatica

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito ha dichiarato:

“La cultura della regola inizia dallo studio della grammatica. In particolare, è importante trasmettere all’allievo, fin dall’inizio, la consapevolezza del valore della correttezza linguistica e formale, dell’ordine e della chiarezza nella comunicazione.”

Sull’edizione in rete del giornale Domani nell’articolo Una ginnastica d’obbedienza: la grammatica ideologica di Valditara Giulia Addazi ha ricordato che le parole dei Ministro richiamano alla mente per contrasto il monito di Lettera a una professoressa:

“Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione.”

Anche per Adriano Colombo resterebbe così in vigore una sorta di “catechismo grammaticale”.

Nel 1975 il GISCEL – Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica all’interno della SLI-Società Linguistica Italiana, definì le sue Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica opponendosi alla pedagogia linguistica tradizionale che oggi si cerca forse di riesumare:

“La pedagogia linguistica tradizionale punta i suoi sforzi in queste direzioni: rapido apprendimento da parte dei più dotati di un soddisfacente grafismo e del possesso delle norme di ortografia italiana, produzione scritta anche scarsamente motivata (pensierini, temi), classificazione morfologica delle parti della frase (analisi grammaticale); apprendimento a memoria di paradigmi verbali, classificazione cosiddetta logica di parti della frase; capacità di verbalizzare oralmente e per iscritto apprezzamenti, di solito intuitivi, di testi letterari, solitamente assai tradizionali, su interventi correttivi, spesso privi di ogni fondamento metodico e di coerenza, volti a reprimere le deviazioni ortografiche e le (spesso assai presuntive) deviazioni di sintassi di stile e vocabolario.”

Le Dieci tesi del GISCEL sono le seguenti:

  1. La centralità del linguaggio verbale
  2. Il suo radicamento nella vita biologica, emozionale, intellettuale, sociale
  3. Pluralità e complessità delle capacità linguistiche
  4. I diritti linguistici nella Costituzione
  5. Caratteri della pedagogia linguistica tradizionale
  6. Inefficacia della pedagogia linguistica tradizionale
  7. Limiti della pedagogia linguistica tradizionale
  8. Principi dell’educazione linguistica democratica
  9. Per un nuovo curriculum per gli insegnanti
  10. Conclusione

La pedagogia linguistica tradizionale secondo il GISCEL mira a questi obiettivi:

“[…] Rapido apprendimento da parte dei più dotati di un soddisfacente grafismo e del possesso delle norme di ortografia italiana, produzione scritta anche scarsamente motivata (pensierini, temi), classificazione morfologica delle parti della frase (analisi grammaticale); apprendimento a memoria di paradigmi verbali, classificazione cosiddetta logica di parti della frase; capacità di verbalizzare oralmente e per iscritto apprezzamenti, di solito intuitivi, di testi letterari, solitamente assai tradizionali, su interventi correttivi, spesso privi di ogni fondamento metodico e di coerenza, volti a reprimere le deviazioni ortografiche e le (spesso assai presuntive) deviazioni di sintassi di stile e vocabolario.”

Tuttavia, la pedagogia linguistica tradizionale, che “si è largamente fondata sulla fiducia nell’utilità di insegnare analisi grammaticale e logica, paradigmi grammaticali e regole sintattiche”, risulta inefficace, perché non ha saputo insegnare l‘ortografia, risultando ossessionata dagli “sbagli”, e “non insegna certo bene la produzione scritta”, come dimostrano, ad esempio, “oscurità” e “periodi complicati” nel linguaggio giornalistico.

Ai limiti della pedagogia linguistica tradizionale individuati dal GISCEL ci si oppone fra l’altro: coinvolgendo tutti gli insegnanti nel mirare allo sviluppo delle capacità linguistiche; curando non solo la produzione scritta, ma anche le capacità di produzione orale; spingendo non tanto a discorrere a lungo, ma a saper sintetizzare; tenendo conto di storia della lingua, sociologia e psicologia del linguaggio, semantica; non trascurando il fatto che sovente gli allievi nell’esprimersi partono da linguaggi dialettali; rendendosi conto che la tradizione verbalistica ignora l’importanza della simbolistica non verbale. Così conclude il GISCEL:

“In conclusione, rendiamo esplicito ciò che si annida al fondo della pedagogia linguistica tradizionale: la sua parzialità sociale e politica, la sua rispondenza ai fini politici e sociali complessivi della scuola di classe.  Nella sua lacunosità e parzialità, nella sua inefficacia, l’educazione linguistica di vecchio stampo è, in realtà, funzionale in altro senso: in quanto è rivolta a integrare il processo di educazione linguistica degli allievi delle classi sociali più colte e agiate, i quali ricevono fuori della scuola, nelle famiglie e nella vita del loro ceto, quanto serve allo sviluppo delle loro capacità linguistiche. Essa ha svelato e svela tutta la sua parzialità e inefficacia soltanto nel momento in cui si confronta con l’esigenza degli allievi provenienti dalle classi popolari, operaie, contadine.

A questi, l’educazione tradizionale ha dato una sommaria alfabetizzazione parziale (ancora oggi un cittadino su tre è in condizione di semi o totale analfabetismo), il senso della vergogna delle tradizioni linguistiche locali e colloquiali di cui essi sono portatori, la «paura di sbagliare», l’abitudine a tacere e a rispettare con deferenza chi parla senza farsi capire. Senza colpa soggettiva e senza possibilità di scelta, molti insegnanti, attenendosi alle pratiche della tradizionale pedagogia linguistica, si sono trovati costretti a farsi esecutori del progetto politico della perpetuazione e del consolidamento della divisione in classi vigente in Italia. Senza volerlo e saperlo, hanno concorso ad estromettere precocemente dalla scuola masse ingenti di cittadini (ancora oggi 3 su 10 ragazzi non terminano l’obbligo, e sono figli di lavoratori).”

Circa l’insegnamento della lingua italiana occorrerà quindi confrontare il futuro testo definitivo della riforma ministeriale ancora in cantiere con le dieci tesi del GISCEL [VEDI]

Sarà di fondamentale importanza darsi da fare affinché sia recepita in sede di riforma la connessione fra linguaggio verbale e linguaggio matematico, confrontandola con quanto esposto, ad esempio, da Maria Luisa Altieri Biagi nella sua lectio magistralis Dalla parola al numero.

Una riunione su una riforma

Sullo studio della Bibbia

La Bibbia viene portata a conoscenza di coloro che si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica dall’insegnante di religione, che la presenta come testo sacro in edizione approvata dalla Chiesa. Per coloro che non se ne avvalgano, si presenta il rilevante problema del testo in traduzione dall’ebraico. Nella collana “Classici liberati” delle Blackie Edizioni è disponibile ora il Libro della Genesi nella traduzione “laica” condotta da Elena Baricci sul testo ebraico “masoretico” con la Biblia Hebraica Stuttgartensia come riferimento. Scrive la traduttrice:

“Leggere la Genesi come uno dei grandi capolavori della letteratura universale, senza lasciarsi condizionare da pregiudizi religiosi – o antireligiosi – di alcun tipo, richiede un grande sforzo di astrazione.”

Si pone anche un altro problema: quello della lettura effettiva del testo biblico. È proprio l’autorità di un critico letterario della statura di Northrop Frye, citato da Ernesto Galli della Loggia, a sollevarlo nella sua Introduzione a Il grande codice. Bibbia e letteratura nelle edizioni Vita e Pensiero.

Premesso che la Bibbia è andata a formare “un universo mitologico […] entro il quale la letteratura occidentale si è mossa sino al XVIII secolo, e si sta in larga misura ancora muovendo”, Frye osserva che molti non riescono a leggerla per intero, fermandosi in genere al Levitico che nella Torah, in greco Pentateuco, segue la Genesi e l’Esodo, e non proseguendo coi Numeri e Deuteronomio che completano i primi cinque testi. Tuttavia, Frye nella sua personale esperienza d’insegnamento ha dovuto fare i conti con la presenza di risonanze bibliche nella letteratura inglese e ha riconosciuto la necessità di far notare questi rapporti testuali ai suoi studenti inglesi:

“Il mio scopo principale era semplicemente quello di fornire agli studenti informazioni sufficienti sulla Bibbia affinché potessero comprendere l’entità dell’influsso che essa aveva esercitato.”

Si tratta di una didattica certamente non adatta a bambini italiani delle elementari a causa della sua complessità, meritevole di essere affrontata seriamente a livelli addirittura accademici. Che poi si voglia proporre ai bambini la lettura della Bibbia come testo mitologico risulta una vera e propria aberrazione. Fare di questa lettura un repertorio di brani antologici è altrettanto mistificante. Si resta sorpresi di fronte a quanto dichiarato dal filosofo Giancarlo Pellegrino, il quale ritiene che “secolarizzare la Bibbia” sia un’utile iniziativa.

Vero è che la Bibbia è un “grande codice”, al quale si richiamano autori della statura di Dante, Shakespeare, Eliot, Pound, Proust, Joyce, Beckett, sviluppandone tematiche riconducibili per diversi aspetti alla radice cristiana come, ad esempio, libero arbitrio, peccato, redenzione, interiorità, speranza, ribellione, disperazione, apocalisse … Ed è vero altresì che dalla Bibbia provengono figure archetipiche come Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè, Mosè, Cristo … In definitiva, possiamo ammettere che si possano e debbano chiarire i rapporti fra opere letterarie e riferimenti biblici al livello della scuola secondaria di secondo grado, non prima, fermo restando che tali riferimenti costituiscono uno soltanto fra i tanti influssi sugli autori.

C’è di più: agli studenti della scuola secondaria superiore, nel presentare la Bibbia, è importante ricordare la prospettiva antropologica in cui la inserisce James G. Frazer con la sua monumentale opera Folklore nell’Antico Testamento (pubblicata ora in traduzione italiana nelle edizioni Mimesis).  L’autore della nota ricerca Il ramo d’oro, non citato da Ernesto Galli della Loggia, affronta fra l’altro il problema delle due opposte narrazioni della creazione degli esseri umani nel libro della Genesi (creati dopo gli animali subumani in una versione e nell’altra dopo di essi), la qual cosa basta a dimostrare quanto sia complessa una lettura che si vorrebbe proporre ai bambini delle elementari. Marino Niola sul quotidiano la Repubblica del 26 febbraio 2025 nell’articolo Siamo tutti figli di un solo mito scrive che per James G. Frazer “si tratta di leggere le Sacre scritture come se fossero i miti e le leggende della Polinesia o della Nuova Guinea”. Stranamente nei progetti di riforma la prospettiva planetaria viene accettata fin dall’inizio degli studi per il mondo antico e procrastinata alla fine degli studi per la realtà contemporanea.

Restiamo in attesa

Alla luce di quanto si è appreso sulle prospettive di riforma si può ipotizzare che sulle scelte tecniche prevalgano le intenzioni ideologiche. Conviene lasciare da parte per un attimo le indicazioni contenutistiche e considerare la metodologia adottata: vi è il sentore di un modo di procedere prescrittivo, spinto fino ad entrare in collisione con la libertà d’insegnamento costituzionalmente protetta, dal momento che a docenti e studenti si imporrebbero scelte effettuate, come si suol dire, dall’alto, anche se è stato fatto presente che i lavori della Commissione sono iniziati dopo oltre un centinaio di  consultazioni con associazioni di genitori, di categoria e comitati studenteschi: si vorrebbe sapere in proposito  con quali criteri si sia proceduto a scegliere associazioni e comitati e quali siano stati in effetti i loro responsi.

Per quanto riguarda l’acceso dibattito sull’operato della Commissione, il Ministro si è detto soddisfatto per l’interesse suscitato, da interpretare, a suo avviso, come un primo successo. Comunque, la conoscenza del testo definitivo delle nuove Indicazioni Nazionali consentirà di formulare un giudizio ulteriormente articolato e di delineare all’occorrenza motivate proposte alternative in vista di un futuro che non mortifichi, ma ravvivi la scuola.

 

 

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Servizio militare di leva obbligatorio prestato nel corpo dei Bersaglieri. Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, ricevuto al Quirinale dal Presidente Sandro Pertini con i suoi alunni vincitori del primo premio nazionale per una ricerca su Virgilio, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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