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A scuola con i carabinieri

Ecco cosa resta della funzione educativa della scuola quando lo Stato si manifesta soprattutto attraverso procedure, denunce e responsabilità giuridiche.

Due notizie di questi primi giorni di scuola meritano di essere lette insieme. A Roma una professoressa è stata accoltellata da un alunno tredicenne; in provincia di Napoli un quattordicenne è stato trovato a scuola con un coltello da cucina nello zaino. Anche nel secondo caso sono intervenuti i carabinieri, che hanno sequestrato l’arma e denunciato il ragazzo.

Altri fatti, forse meno gravi, saranno certamente avvenuti, ma questi sono quelli a cui i media nazionali e regionali hanno dato maggiore risalto.

Una domanda appare subito inevitabile: c’è ancora qualcosa che la scuola può fare prima che arrivino le forze dell’ordine e le ambulanze?

Non siamo più davanti a episodi tanto eccezionali da poterli liquidare come imprevedibili deviazioni individuali. Il ripetersi di aggressioni, minacce e introduzione di armi negli edifici scolastici segnala una crisi che riguarda l’intera istituzione.

È stato affermato da più parti che occorre una riflessione profonda sulle istituzioni. È giusto. Ma la scuola che cos’è, se non una delle più importanti istituzioni della Repubblica? E che cosa significa riflettere sulle istituzioni, se non interrogarsi anche sulle trasformazioni che la scuola ha subito?

Dalla legge sull’autonomia in poi, la gestione politica e amministrativa del sistema scolastico ne ha progressivamente modificato il volto. La scuola è stata trattata sempre meno come luogo dell’educazione e sempre più come cellula amministrativa locale: autonoma, responsabile di tutto, sommersa da procedure, protocolli, regolamenti, adempimenti e cautele giuridiche. Una specie di azienda con un proprio capo: il «dirigente scolastico».

Nel caso della scuola in provincia di Napoli, il dirigente doveva chiamare i carabinieri? Probabilmente sì: nelle circostanze descritte, l’intervento delle forze dell’ordine appariva necessario. Il problema è che, troppo spesso, la presenza dello Stato nella scuola si manifesta ormai soltanto attraverso le forze dell’ordine, l’autorità giudiziaria e la ricerca delle responsabilità individuali.

Un tempo, quando in un istituto accadeva qualcosa di grave, il Ministero e gli uffici territoriali cercavano di comprenderne le ragioni: entravano nelle questioni, ne conoscevano la storia, ascoltavano gli insegnanti, verificavano il contesto, tentavano di capire che cosa non avesse funzionato. Oggi sembra prevalere soltanto la domanda giuridica: chi doveva vigilare? Quale procedura è stata violata? Chi risponde del danno?

Non basta allora invocare genericamente una «riflessione». L’amministrazione scolastica dovrebbe tornare a manifestare concretamente la propria presenza. Dovrebbe entrare nelle situazioni, comprenderle e assumersi la propria parte di responsabilità, sostenendo le scuole quando agiscono bene e intervenendo quando emergono omissioni reali.

In questo quadro, anche la condotta di un dirigente deve poter essere verificata. Anzi, in un sistema di buona amministrazione, tale verifica dovrebbe essere ordinaria e l’avvicendamento dei dirigenti praticato con maggiore frequenza, come strumento fisiologico per favorire il buon funzionamento degli istituti.

Ma chi lo fa? Formalmente spetterebbe alla stessa amministrazione scolastica. Nella realtà, essa sembra non disporre più delle risorse necessarie — e forse neppure di un indirizzo politico e gestionale — per assicurare quella presenza dello Stato che dovrebbe conoscere le scuole, seguirne la vita, disporre accertamenti e distinguere le responsabilità individuali dalle difficoltà prodotte dal contesto.

Il vero problema è proprio questo: un’amministrazione sempre più lontana dalla scuola e, soprattutto, dalle sue vicende educative. Un’amministrazione che sembra intervenire quando occorre aprire un procedimento, contestare una violazione o individuare una responsabilità, ma assai meno quando occorre comprendere, prevenire e sostenere.

Assume particolare valore, allora, la dichiarazione della docente accoltellata a Roma: «Il ragazzo mostrava un disagio che andava capito meglio». Il ministro ha telefonato alla dirigente scolastica per esprimere solidarietà. A chi rimane il compito di capire meglio?

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