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Il paradosso della fiducia

Ricostruire la fiducia tra le persone. Harari, l’intelligenza artificiale, il discorso educativo e la sfiducia che domina la scena della scuola italiana.

Di Yuval Noah Harari, storico e pensatore tra i più influenti del nostro tempo, Matmedia si è già occupata in passato, citando tra l’altro la nota affermazione: «Oggi tutti coloro che vivono sul pianeta Terra parlano una sola lingua: questa lingua è la matematica» e il suo fortunato 21 lezioni per il XXI secolo. In verità, da segnalare c’è anche Nexus – Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA, la sua più recente pubblicazione, che comunque affronteremo in un prossimo contributo.

Torniamo oggi sul suo pensiero in occasione dell’intervento tenuto a fine maggio 2025 nel contesto del ciclo AI in Circle U.: Connecting Minds, Shaping the Future, promosso dall’alleanza universitaria europea Circle U.

Il suo intervento, intitolato AI and the Paradox of Trust, è ancora ampiamente citato e il video è disponibile online con sottotitoli in italiano

Con questo discorso, Harari ha lanciato un forte appello: senza fiducia tra esseri umani non è possibile governare in modo sicuro l’intelligenza artificiale.

Il suo intervento, Harari lo ha articolato nelle risposte a tre domande fondamentali:

  1. Che cos’è l’intelligenza artificiale?
  2. Qual è il pericolo dell’intelligenza artificiale?
  3. Come può l’umanità prosperare nell’era dell’intelligenza artificiale?

Queste domande hanno guidato un ragionamento che non si è limitato agli aspetti tecnologici, ma ha toccato dimensioni sociali, storiche, politiche ed educative. Ecco i passaggi più significativi:

  • L’intelligenza artificiale non è solo automazione. Non è uno strumento nelle mani dell’uomo, ma un agente autonomo capace di apprendere, decidere e creare.
  • L’IA è un’intelligenza aliena: non organica, non umana. Può elaborare strategie che sfuggono alla logica umana.
  • Il vero pericolo è la mancanza di fiducia: non tanto verso le macchine, quanto tra gli esseri umani. Le grandi aziende e gli sviluppatori accelerano la corsa all’IA perché non si fidano dei concorrenti, ma affermano di poter invece fidarsi delle IA che stanno creando. È questo il paradosso della fiducia.
  • La nostra civiltà si fonda su narrazioni condivise: le religioni, le nazioni, le valute e le leggi sono tutte finzioni collettive in cui crediamo. La nostra forza è la capacità di cooperare su larga scala grazie a queste storie comuni. Ma l’IA potrebbe presto imparare a crearne di nuove, capaci di mobilitare milioni di persone.
  • Educare alla complessità, non solo alla tecnica: per Harari, la vera sfida non è produrre più tecnologia, ma più saggezza. Serve una nuova alfabetizzazione emotiva, filosofica e storica, capace di riconoscere il potere delle narrazioni e il bisogno urgente di cooperazione globale.

Gli esempi centrali del discorso

Nel corso del suo intervento, Harari fa uso di esempi semplici ma estremamente efficaci per rendere comprensibili i concetti che esprime. Ecco i quattro principali:

1. La macchina del caffè

Una macchina da caffè che si limita a eseguire un comando programmato non è un’intelligenza artificiale. Lo diventa quando osserva i comportamenti dell’utente, apprende le sue abitudini e decide autonomamente di preparare un espresso ancor prima che venga richiesto. Più ancora: se la macchina propone una nuova bevanda mai esistita prima, allora siamo davanti a un vero agente cognitivo. Questo esempio mostra che l’IA non è un semplice strumento, ma un soggetto capace di apprendere e creare.

2. AlphaGo

Nel 2016, l’IA AlphaGo ha sconfitto il campione mondiale Lee Sedol nel gioco del Go. La sua vittoria ha fatto notizia perché non si è limitata a giocare meglio, ma ha prodotto mosse che gli esseri umani non avevano mai immaginato in migliaia di anni. Ha elaborato strategie “aliene” che dimostrano la natura non-umana dell’intelligenza artificiale: un pensiero davvero diverso dal nostro.

3. L’arrivo degli alieni

Harari propone un esperimento mentale: se i notiziari annunciassero l’arrivo imminente di una civiltà extraterrestre, l’umanità intera – nonostante conflitti, religioni, interessi – inizierebbe a collaborare. Anche se la notizia fosse falsa, il solo fatto che milioni di persone ci credano sarebbe sufficiente a generare effetti reali. Questo esempio serve a mostrare il potere delle narrazioni condivise nella costruzione della realtà sociale.

4. Gli scimpanzé e gli esseri umani

Perché gli esseri umani governano il mondo e non gli scimpanzé o gli elefanti? Perché siamo gli unici capaci di cooperare in massa con sconosciuti, grazie alla nostra capacità di credere in miti collettivi: religioni, nazioni, diritti. Uno scimpanzé non può essere convinto a rinunciare a una banana promettendogli il paradiso. Un essere umano sì.


Riflessione pedagogica

Il discorso di Harari ci spinge a riconsiderare il ruolo dell’educazione nell’era dell’intelligenza artificiale. Non basta preparare le nuove generazioni all’uso delle tecnologie: bisogna prepararle a comprendere e governare le narrazioni che plasmano la società e l’identità.

Serve un’educazione che sviluppi:

  • la capacità critica di distinguere tra realtà e finzione,
  • la competenza storica per riconoscere i meccanismi del potere narrativo,
  • la consapevolezza etica del ruolo che ciascuno può avere nella costruzione del futuro.

In definitiva, la sfida non è solo tecnologica, ma profondamente umana ed educativa. Ed è proprio da qui che può (ri)cominciare la fiducia.

La sfiducia nella scuola italiana non più luogo di verità

Il tema della fiducia ci conduce inevitabilmente all’interno del teatro della scuola italiana, dove la scena è ormai dominata da una pervasiva sfiducia collettiva. Una sfiducia che coinvolge ogni livello della gestione politica e amministrativa — quest’ultima ormai totalmente subordinata alla prima — compromette la convivenza tra dirigenti e docenti, e si rivela rovinosa per il rapporto fondamentale tra scuole e famiglie.
La sfiducia è generalizzata: prevale la disistima verso il mercato dei titoli, le agenzie formative, i concorsi, gli esami. Si mettono in discussione le competenze, le valutazioni, il merito.
Ci si sente disorientati e spenti di fronte a continui cambiamenti privi di radici e motivazioni, annunciati o realizzati senza un vero pensiero. Un cammino senza direzione, segnato da provvedimenti confusi e da strumenti scolastici sempre più discutibili e incomprensibili, come le recenti prove scritte degli esami di maturità o le Nuove Indicazioni Nazionali per l’infanzia e il primo ciclo.
Accertata la necessità di uno stato di fiducia nella scuola e verso la scuola – nel sistema e nelle persone – la domanda si impone: in un simile clima, è ancora possibile sperare in un suo recupero?

Autore

  • Emilio Ambrisi

    Laureato in Matematica, è stato docente, dirigente scolastico e ispettore tecnico del Ministero dell’Istruzione. A partire dagli anni Ottanta ha partecipato alle tante commissioni ministeriali, tra cui quella dei “Quaranta” istituita dal ministro Franca Falcucci, incaricate della definizione dei programmi di insegnamento degli indirizzi sperimentali e, successivamente, delle Indicazioni Nazionali. Ha svolto numerosi incarichi ispettivi in Italia e all’estero e, dal 1997, ha curato la predisposizione delle prove ministeriali d’esame di maturità e di concorso. Dal 2008 al 2015 ha fatto parte del collegio di direzione della Struttura Tecnica del Ministero. Nel 1980/81 ha prestato servizio presso la Facoltà di Magistero di Roma (cattedra del prof. Mauro Laeng) incaricato di collaborare agli atti preparatori dell’indagine I.E.A., e per alcuni anni ha insegnato come professore a contratto presso le Università “Federico II” e “Vanvitelli” di Napoli. Dal 2009 al 2019 è stato Presidente nazionale della Mathesis e direttore del Periodico di Matematiche.

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