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Andare a lezione dai docenti o dai rapper?

La crociata della preside: no al rapper sessista a Sanremo. Fra le tante testate giornalistiche che oggi rendono conto delle polemiche sul Festival d

La crociata della preside: no al rapper sessista a Sanremo.

Fra le tante testate giornalistiche che oggi rendono conto delle polemiche sul Festival di Sanremo ci risolviamo a sceglierne una. È “la Repubblica” del 21 gennaio 2020. Qui in “Napoli Cronaca” leggiamo un titolo che recita al primo rigo “La crociata della preside Rosauro” e al secondo rigo “No al rapper sessista a Sanremo”.

Parlare di crociata è di dubbio gusto. Le crociate le facevano i cristiani contro gli infedeli. Purtroppo oggi le parole vengono usate in modo troppo disinvolto.

Per fortuna Bianca De Fazio nell’articolo così introdotto fornisce i dovuti ragguagli. La dirigente scolastica ha dato il via ad una petizione sul portale www.petizioni.com contro la presenza di un cantante al Festival. Il cantante è un rapper che nei testi di quelle che vengono chiamate canzoni “inneggia allo stupro, alla tortura, al femminicidio”, cioè a reati.

La schiera dei firmatari della petizione si va infoltendo. Il caso è di quelli che esigono prese di posizione della Commissione di vigilanza Rai e del Ministero dell’Istruzione, che finora tacciono. In un titolo della sezione “Politica” del medesimo quotidiano si legge soltanto “In forse il rapper sessista”.

Frattanto, informa la dirigente scolastica, un collega dissente dalla sua iniziativa, in quanto sostiene che essa possa “limitare la libertà e risultare censoria”. Questo dissenso ci dispiace, perché il codice penale non contempla la libertà di inneggiare a reati.  E ci dispiace ancor più che sempre su “la Repubblica” Sebastiano Messina nella pagina dei “Commenti” sotto il titolo “La politica canta al Festival”, sormontato dall’occhiello “Sanremo e il vizio dei partiti”,  insinui un sospetto, anzi esponga una certezza.

Secondo Sebastiano Messina, poiché il rapper nella canzone da presentare a Sanremo non cita le donne, ma si scaglia contro i partiti, la politica si sarebbe risentita come per un reato di lesa maestà. Può anche darsi, anzi diamolo per certo. Ma perché l’articolista ignora l’allarme che proviene dal mondo della scuola?

E perché non si cimenta in una  valutazione critica del rap rispetto al rock sotto il profilo dell’estetica delle arti? Poesia e musica del rap sono esteticamente deplorevoli rispetto all’alto livello artistico del rock. Comunque lasciamo stare questo argomento e passiamo a quello della libera espressione del pensiero.

Innanzitutto si deve trattare davvero di pensiero. Dante lo definisce così:

“Lo pensiero è proprio atto della ragione, perché le bestie non pensano, che non l’hanno”.

La ragione è così definita nel Vocabolario Treccani: “La  facoltà di pensare, mettendo in rapporto i concetti e le loro enunciazioni, e insieme la facoltà che guida a ben giudicare, a discernere cioè il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, alla quale si attribuisce il governo o il controllo dell’istinto, delle passioni, degli impulsi, ecc.”. Ce la sentiamo  di riconoscere pensiero e ragione in queste accezioni nei testi del rap?

Si  dirà che con ciò ci manteniamo su un piano meramente filosofico, mentre dovremmo spostarci sullo specifico piano del diritto. Ebbene, anche il diritto costituzionale tutela le esigenze morali della collettività, pronunciandosi contro il malcostume. Proviamo a riflettere su  questo titolo del quotidiano “Il  Mattino” di  Napoli del 21 gennaio 2020: “Video choc dei rapper – ‘La scuola brucia’  – insulti e parolacce ai prof”.

Non crediamo che qualcuno ardisca ritenere un simile video espressione di buoncostume. È da ritenere che il rap sia una delle cause di traviamento delle giovani generazioni, fomentando un ribellismo insensato, soprattutto nei soggetti più deboli,  contro la famiglia, la scuola, la società. Mettere sul podio di un festival della canzone chi esalta il femminicidio, anche se per l’occasione è pronto a presentarsi con un rap che non parla di donne, ma di politica, significa rafforzare di quel rapper la qualità di idolo.

È triste dover ricordare in tanto degrado che il destino della civiltà non può prescindere dall’imperativo categorico kantiano.

 

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