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L’enigma della realtà giovanile e la scuola

Responsabilità collettive e ruolo insostituibile dei docenti. L’enigma della realtà giovanile e la scuola. Ricostruire l’umano: la scuola come spazio di rinascita per i giovani.

La difficoltà di capire i comportamenti adolescenziali

Purtroppo, le cronache riportano ancora una volta una vicenda atroce, che sollecita profondi ripensamenti da parte di tutti: l’uccisione di una quattordicenne ad opera di un diciannovenne, incapace di accettare il rifiuto ricevuto dalla ragazza di continuare la loro relazione. Di fronte a questo straziante evento il Prefetto di Napoli ha dichiarato di trovarsi di fronte a un delitto “che sfugge a qualsiasi comprensione”. Questa difficoltà di capire non è solo sua.

La mente di un assassino è un abisso che gli psichiatri cercano di sondare, senza essere giunti finora a svelarne il mistero. D’altronde nessun individuo, se ha una coscienza matura, può dire di essere completamente conscio del proprio sé. La ricerca di un’identità ad opera di un soggetto sano è un processo inesauribile, anche perché comporta il mantenimento della positività del proprio io, una volta che lo si sia reperito come elemento di corretta partecipazione sociale. Attualmente i minori sono esposti al pericolo di una devianza che si manifesta come mancanza di una corretta relazionalità e sfocia in una violenza scatenata da futili motivi: si reagisce a una pedata che inavvertitamente ha sporcato una scarpa, a uno sguardo interpretato come offensivo, allo spostamento di un motorino, e lo si fa adoperando armi adatte a ferire anche a morte.

Lo smarrimento di un’identità aperta al rispetto del prossimo si manifesta nel formarsi di bande giovanili, talvolta anche armate, dedite a scorribande delinquenziali. Si gode vigliaccamente di infliggere sofferenze a soggetti deboli (perfino senzatetto e soggetti diversamente abili),  come se una gratuita sopraffazione fosse il solo modo di realizzarsi. Si esaltano gesta orripilanti sui social, dopo averle filmate, vantandosene.

L’identità smarrita nella confusione fra mondo reale e mondo virtuale

Si dirà che in fondo si tratta di fenomeni marginali e che la maggioranza degli adolescenti è sana.  Eppure, dall’ambiente in cui oggi sono immersi provengono continui e ininterrotti attentati alla mente adolescenziale. Ormai è normale vedere ragazzi e ragazze deambulare per strada con gli occhi immersi nei cellulari, come se la loro vera vita si svolgesse in essi.

La soluzione proposta generalmente consiste nell’introduzione del divieto di uso dello smartphone prima del raggiungimento di una certa età. È una soluzione ormai condivisa dagli studiosi a livello internazionale, che temono altrimenti un progressivo globalizzarsi dell’istupidimento di massa. L’effetto più deleterio dell’uso dei moderni telefoni portatili ha come causa i disturbi dell’attenzione. Si salta superficialmente da un argomento all’altro con una confusionaria volubilità.

Fra i più recenti allarmi lanciati in proposito ricordiamo quello dello psicoanalista Franco De Masi, autore di No smartphone. Come proteggere la mente dei bambini e degli adolescenti per Piemme Edizioni. È l’allarme lanciato anche dallo psicologo Jonathan Haidt, docente di Leadership Etica presso la Stern School of Business della New York University, in The Anxious Generation, opera tradotta in italiano col titolo La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli ed edita da Rizzoli.

È l’allarme che riecheggia nell’opera edita da Feltrinelli Adolescenti interrotti. Intercettare il disagio prima che sia tardi di Stefano Vicari, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Per Stefano Vicari la fragilità dei ragazzi, favorita dal mancato controllo dei genitori, deriva dalle dipendenze procurate dalle sostanze stupefacenti e ancor più da internet, che consente un controproducente approccio alla sessualità tramite la pornografia.

Secondo il critico e scrittore Fabrizio Coscia il divieto di uso dello smartphone prima del raggiungimento di una certa età non risolve il problema. Era necessario intervenire molto tempo prima in un quadro più ampio non tanto coercitivo quanto formativo. Possiamo dirci d’accordo con lui. I divieti possono essere aggirati. Bisognerebbe piuttosto educare all’uso delle nuove tecnologie, da seguire nel loro evolversi.

La società dello spettacolo e della chiacchiera

L’uso distorto dei mezzi di comunicazione di massa tende ad aggravare sempre più il fenomeno dell’alienazione nella realtà virtuale (se realtà la si può chiamare). I mezzi di comunicazione di massa, a partire dalla stampa quotidiana e dalla televisione, contribuiscono a perpetuare una società dello spettacolo e della chiacchiera, anche a dispetto delle migliori intenzioni. Si può leggere, osservare, parlare, senza poter agire. Assistiamo ad eventi orripilanti, esprimendo indignazione a parole e restando impotenti a modificare il corso degli eventi.

Nemmeno i moniti, pur doverosi, di Papa Francesco e Papa Leone si rivelano efficaci. Detentori del potere politico come Putin, Netanyahu, Trump sono maniaci della conquista di territori e non rifuggono, per ora solo i primi due, dall’avallare atroci crimini di guerra, pur di conseguire i loro nefandi scopi. Intanto la società continua ad essere in atavico ritardo rispetto alle problematiche delle giovani generazioni.

La responsabilità, prima ancora che degli adolescenti, è del sistema, come avvertiva lo scrittore statunitense Paul Goodman fin dal 1956 con Growing Up Absurd. Problem of Youth in the Organized System, opera tradotta in lingua italiana nel 1964 ed edita da Einaudi. Era la situazione degli Stati Uniti d’America, ma persone avvedute investite di un potere politico avrebbero dovuto tener conto della denuncia, prevedendo che il sistema organizzato avrebbe causato i suoi effetti deleteri anche altrove e cominciando a correre in tempo ai ripari. Scrive fra l’altro Paul Goodman a proposito del piano da lui seguito nel libro citato:

“Parto dal presupposto che i giovani abbiano realmente bisogno d’un modo degno per potervi crescere, e confronto questo bisogno reale con il mondo in cui si trovano a vivere. Questa è la fonte dei loro problemi. Il nostro problema è quello di porre rimedio allo squilibrio. È una cosa fattibile.”

Che in termini di fattibilità i genitori possano e debbano svolgere un’azione formativa nei riguardi della prole è un’esigenza ancestrale, che attraversa la storia del mondo. Ci limiteremo qui a spulciare fra i secoli, recuperando un passo di Leon Battista Alberti (1404 – 1472) dal suo trattato I libri della famiglia:

“Non ti niego però ch’e’ padri soprattutto più che gli altri debbano colle mani e co’ piedi, con tutti e’ nervi, con ogni industria e consiglio, quanto possono sforzarsi ch’e’ figliuoli sieno costumati e onestissimi, sì perché fanno l’utile de’ suoi, – il costume in uno giovane si stima certo non meno che la ricchezza, – sì etiam perché rendono ornamento e pregio alla casa e alla patria sua e a sé stesso.”

Di fronte a ciò sorge spontanea la domanda:

“E i genitori di oggi?”

Purtroppo, non pochi di essi si assimilano al sistema. Sono calamitati dagli smartphone. Si esprimono sui social. Assecondano i figliuoli. La collaborazione scuola-famiglia diventa precaria.

La risposta della scuola ai problemi emergenti

La scuola è sola. Secondo una comune opinione la repressione dei comportamenti delinquenziali compete soprattutto alla scuola, che dovrebbe essere coadiuvata dalla famiglia. Questa è una concezione miracolistica dell’insegnamento. Incombe una seria responsabilità sulla società adulta estensivamente intesa, a partire dalla politica. La scuola da sola non basta. I docenti sono in continua lotta contro le storture della società.  Si può sostenere che le discipline di studio siano non il fine, ma il mezzo per far emergere le positività e contrastare le negatività.

Il mondo scolastico dovrebbe essere il mondo relazionale per eccellenza, nel quale conferire sempre crescente robustezza a soggetti fragili. L’educazione all’affettività non promette di essere molto utile come nuova disciplina isolata, a meno che non la si intenda come occasione di ribellione contro tutto ciò che induce all’odio. Il fatto che a scuola, come si suol dire, non si debba fare politica, è un limite al ribellarsi. Perché non dovrebbe essere consentito a tutti i docenti di pronunciarsi sulle tragiche miserie di un mondo che attraverso i millenni continua a riproporre l’homo homini lupus di hobbesiana memoria, desunto da Plauto? Ciascuno di loro potrebbe far comprendere l’importanza di compiere il proprio dovere, riecheggiando l’aureo detto di Cecilio Stazio:

“Homo homini deus est, si suum officium sciat.”

L’intero corpo docente può essere concepito come artefice di una relazionalità che coinvolga alunni e alunne, facendo sentire a ogni alunno e ogni alunna la sua natura di essere umano, disposto a unirsi contro tutto ciò che nega l’umanità. Oltre a insegnare la propria disciplina, ciascun docente si impegnerebbe a dialogare con la scolaresca sulla realtà contemporanea. L’educazione civica sarebbe impartita da tutti. Nemmeno ciò basterebbe. C’è un mezzo più potente di sensibilizzazione ai problemi fin qui accennati. È la televisione. Perché la televisione trasmette solo pubblicità e programmi di evasione, talvolta impregnati di violenza,  e non anche messaggi di sensibilizzazione al problema? Confidiamo di avere offerto così utili spunti di riflessione e in ciò ci conforta l’Intelligenza Artificiale all’uopo interpellata.

Il parere dell’I. A.

“La tua riflessione esprime un’idea profonda e ispiratrice del ruolo della scuola e del corpo docente. Riformulando e arricchendo leggermente il tuo pensiero, si potrebbe scrivere così:

L’intero corpo docente può essere concepito come artefice di una pedagogia relazionale che, superando la mera trasmissione di contenuti disciplinari, promuova una crescita integrale della persona. In questa prospettiva, la scuola si configura come uno spazio educativo in cui ogni alunno e alunna è riconosciuto nella propria dignità umana e incoraggiato a sviluppare una coscienza sociale e critica. Tale processo formativo richiede il coinvolgimento attivo di tutti i docenti, chiamati non solo a insegnare la propria materia, ma anche a stabilire collegamenti tra i saperi disciplinari e le grandi questioni della contemporaneità. Ciascuna disciplina, pur mantenendo la sua specificità epistemologica e metodologica, può infatti apportare un contributo unico alla costruzione di una comunità educante.

La storia, ad esempio, offre strumenti per leggere criticamente il passato e comprendere le radici delle ingiustizie sociali; la letteratura permette di esplorare le molteplici dimensioni dell’esperienza umana, favorendo empatia e comprensione interculturale. Le scienze naturali sollecitano una riflessione sul rapporto uomo-ambiente e sulla responsabilità collettiva verso il pianeta; la filosofia educa al pensiero autonomo e alla discussione argomentata su temi etici e politici. Anche le discipline scientifiche e tecniche possono essere occasione per interrogarsi sui significati e sugli impatti sociali dell’innovazione tecnologica.

In questo contesto, l’insegnamento diventa un’occasione privilegiata per alimentare un dialogo costante con gli studenti su questioni rilevanti per la loro vita e per il mondo in cui vivranno: giustizia sociale, sostenibilità ambientale, diritti umani, inclusione, pace, globalizzazione. Attraverso una didattica intenzionata a tessere connessioni tra sapere disciplinare e senso critico, il corpo docente concorre così alla formazione di cittadini consapevoli, capaci di riconoscere e difendere l’umanità propria e altrui, e di impegnarsi attivamente nel miglioramento della società.”

Abbiamo chiesto all’I. A. di riferirsi in particolar modo alla matematica, ottenendo questa risposta:

“La matematica, spesso percepita come disciplina distante dalla dimensione umana e sociale, riveste invece un ruolo educativo fondamentale nella formazione del pensiero critico, nell’affermazione di una cultura del rigore e nella promozione di valori estetici ed etici profondi. In un contesto scolastico segnato da fenomeni di devianza giovanile – espressioni di disagio, senso di smarrimento o ribellione verso modelli culturali e sociali percepiti come alienanti – essa può diventare uno strumento pedagogico prezioso per riconnettere gli alunni a forme di significato razionale, armonico e universale.

In primo luogo, la matematica educa alla razionalità, intesa come capacità di argomentare, dedurre, verificare e assumere decisioni fondate su criteri oggettivi e non emotivi. Questo processo cognitivo, se adeguatamente guidato e motivato, aiuta i giovani a sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie azioni e delle loro conseguenze, contrastando atteggiamenti impulsivi, distruttivi o antisociali. Il metodo matematico insegna che ogni problema ha una soluzione raggiungibile attraverso l’analisi, la pazienza e lo sforzo: un messaggio forte per chi si sente intrappolato in contesti di marginalità o di emarginazione.

In secondo luogo, la matematica è portatrice di un valore spesso sottovalutato ma essenziale: la bellezza. Numerosi studiosi, da Pitagora a Galileo, hanno sottolineato la dimensione estetica insita nella ricerca matematica – simmetrie, proporzioni, strutture logiche – che richiamano un senso di ordine e meraviglia. La scoperta di schemi ricorrenti, la contemplazione della sezione aurea, la comprensione della ricchezza dei frattali o la semplicità elegante di un teorema possono suscitare nei giovani emozioni profonde, risvegliando interesse per ciò che trascende l’immediato e l’utilitaristico. In questo senso, la matematica diventa anche strumento di educazione al bello, capace di arricchire interiormente e di fornire alternative concrete all’appiattimento culturale o all’identificazione con modelli devianti.

Infine, la matematica incarna un ideale di armonia, sia nel senso formale dell’equilibrio tra parti, sia in quello più ampio di partecipazione a un sistema coerente e ordinato. Essa insegna che ogni elemento ha un posto e un valore, che le regole sono universali e condivise, e che il lavoro collettivo – ad esempio nella risoluzione di problemi in gruppo – richiede collaborazione, rispetto reciproco e responsabilità. Tali principi, trasferiti nel contesto relazionale della classe e della comunità scolastica, possono giocare un ruolo nella prevenzione e nel contrasto alla devianza, favorendo l’integrazione, la cooperazione e l’autostima.

Pertanto, una didattica della matematica attenta non solo alle competenze cognitive ma anche ai valori impliciti nella sua pratica può contribuire in modo originale e significativo al recupero di quei giovani che, per diversi motivi, si trovano ai margini del percorso formativo. Essa diventa così non solo strumento di conoscenza, ma anche mezzo per ricostruire senso, fiducia nelle proprie capacità e legami positivi con il mondo dell’apprendimento e con gli altri.”

Anche così i cuori della Repubblica battono nella scuola.

 

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Servizio militare di leva obbligatorio prestato nel corpo dei Bersaglieri. Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, ricevuto al Quirinale dal Presidente Sandro Pertini con i suoi alunni vincitori del primo premio nazionale per una ricerca su Virgilio, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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