Perché l’esame di Stato non inizia più nessuno all’età adulta. La crisi di un rito di passaggio tra antropologia, pedagogia e società liquida
Premessa
Si può intendere l’esame di maturità come un rito di passaggio alla società adulta con la conseguente assunzione di nuove responsabilità? La questione è controversa. Non a caso c’è chi preferisce piuttosto la denominazione di esame di Stato. Così la scelta dell’una o dell’altra fra le due si sposta sul piano terminologico. Tuttavia, nemmeno l’esplorazione nel campo linguistico consente da sola di fare passi avanti verso una soluzione. Bisogna ricorrere necessariamente alla prospettiva antropologica con particolare riguardo ai suoi sviluppi nel Novecento. Senza tener conto dell’evolversi della società in direzione di un abbandono di certezze consolidate e di collaudata stabilità, non è possibile rispondere all’interrogativo sulla persistenza oppure sulla mancanza di significato del termine “maturità”. In tale prospettiva possiamo distinguere due momenti, il primo di fondazione, il secondo di decostruzione: vedremo che la risposta alla nostra domanda va cercata nel subentrare del secondo al primo.
Dall’antropologia strutturale al decostruzionismo
Il primo momento parte dalle indagini pioneristiche dell’antropologo Arnold van Gennep, continuate e incrementate soprattutto ad opera di Victor Witter Turner, al quale si devono la conferma dell’importanza fondamentale degli studi sul campo e il rinnovamento della disciplina in senso strutturale, per giungere infine con Claude Lévy-Strauss alla sintesi di antropologia e linguistica, grazie all’influsso su di lui esercitato da Roman Jakobson.
Il secondo momento è caratterizzato dalla crisi dello strutturalismo, la quale fra i suoi testimoni annovera pensatori del calibro di Jacques Derrida col suo decostruzionismo. In questa direzione si muove il pensiero di Zygmunt Bauman, teorico della società liquida, in cui alla solidità delle strutture sociali tradizionali subentrano andamenti fluttuanti e sfuggenti, al punto che i classici riti di iniziazione diventano impossibili per l’aleatorietà del passaggio ovvero per l’inesistenza o la precarietà di una nuova dimensione nella quale il soggetto giovanile possa aspirare ad essere accolto come persona adulta, fermo restando che il concetto stesso di persona adulta resta evanescente.
La dispersione delle esperienze
Da sociologo Zygmunt Bauman delinea un quadro deprimente del passaggio dalla società industriale avanzata alla società postindustriale. In campo economico il dominio del consumismo è foriero di una felicità falsa, ingannevole, precaria. I giovani meritevoli vengono illusi di potersi realizzare nel lavoro, mentre sono destinati alla precarietà. L’enfasi sul merito viene smentita dai tagli dei governi alla cultura. Questa visione, che può apparire eccessivamente pessimistica, perché condizionata da rilevazioni effettuate in contesti particolari, deve essere considerata invece premonitrice, in quanto coglie lucidamente una tendenza in espansione nel mondo globalizzato.
Nell’ambito educativo questa crisi di valori viene confermata dal pensiero di Edgar Morin. Lo studioso ultracentenario rileva come caratteristica dell’istruzione scolastica la frammentazione dei saperi, cosicché potremmo parlare di una liquidità della cultura. Di fronte a ciò, egli insiste nel ribadire, com’è noto, la possibilità di dotare ogni studente di una “testa ben fatta”, capace di acquisire i “sette saperi necessari per l’educazione del futuro”. La sua è una visione ottimistica al punto di poter essere ritenuta utopistica, poiché il modello educativo proposto può svilupparsi solo all’interno di una società sana. Le eccezioni positive non valgono a compensare il deficit valoriale di quanti si dicono adulti.
La malattia del corpo sociale
In una società caratterizzata dall’individualismo egoistico, piuttosto che dalla cooperazione costruttiva, l’iniziazione dei giovani perde ogni riferimento al mondo cosiddetto adulto. Come potrebbe essere altrimenti, dal momento che questo mondo, accanto a modelli positivi che costituiscono eccezioni, è dominato da un cumulo di disvalori, ai quali si finisce col rassegnarsi o conformarsi? Ciò che è venuto meno è il senso autentico del futuro: l’individuo è portato a trincerarsi nel suo presente, restando solipsistico, proteso soltanto al proprio tornaconto.
Marco Tullio Cicerone nel suo trattato De senectute scrive: “Senex serit arbores, quae alteri saeculo prosint”; ebbene, piantare alberi che arrechino giovamento alle nuove generazioni non è certo nelle intenzioni dei postcapitalisti in economia né in quelle di tanti vecchi governanti in politica, impegnati, questi ultimi, a voler conquistare nuovi territori, senza curarsi dello sterminio e dello strazio che la loro aberrazione comporta. Nel frattempo, si verifica più o meno dappertutto il fenomeno così descritto dal Digital Managing Editor Stefano Piri:
“Con “ipernormalizzazione”, in sintesi, si intende una scissione vissuta dall’individuo all’interno di regimi politici decadenti, dove la consapevolezza che il sistema è allo sfascio — inefficiente, corrotto, senza alternative all’orizzonte — non impedisce affatto di continuare la propria vita come se nulla fosse.”

Alain Badiou visto da B. Scognamiglio
La prestazione antipedagogica dell’attuale esame di maturità
Tenendo presente il pensiero pedagogico nei suoi più recenti sviluppi, si può comprendere l’inadeguatezza dell’attuale esame di maturità. Alain Badiou, ispirandosi a Platone, vede il culmine del processo educativo nella soggettivazione dell’allievo mediante le verità. Oltre all’educazione non filosofica, utile per il funzionamento della società, è necessaria un’educazione filosofica, che assume una rilevanza politica, essendo mirata a trasformare in meglio l’organizzazione sociale.
La filosofia conduce all’instaurazione di un’opinione non più relativa, ma universale: affinché ciò avvenga, è necessario che una verità metta in crisi il sistema stabilito delle conoscenze. In questa direzione si svolge anche l’analisi di Gert Biesta, che considera l’educazione autentica come stimolo all’emancipazione dell’allievo rispetto all’ordine stabilito. Alla luce di questi indirizzi di pensiero, aver conseguito un diploma di maturità col superare l’esame nella sua forma attuale non significa che il candidato si realizzi in un vissuto esistenziale antagonistico rispetto a falsi riti come, ad esempio, quello del consumismo.
I riti di iniziazione nel mondo classico e l’apporto al corpo sociale
Nel mondo classico i riti di iniziazione erano molto complessi, per la quale cosa si procederà qui ad esporne aspetti in forma molto semplificata. Nella Grecia arcaica vigeva l’ἀγωγή, ovvero la guida dei ragazzi per domarli e addomesticarli. Questo tipo di iniziazione poteva essere destinato però non ai figli degli aristocratici, ma a ragazzi di ceto inferiore e agli schiavi, come avveniva successivamente a Sparta. L’ἐφηβεία, ovvero l’avvio degli adolescenti al civismo mediante il servizio militare, restò per diverso tempo un rito iniziatico ad Atene. Per quanto riguarda le ragazze, nel mondo antico erano educate fra l’altro alla musica e alla danza e destinate al matrimonio, anche se recalcitravano all’addomesticamento. Nell’antica Roma il passaggio dei giovani maschi all’età adulta era simboleggiato dall’assunzione della toga virile, indossata per diventare a pieno titolo civis.
In proposito ricordiamo l’apologo di Menenio Agrippa, narrato da Tito Livio, in cui lo sciopero delle membra umane contro lo stomaco si ritorse contro di loro e le spinse a desistere per non perire, simboleggiando la necessità che ogni civis concorresse ad assicurare la stabilità della respublica:
“Olim humani artus, cum ventrem otiosum cernerent, ab eo discordarunt, conspiraruntque ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes conficerent. At dum ventrem domare volunt, ipsi quoque defecerunt, totumque corpus ad extremam tabem venit: inde apparuit ventris haud segne ministerium esse, eumque acceptos cibos per omnia membra disserere, et cum eo in gratiam redierunt. Sic senatus et populus quasi unum corpus discordia pereunt, concordia valent.”
Oggi non abbiamo garanzie che i diplomati, salvo eccezioni, siano perfettamente consapevoli della necessità di essere al servizio dello Stato, né che lo Stato si mostri ovunque disponibile ad accogliere un loro apporto critico, ove messo in opera.
Conclusione
Alla luce di quanto fin qui riferito e argomentato si può desumere che l’esame di maturità, o esame di Stato che dir si voglia, nella sua forma attuale non si configuri affatto come un rito di iniziazione. Essere iniziati a che cosa? La società dispersiva non contempla il passaggio a una struttura stabile, nella quale il diplomato possa realizzarsi e offrire il proprio contributo al miglioramento dell’ordine esistente oppure, se ne ricorra il caso, a contestarla in nome di superiori istanze. Né il mondo adulto mostra di voler accogliere in sé il diplomato in seguito a un serio rito di passaggio.
In occasione dell’esame i mezzi di informazione sviluppano le solite chiacchiere, caratteristiche di un’esistenza banale in senso heideggeriano: il tototema, l’ansia del maturando, la voglia di copiare affidandosi allo smartphone e la proibizione di usarlo … Aggiungiamo che nel clima della “guerra mondiale a pezzi”, così definita da Papa Francesco, demoralizzati e indignati come siamo per le atrocità dei crimini perpetrati durante le operazioni belliche, assillati dalla prospettiva che si possa giungere a un terzo conflitto mondiale con l’uso distruttivo e apocalittico delle armi nucleari, ci convinciamo che dovrebbero essere sottoposti a un esame di Stato non i giovani studenti, ma i decrepiti capi di Stato.
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