Valutiamo l’Invalsi di Biagio Scognamiglio

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Valutiamo l’Invalsi di Biagio Scognamiglio

Valutiamo l'Invalsi di Biagio Scognamiglio Valutare l’INVALSI significa innanzitutto valutare il valore delle cosiddette prove oggettive. Ci sono quo

Valutiamo l’Invalsi di Biagio Scognamiglio

Valutare l’INVALSI significa innanzitutto valutare il valore delle cosiddette prove oggettive. Ci sono quotidiani italiani che di prove così definite fanno il panegirico, ospitando pezzi giornalistici entusiasti della pretenziosa oggettività, sormontati da titoli redazionali osannanti e allarmistici insieme: da una parte si decanta l’asserita importanza dei test ai fini di un accertamento comparativo di competenze  e dall’altra si ipotizza un futuro apocalittico per una scuola dedita al preteso soggettivismo.

Se a livello politico emerge una volta tanto qualche valida idea sull’argomento, come ad esempio si riscontra nella proposta avanzata dalla  Commissione Senato di eliminare l’esito delle prove multiple dall’attestazione finale per la terza media e la quinta superiore, ecco che qualcuno insorge contro la paventata rottamazione dell’istituto in discorso, argomentando che le cosiddette prove oggettive sarebbero uno strumento indispensabile per l’accertamento del merito e per la predizione del successo universitario.

In realtà non si tratta affatto di uno strumento scientifico. Se fosse davvero tale, dovrebbe poter essere a sua volta oggetto di verifica ed eventuale smentita. Al contrario, proprio la tanta decantata oggettività si pone arbitrariamente come insindacabile. Viene ignorata la dimensione intersoggettiva vissuta, che tiene conto delle personalità nel loro reciproco evolversi attraverso tentativi ed errori.

Si trascura la cultura in divenire, nella quale consiste l’essenza della civiltà, costruita storicamente di epoca in epoca anteriormente all’escogitazione di quiz da settimana enigmistica. In una prospettiva di malintesa docimologia non vi è spazio per le arti, che si coltivano sul campo, né vi  si tiene conto degli apporti pluridisciplinari delle scienze umane, mentre le scienze esatte si ritrovano prive del loro specifico ambiente, che è il laboratorio.

Si dirà che i quesiti sulla logica sono importanti per accertare le capacità di ragionare: bisogna ritenere che chi afferma ciò non voglia saperne nulla, ad esempio, delle controversie sulla logica filosofica in rapporto alla logica matematica, vale a dire che non sappia cosa possa essere la logica, quindi sia desolatamente illogico (sembra il caso di un certo Andrea Ichino, per  il quale “è lecito ipotizzare che esistano studenti con elevate competenze logico matematiche, osservabili in un test Invalsi”, assurgendo a depositario di un presunto sapere da tempo in crisi a livello internazionale, secondo quanto si desume da un’educazione seriamente comparata).

Si dirà infatti che a livello europeo si rende necessario confrontare i prodotti scolastici dei diversi paesi; ma anche se tale confronto fosse attendibile, non si comprende quale apporto esso potrebbe fornire al miglioramento dei sistemi educativi.

Le prospettive educazionali devono emergere e venire validate nei diversi contesti, non al di fuori di essi. Che i test standardizzati siano ossessionanti e controproducenti, lo ha dichiarato con chiarezza il Presidente degli Stati Uniti d’America precedentemente in carica, mettendosi in sintonia con la protesta di docenti universitari di tutto il mondo contro i test OECD e PISA, organi simili all’INVALSI,  in un loro documento pubblicato su “The Guardian” col titolo “OECD and PISA tests are damaging education worldwide”.

Docenti universitari di tutto il mondo, si ripete, non questo o quel pretenzioso intellettuale che, sponsorizzato dal potere e decaduto come nella diagnosi di Zygmunt Bauman,  in questa Italia cronicamente in ritardo si erge a paladino del passato in nome di un sedicente progresso, tant’è vero che in omaggio all’associazione TreeLLLe e alla Confindustria può giungere a prendere posizione contro gli studi classici  in nome del pensiero computazionale, ignorando che docenti di prestigio come Anne Burdick, Johanna Drucker, Peter Lunenfeld, Todd Presner, Jeffrey Schnapp sono ben più avanti ad additarci le Digital_Humanities e che studiosi di autentica cultura dimostrano come occorra la “lezione del latino”, perché “il presente non basta” (fra gli altri ce lo ricorda di recente Ivano Dionigi), o come risultino più che mai attuali le “9 ragioni per amare il greco”, antica “lingua geniale” (fra gli altri ce lo ricorda di recente Andrea Marcolongo). La verità è che dal mondo antico proviene una lezione di vita e questa lezione  continua a riproporsi in termini etici: basti pensare alla problematica del rapporto etica-economia nella trattazione di  Amartya Sen.

Al di fuori di questo reciproco rapporto fra umanisti e scienziati,  la cosiddetta valutazione si risolve in semplici tentativi di misurazione, nonostante la più complessa dimensione che l’impresa dovrebbe assumere alla luce della storia della valutazione stessa (si veda in rete il volume Un po’ di storia della valutazione scolastica: letture e riflessioni a cura di Guido Benvenuto e Andrea Giacomantonio) e della storia dell’INVALSI (si veda in rete la sintesi che ne fa il ricercatore Raimondo Bolletta).

Nonostante se ne siano presi cura docimologi e pedagogisti di discreto rilievo, tutti condizionati peraltro dalle rispettive specializzazioni,  l’INVALSI sarebbe una sorta di termometro, come se gli studenti fossero degli ammalati. Sennonché il rapporto soggettività-oggettività esige di svolgersi ed essere verificato in ambito territoriale nei rapporti fra educatori ed educandi. La figura dell’educando nella sua realtà contestuale sfugge completamente al sistema dei test, che la viviseziona mutilandola.

Il vissuto esistenziale del nativi digitali, caratterizzati da sindromi di dipendenza dagli ambienti informatici, viene sottovalutato, sebbene da tempo Nicholas Carr col suo The Shallows. What the Internet is Doing to Our Brains ci abbia ammoniti a non sottovalutare le modifiche cerebrali (quindi esistenziali) indotte dalla navigazione in rete. Cosa conta di più oggi: saper rispondere a un test o poter fruire di un’educazione (si badi: non istruzione) informatica oltre che umanistica e scientifica in senso tradizionale?

E poi: siamo sicuri che i testi siano esenti da ogni ambiguità? Non restano forse ambigui i risultati di un procedimento che miri a misurare e valutare soltanto in un istante sincronico l’aspetto cognitivo in termini di Q.I. e ignori la dimensione emotiva dei soggetti in crescita?

Accertare, verificare, misurare, valutare, nel loro calarsi dall’alto,  si collocano nella dimensione oggettivistica del nuovo realismo filosofico e relegano sfuocata sullo sfondo l’interpretazione, che è possibile solo nell’interazione soggetto-oggetto in loco ed è ciò che più conta come continuo impulso formativo.

Alla luce di quanto si è fin qui accennato appare quanto mai deleteria al pari dell’alternanza scuola-lavoro di ascendenza fascista la proposta di subordinare al superamento dei test INVALSI l’ammissione agli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore, infliggendo così alla libertà d’insegnamento costituzionalmente protetta un colpo atto a stordirla e forse a lasciarla esanime.

Chissà perché a livello istituzionale la sopravvivenza dell’INVALSI come somministratore di test sta a cuore più della rinascita della scuola italiana, tant’è vero che non si è presa in seria considerazione l’idea di affidare ai docenti stessi il compito di migliorare le proprie tecniche di valutazione. E pensare che fin dal 1984, cioè ben 33 anni fa, un esperto del calibro di Benedetto Vertecchi col suo Manuale della valutazione.

Analisi degli apprendimenti  edito dagli Editori Riuniti aveva fornito ai docenti un’utile occasione di alto livello scientifico per il miglioramento delle loro personali tecniche valutative! Occasione che fin da allora avrebbe meritato di essere presa in considerazione a livello istituzionale per una diffusione capillare di quelle opportunità offerte.

Intendiamoci però: qui non si vuol dire che l’INVALSI debba essere soppresso, abolito, rottamato, ma si vuol sostenere piuttosto che debba essere riconvertito col supporto di un apposito ispettorato tecnico in organo di coordinamento a livello nazionale di enti regionali da  ricostituire a somiglianza degli IRRSAE, poi IRRE, purtroppo soppressi nel 2007 con conseguente scollamento dalle realtà territoriali.

Il compito primario dell’INVALSI riconvertito dovrebbe essere quello di ristrutturare completamente gli obsoleti programmi di insegnamento-apprendimento, sostituendo alle discipline separate il coinvolgimento creativo dei discenti nella soluzione di problemi con un ragionato apporto pluridisciplinare e delineando nuovi percorsi di studio esenti dal mero nozionismo  in relazione alle nuove necessità di istruzione e formazione,  da affrontare anche col ricorso al  supporto delle disponibilità presenti in rete.

Alla politica la responsabilità di creare le condizioni ottimali per l’espletamento delle attività scolastiche, altrimenti le disparità delle posizioni di partenza continuerà ad inficiare una comparazione attendibile dei risultati.  Dopo di che il discorso sulla valutazione potrebbe essere seriamente ripreso.

Biagio Scognamiglio

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