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La poesia della visione di Dio nel Paradiso di Dante

Poesia e teologia nel canto XXVIII del Paradiso: il “punto” di luce, le gerarchie angeliche e l’ascesa verso una visione che oltrepassa il mondo fisico.

Marc Chagall, Dante e Beatrice

La lettura scolastica della Commedia di Dante è per forza di cose – data l’insufficienza del fattore tempo a disposizione e la difficoltà costituita dall’impianto dottrinale dell’opera – una lettura antologica, che privilegia l’Inferno ed episodi come Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, Ulisse, il conte Ugolino, letti romanticamente alla luce della distinzione fra poesia e non poesia introdotta da Benedetto Croce, secondo il quale la materia dottrinale sarebbe non poetica. Al contrario di quanto sosteneva il filosofo, poesia e dottrina si compenetrano in tutta l’opera. Per cogliere questa simbiosi, è necessario immedesimarsi nel contesto della cultura medioevale: Dante ne è partecipe come autore e la trasfonde nei suoi personaggi. Tener conto di ciò significa rivalutare il Paradiso, cantica in cui la teologia è un tutt’uno con il progressivo avvicinarsi del poeta alla visione di Dio in una tensione lirica senza pari, che Umberto Eco ben seppe riconoscere.

L’intento di questa breve nota è far sentire il valore poetico dell’esperienza fantastica del pellegrino celeste in un momento della sua ascesa al cielo col suo corpo vivente. Guidato dalla teologia che si fa luce e sorriso nel corpo fittizio di una Beatrice viva nello spirito, Dante vede Dio manifestarglisi nel canto XXVIII del Paradiso. Siamo nel cielo nono, il primo mobile. Dopo che Beatrice, colei che gli “imparadisa” la mente, ha biasimato la corruzione dei “miseri mortali” sulla Terra, ormai così distante nello spazio cosmico, Dante vede negli occhi della sua guida, quegli occhi che lo avevano fatto innamorare, una luminosità abbagliante: è uno splendore simile a quello di una torcia accesa alle spalle di chi la veda riflessa in uno specchio. Di fronte a quella visione istintivamente Dante si volta, per accertare se l’immagine riflessa corrisponda al vero. Ed è allora che gli appare per la prima volta la visione di Dio. La scena è percorsa da un crescente stupore e da una vibrante emozione, senza che ne sia messa in forse la lucidità razionale (versi 13-21):

Gustavo Dorè, Dante e Beatrice

E com’io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s’adocchi,

un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;

e quale stella par quinci più poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collòca.

Parafrasiamo. Non appena mi volsi e i miei occhi furono colpiti da ciò che in quel cielo che continua a girare si manifesta,  ogni qual volta si tengano gli occhi fissi in quel suo giro, vidi un punto che irradiava una luce fulgida fino a  rendere necessario per l’intensità di quel fulgore chiudere gli occhi illuminati come da una fiamma; e la stella che da quaggiù sulla Terra sembra la più piccola sembrerebbe grande come la luna, se fosse collocata accanto a quel punto luminoso come una stella si colloca accanto a un’altra stella. Nel commento di Giovanni Andrea Scartazzini rifatto da Giuseppe Vandelli si legge in proposito:

“Se il vocabolo punto basta a chi sappia alcunché di geometria per risvegliare nella mente il concetto di una piccolezza irriducibile, ciò non basta alla fantasia, che a rappresentarsi codesta piccolezza, e piccolezza luminosa, è aiutata validamente dalle altre immagini suggestive che qui abbiamo.”

Le altre suggestive immagini si susseguono infatti nel successivo andamento del canto. Partono da nove cerchi ruotanti intorno a quel punto che rappresenta il loro centro. A ruotare sono le nove gerarchie angeliche (angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, cherubini, serafini). Il cerchio più vicino al punto infinitesimo, cioè a Dio, è il più veloce. A questo punto Dante viene colto da un dubbio, perché sa che nella realtà fisica la velocità della rotazione e l’intensità della luce di cerchi concentrici non aumentano, ma diminuiscono nell’avvicinarsi al loro punto centrale.

Salvador Dalì, Dante e Beatrice

Beatrice gli spiega che in Paradiso valgono non le leggi fisiche, ma le leggi spirituali: il cerchio più vicino a quel punto, a Dio, è il più veloce perché arde d’amore più degli altri cerchi. Non appena la spiegazione è finita e Dante ha visto la verità chiara “come stella in cielo”, i cerchi angelici prendono a sfavillare e a cantare osanna in lode di Dio. Il tripudio si manifesta come un bagliore di ferro arroventato con scintille così numerose che il loro numero si “inmilla”, ovvero si inoltra nelle migliaia, più del “doppiar degli scacchi”. Commento Scartazzini-Vandelli:

“è un’allusione al racconto tradizionale che l’inventore degli scacchi avesse chiesto (al re di Persia) come premio un granello di grano per la prima casella dello scacchiere, due per la seconda, quattro per la terza e così sempre raddoppiando fino alla sessantaquattresima ed ultima casella. Il re promise il premio, ma poi si avvide che non aveva grano sufficiente per mantenere la promessa.”

Quindi la numerosità degli angeli viene suggerita col rimando alla crescita esponenziale delle faville. Ormai sarà chiaro che Dante, oltre che alle arti medioevali del trivio (grammatica, dialettica, retorica), si rifà alle arti del quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia). Sarebbe interessante anche il confronto con le fonti dottrinali, non solo la Summa theologiae di Tommaso d’Aquino, in una prospettiva intertestuale; ma qui ci si è limitati ad evocare l’atmosfera di un canto che sembra fare ardere le pagine. I versi si incendiano. Leggiamoli, per essere coinvolti nella poesia della luce.

Qui abbiamo citato soltanto le terzine in cui Dio viene rappresentato come un punto lontano all’infinito. Proviamo a raffigurarcelo.  Forse nessun altro poeta ha raggiunto una simile profondità immaginifica.

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Servizio militare di leva obbligatorio prestato nel corpo dei Bersaglieri. Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, ricevuto al Quirinale dal Presidente Sandro Pertini con i suoi alunni vincitori del primo premio nazionale per una ricerca su Virgilio, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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