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L’intervista a Silvia Galano

Un progetto per superare gli stereotipi di genere verso le discipline STEM. La lotta inizia sui banchi di scuola! L’intervista a Silvia Galano ideatrice del progetto.

Ne parliamo con Silvia Galano, ricercatrice in didattica della Fisica dell’Università degli studi di Napoli Federico II, che da anni lavora in collaborazione con Clementina Sasso, astrofisica dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte, sul tema degli stereotipi di genere nell’ambito delle discipline STEM.

  • Ancora oggi esistono molti pregiudizi che incidono sulle scelte delle giovani donne in ambito STEM. Secondo lei, come può la scuola contrastarli?

Silvia Galano

Gli stereotipi rappresentano un insieme di valori e idee che, in qualche modo, sono condivisi all’interno di una società e condizionano in maniera esplicita e implicita le scelte dei singoli individui. Gli stereotipi di genere nello specifico riguardano ruoli, atteggiamenti, modi di comportarsi ecc. a cui i singoli individui dovrebbero conformarsi per il solo fatto di appartenere ad un certo genere.

Nell’ambito educativo gli stereotipi di genere rappresentano un problema non solo per le ragazze ma anche per i ragazzi, perché finiscono per condizionarli, spesso a livello inconscio, prima nelle scelte relative alla loro carriera scolastica e poi a quelle che faranno in ambito lavorativo. Pensiamo ad una persona che insegna nella scuola primaria e ad una che invece lavora per addestrare una nuova intelligenza artificiale. Nel primo caso viene subito in mente che a svolgere il lavoro è una donna, nel secondo caso la maggior parte delle persone pensa ad un uomo.

Questo tipo di pregiudizi, che condividiamo relativamente ad alcune carriere di studio e lavoro, fanno sì che difficilmente un ragazzo sceglierà di studiare per insegnare alla primaria e allo stesso tempo che le ragazze tenderanno a non prendere in considerazione la possibilità di intraprendere una carriera di studio in ambito informatico. Non a caso i corsi di studio in “Scienze della formazione primaria” e “Informatica” sono tra i cosiddetti corsi di laurea maggiormente “segregati” in cui, cioè, gli iscritti sono rispettivamente quasi solo di genere femminile e maschile.

Ovviamente parlando di ambito STEM ad essere penalizzate dagli stereotipi di genere sono principalmente le ragazze, ma il problema riguarda tutti, sia gli studenti sia le studentesse, che spesso non sono consapevoli di subire l’influenza degli stereotipi di genere ed è qui che entra in gioco l’azione della Scuola, fondamentale per contrastare il problema. La Scuola, infatti, può mettere in atto azioni mirate ad accrescere in studenti e studentesse la consapevolezza che gli stereotipi di genere esistono, può aiutarli a capire cosa sono, come agiscono e come influenzano le loro scelte in ogni ambito della loro quotidianità.

Essere consapevoli che gli stereotipi di genere ci influenzano, spesso inconsciamente, è il primo passo per poter fare scelte che siano più libere possibili. D’altra parte, non è un caso se la Scuola ha tra i suoi compiti anche quello di supportare studenti e studentesse nell’ambito dell’orientamento scolastico. Proprio riflettendo su questo compito che compete alle istituzioni scolastiche, ci è apparso naturale affrontare il problema degli stereotipi di genere nelle STEM, lavorando per sviluppare strumenti e attività didattiche che fossero utili ai docenti e facilmente integrabili nella loro attività in classe.

Sia chiaro, non vogliamo convincere a tutti i costi le ragazze ad iscriversi a corsi di laurea di ambito STEM, vogliamo aiutarle a capire che spesso sono portate a pensare che questi ambiti di studio “non facciano per loro”, da stereotipi che non hanno fondamento, vogliamo che possano fare scelte libere dall’influenza degli stereotipi di genere.

  • I suoi studi e le sue ricerche hanno evidenziato alcuni stereotipi di genere nella scienza che ricorrono più frequentemente? Se sì, quali sono?

Studiando gli stereotipi di genere in ambito STEM ho constatato che, purtroppo, sono ancora molto diffusi stereotipi ben noti secondo cui esistono materie di studio e lavori “da donna” e “da uomo”. Ho già fatto l’esempio della maestra di scuola primaria e dell’informatico ma ci sono anche altri stereotipi legati al genere, come il fatto che le ragazze sono meno portate per la matematica o per lavorare in laboratorio.

Un dato però che emerge dalle ricerche, non solo le mie ma quelle di tanti colleghi, e che ritengo estremamente importante, è che molti di questi stereotipi vengono interiorizzati e si rafforzano con l’età. Pertanto, è fondamentale affrontare il problema prima possibile. Proprio partendo da questo dato, abbiamo voluto sviluppare attività e materiali didattici che potessero essere utilizzati anche nelle scuole primarie e nelle secondarie di primo grado.

  • Allo scopo di abbattere gli stereotipi di genere in ambito STEM, ha ideato insieme all’astrofisica Clementina Sasso il progetto F3GS. In cosa consiste e quali obiettivi vi siete posti?

Clementina Sasso

Nell’ambito del progetto F3GS abbiamo sviluppato due attività didattiche, che abbiamo chiamato “Find” e “Feel” e che si presentano rispettivamente nella forma di gioco e di storytelling. Queste attività in apparenza non hanno nulla a che vedere con gli stereotipi di genere. Le abbiamo progettate appositamente, volevamo che il problema degli stereotipi di genere emergesse direttamente e autonomamente dagli studenti e dalle studentesse a valle di una riflessione guidata dal docente sulle attività stesse.

Facciamo un esempio. Il gioco “Find” richiede che i partecipanti individuino un personaggio misterioso, appartenente all’ambito STEM, a partire da cinque indizi che vengono forniti in forma di immagine. In una delle classi in cui ho personalmente implementato l’attività ad uno studente erano capitati gli indizi relativi al personaggio di Maria Montessori. Lo studente aiutandosi con il cellulare aveva combinato gli indizi in maniera furba e il motore di ricerca gli aveva proposto il nome della Montessori, eppure lo studente continuava a cercare perché inconsciamente cercava una figura maschile.

La parola chiave è proprio questa “inconsciamente”, lo studente non aveva motivo di cercare un personaggio maschile e non femminile; eppure, è stato influenzato e condizionato da uno stereotipo senza rendersene conto. Lo scopo delle nostre attività è proprio quello di mettere gli studenti e le studentesse in situazioni tali per cui possano rendersi conto autonomamente di come sono influenzati, pur non volendo, dagli stereotipi di genere, in modo tale che in futuro possano riflettere maggiormente sulle ragioni che sono alla base di tanti loro comportamenti o decisioni.  

  • Una recente ricerca ha verificato, incrociando i dati reperiti dall’UNESCO, l’esistenza di una percentuale maggiore di donne impegnate nello studio delle discipline scientifiche in paesi economicamente più svantaggiati e arretrati sul piano delle parità di genere. Che cosa ne pensa e come si spiega questo fenomeno detto “paradosso scandinavo”?

“Il paradosso scandinavo” non è un tema su cui ho personalmente lavorato come ricercatrice, tuttavia, posso avanzare delle ipotesi.  Immagino che in questo fenomeno un ruolo centrale possa essere giocato proprio dal contesto economico e sociale in cui si trovano le donne dei paesi economicamente più svantaggiati e arretrati sul piano delle parità di genere.

Le difficoltà e le discriminazioni a cui queste donne sono soggette potrebbero innescare un maggiore desiderio di riscatto sociale ed economico e ciò potrebbe spingerle ad investire nello studio delle discipline STEM che danno accesso a professioni cui sono associate mediamente margini di guadagno e possibilità di carriera maggiori.

  • Le attività previste dal progetto F3GS, portato avanti nelle scuole da lei e da Clementina Sasso, possono favorire il superamento delle cause del suddetto paradosso?

Le attività didattiche che abbiamo sviluppato sono state pensate per aiutare i docenti ad introdurre il problema degli stereotipi di genere nel contesto scolastico e stimolare la riflessione su questo tema da parte dei loro studenti e delle loro studentesse. Tuttavia, da sole queste attività non sono certamente sufficienti a superare le cause del “paradosso scandinavo”. Le attività didattiche che abbiamo progettato e sviluppato sono efficaci fintantoché i docenti che decidono di adottarle nelle loro classi sono opportunamente formati sul problema degli stereotipi di genere e, di conseguenza, sono in grado di integrarle in percorsi didattici calibrati sulle loro classi, approfondendo le riflessioni che di volta in volta emergono dagli studenti e dalle studentesse.

Proprio per questo un ruolo centrale nel progetto F3GS lo ha svolto la formazione docenti ed è sulla formazione docenti che stiamo lavorando anche per il futuro. Sia io che Clementina crediamo fermamente che sono i docenti a fare la differenza ed è su di loro dobbiamo investire se vogliamo aiutare le nuove generazioni a superare gli stereotipi di genere.

Autore

  • Atalia Del Bene

    Laureata in Matematica. Docente di matematica e fisica nei Licei Classici è attualmente in servizio presso l'U.S.R. della Campania per compiti connessi alla valorizzazione dell'autonomia scolastica. Ha fatto parte del direttivo nazionale della Mathesis ed è autrice di saggi ed articoli.

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