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Le nuove prove orali dell’Esame di Stato

Annunciata come rivoluzione: all’orale i candidati finiscono “alla griglia” nel menu d’esame.

La presunta rivoluzione docimologica

Le nuove prove orali dell’Esame di Stato conclusivo dei corsi di studio d’istruzione secondaria superiore, ora ridenominato Esame di maturità, sono propagandate come rivoluzionarie. “Rivoluzione” può significare in senso figurato “mutamento, trasformazione, innovazione radicale”. Definire rivoluzionario o rivoluzionato un esame scolastico significa quindi presentarlo come radicalmente nuovo rispetto alle sue forme precedenti, vale a dire che gli esaminatori del passato sono stati giudicati incapaci di esaminare autenticamente i candidati, limitandosi a chiedere l’esibizione di un repertorio nozionistico.

Con un certo paternalismo si pretende di insegnare agli esaminatori come esaminare, introducendo il parametro della “maturazione personale” da accertare mediante una griglia ministeriale articolata in cinque “livelli di competenza”.

La pretesa di coniugare competenze e personalità

Non si comprende che cosa c’entrino le “competenze”, per giunta “trasversali” (le cosiddette soft skills), con   la “personalità”, termine che indica in psicologia “l’insieme di quelle disposizioni e funzioni affettive, volitive e cognitive che si sono progressivamente combinate nel tempo ad opera di fattori genetici, di dinamiche formative e di influenze sociali, fino a costituire una struttura relativamente stabile e integrata riconosciuta dall’individuo come propria, ed espressa di volta in volta nel proprio particolare modo di interagire con l’ambiente, di determinare i propri scopi, di regolare il proprio comportamento”. Nella dimensione spaziale di un’aula e nella dimensione temporale di un colloquio dovrebbe essere valutata la “personalità” di ciascun candidato. È stato scritto in proposito:

“Questo cambio di paradigma pedagogico parte da una premessa chiara: la scuola moderna non deve limitarsi a istruire, ma ha il dovere di formare futuri cittadini e professionisti consapevoli. Pertanto, la Commissione, composta da docenti interni ed esterni, non strutturerà il colloquio come un freddo botta e risposta sulle singole discipline. Al contrario, darà vita a un vero e proprio colloquio dialogico, un confronto adulto in cui il maturando è invitato a tessere collegamenti multidisciplinari, a proporre interpretazioni personali e, soprattutto, a mostrare il grado di consapevolezza acquisito.”

Da questa prosa apologetica si desume che secondo chi ha esternato queste idee la scuola finora si sarebbe limitata a istruire e non avrebbe formato affatto “futuri cittadini e professionisti consapevoli”.

Una concezione della scuola che trascura la sociologia

Siamo di fronte alla concezione di una scuola che si infutura e infuturandosi genera le personalità, come se le personalità non fossero plasmate da contesti ambientali ben più ampi e complessi. Personalità consapevoli di che cosa? E in che cosa consistono i gradi della non meglio definita consapevolezza? La scuola dà, come ha sempre dato, un suo contributo alla formazione di studenti e studentesse, ma l’esistenza di adulti che potremmo definire in diversa misura inconsapevoli dimostra per l’appunto che molto dipende dalla società, sfuggendo ai compiti istituzionali della scuola. La tanto decantata novità dell’esame si riduce a farne una sorta di patente di guida:

“Il diploma, in questa nuova visione, smette di essere un semplice pezzo di carta e si trasforma nel sigillo di un percorso di crescita intellettuale e umana a tutto tondo.”

La responsabilità primaria della politica

Quindi finora il diploma finale sarebbe stato “un semplice pezzo di carta” e non il “sigillo di un percorso di crescita”, per giunta “a tutto tondo”. Sarebbero d’accordo su questa visione le precedenti Commissioni esaminatrici? E chi ha redatto il testo in questione, se è andato, come è andato, a scuola, ritiene di avere ottenuto, una volta superato l’esame finale, nient’altro che “un semplice pezzo di carta” invece del “sigillo … a tutto tondo”?

Ritiene che la scuola ora definita vecchia non gli abbia dato una patente di cittadino e professionista? Se non ritiene tutto ciò, come si è formato? E se crede, come crediamo che creda, di essersi formato nonostante tutto ciò, non deve ammettere che la scuola concorre alla formazione, ma non le si può addebitare esclusivamente una responsabilità incombente sulla società intera, a partire dai detentori del potere politico, maestri nell’arte di esaltare sé stessi e denigrare gli avversari?

Una docimologia meccanicistica per accertare il “livello di maturità”

Alla definizione del voto finale concorre la valutazione del “grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio” dal candidato. Si giunge così ad assegnare dei “punti orale maturità”:

“Per assegnare questi punti orale maturità, i commissari non si baseranno su impressioni soggettive, ma dovranno attenersi scrupolosamente a dei descrittori standardizzati che delineano il profilo del candidato.”

La cosiddetta “maturazione personale studente” dovrebbe (deve secondo la nuova normativa) essere definita lungo una scala di cinque livelli, a ciascuno dei quali corrisponde un punteggio. Semplificando all’estremo: il primo livello “viene assegnato al candidato che mostra una maturazione ancora parziale e un’autonomia frammentaria”, il secondo “identifica un livello di competenza limitato”, il terzo “rappresenta un profilo solido e apprezzabile”, il quarto è “riservato ai candidati molto preparati”, il quinto “descrive un candidato eccellente, capace di gestire responsabilità significative e di proporsi in modo esemplare […] trasformando l’esame in un autentico colloquio professionale.”

Elementi aggiuntivi per la valutazione

A livello ministeriale si vuole dare risposta a perplessità manifestate da studenti e famiglie:

“Molti studenti e famiglie si domandano come farà concretamente una Commissione a valutare la complessità dell’animo e del carattere di un ragazzo o di una ragazza in un colloquio della durata di poche decine di minuti. La risposta risiede nell’utilizzo strategico di due strumenti fondamentali: il Curriculum dello Studente e le esperienze di PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento).”

Il Curriculum da “semplice documento burocratico” diventa “il vero e proprio motore di avviamento del colloquio”, in quanto le attività extrascolastiche avranno contribuito “a formare l’identità del candidato” e ad offrire “spunti concreti per valutare il suo grado di responsabilità”. I Commissari lo analizzeranno per scoprire le attività svolte fuori dalle aule: esperienze di volontariato, certificazioni linguistiche e informatiche, attività sportive a livello agonistico, impegni civici e culturali. Per quanto riguarda i PCTO, la Commissione valuterà la “maturazione personale studente” chiedendo allo studente stesso di valutare lucidamente e criticamente la sua esperienza:

“La valutazione della maturazione personale studente si baserà sulla capacità di presentare questa esperienza in chiave critica: quali difficoltà sono state superate? Quali competenze relazionali sono state acquisite? Come questa esperienza ha orientato le future scelte universitarie o professionali del candidato? Saper rispondere a queste domande con lucidità e spirito critico è il vero segreto per conquistare i 5 punti in palio.”

Questa risposta alle perplessità di studenti e famiglie chiama in causa, come si è notato, “identità” e “responsabilità” dei candidati, parole che per le scienze umane rappresentano problemi cruciali, suscettibili di diverse interpretazioni ed esplorabili mediante l’intuizione, anche se alla fine resta pur sempre il residuo dell’insondabile mistero dell’io.

Conclusione provvisoria  

In definitiva, prescindendo dal tono trionfalistico con cui la nuova conformazione dell’esame viene celebrata e volendo essere alquanto indulgenti, potremmo apprezzare il tentativo, al momento non riuscito, di porre nuove basi per valorizzare la personalità dei candidati, anche se non manca un certo meccanicismo e non è certo da lodare la supponenza con cui si cestinano tutte le precedenti esperienze dei docenti chiamati a far parte delle Commissioni. La professione docente merita di essere rispettata anche per come è stata esercitata in passato e non merita nel presente di essere assoggettata a prescrizioni eccessivamente vincolanti.

Alla scuola militante si deve assicurare la sua libertà costituzionalmente protetta, che comprende anche la libertà di valutazione. La dettatura di linee guida deve restare entro certi limiti, abbandonando ogni pretesa totalizzante. Di fronte ai problemi umani, fra i quali rientra la trasmissione della cultura nel senso più nobile del termine di generazione in generazione, è raccomandabile una dose di umiltà, quella che manca a chi ignora o vuole ignorare l’avanzato dibattito pedagogico in atto sul superamento di una docimologia che mortifica l’essere esaltando l’avere.

Questo dibattito è da tempo a conoscenza dei nostri docenti, i quali si trovano spesso su posizioni più avanzate rispetto a chi ritiene che debbano essere formati in servizio. Non manca ai nostri docenti la deontologia che li anima nel formarsi da soli. Siamo sicuri che lo si potrà constatare in occasione del prossimo esame definito con un ritorno all’antico di maturità (denominazione che meriterebbe di essere oggetto di una disamina critica a parte).

Bocciature eccellenti come le ricorda l’Intelligenza Artificiale

Se non è incorsa in allucinazioni, l’Intelligenza Artificiale dimostra che esaltare troppo le riforme degli esami non rende esenti da clamorosi errori gli esaminatori.

Personalità eccellenti bocciate agli esami

Ecco una selezione di figure di primo piano che hanno incontrato fallimenti scolastici prima di affermarsi nei loro campi.

Giulio Andreotti — Bocciato in terza media per un’insufficienza in latino, disciplina di cui sarebbe poi diventato un profondo conoscitore e promotore.

Alberto Angela — Bocciato in quinta elementare per difficoltà in italiano; quell’insuccesso fu per lui una svolta.

Tullio De Mauro — Non superò l’esame di licenza ginnasiale per insufficienze in italiano, latino e greco, le stesse discipline in cui sarebbe diventato maestro.

Albert Einstein — Fu respinto all’esame d’ingresso del Politecnico di Zurigo perché non raggiunse la sufficienza nelle prove letterarie, oltre a non avere l’età e i titoli richiesti.

Pierfrancesco Favino — Ripeté il secondo anno di liceo prima di diventare uno degli attori italiani più apprezzati.

Fiorello — Impiegò otto anni per diplomarsi al liceo scientifico, ma divenne poi un’icona dello spettacolo.

Margherita Hack — Rimandata e poi bocciata in matematica al ginnasio, proprio la materia che l’avrebbe resa celebre come astrofisica.

Umberto Veronesi — Oncologo di fama mondiale, fu bocciato due volte al liceo, anche perché non faceva mai i compiti.

Cosa mostrano queste storie?

La scuola non sempre intercetta il potenziale: molti di questi talenti erano incompatibili con gli esami. La bocciatura è un evento, non un destino: spesso diventa un punto di svolta, non un marchio.

Il talento segue strade non lineari: creatività, curiosità e determinazione emergono anche fuori dai voti.

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Servizio militare di leva obbligatorio prestato nel corpo dei Bersaglieri. Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, ricevuto al Quirinale dal Presidente Sandro Pertini con i suoi alunni vincitori del primo premio nazionale per una ricerca su Virgilio, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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