Papa Francesco, docente di letteratura, arte e psicologia, tiene un corso di scrittura creativa e invita Borges a parlare agli studenti.
Un libro intimo, profondo, da leggere e rileggere. Per tutti, ma soprattutto per chi insegna.
«Ho apprezzato e stimato molto Borges, mi colpiva la serietà e la dignità con le quali viveva la sua esistenza. Era un uomo molto saggio e molto profondo».
— Papa Francesco, in Spera (2025)
Lo scrive Papa Francesco in Spera, la sua autobiografia, da metà gennaio in libreria. Un libro – ne abbiamo già dato notizia in Altre tre autobiografie – che spinge a essere letto senza soste, ma che invita anche a tornare indietro, rileggere, riflettere. Ogni pagina ha qualcosa che resta.
Tutte le autobiografie dei grandi sono particolari: questa lo è di più. Da ogni punto di vista, è la più umana e intima delle autobiografie, forse perché è stata scritta da un Papa – ed è la prima volta che accade. Ma anche dal punto di vista culturale è straordinaria. L’immagine che viene in mente è quella di un albero maestoso, con una chioma ampia, piena di fiori unici per colore, profumo, bellezza. Non è un libro tecnico o specialistico: è un libro sull’essenza della vita.
Gli episodi e i riferimenti spaziano dalla scienza all’arte, dalla medicina alla musica classica, dalla danza alla politica, dal calcio a Mozart e al suo Et Incarnatus est, che «sa prenderti per mano e portarti a Dio». E poi la frase scelta come motto, prima episcopale e poi papale: Miserando atque eligendo. Tutto è narrato con una semplicità così elevata da rendere ogni pagina accessibile e profonda per qualsiasi lettore.
La struttura appare cronologica e lineare, ma come ricorda Borges — citato a pagina 138 —:
«Ho tentato, non so con quale fortuna, di comporre dei racconti lineari. Non oso affermare che siano semplici; non c’è sulla terra una sola pagina, una sola parola che lo sia».
La narrazione di Papa Francesco è talmente vitale da non poter essere davvero lineare. Non si può pensare come un segmento di estremi “inizio”, “fine” segnati su una retta. Ha ragione il matematico che scrisse che la retta è la curva che meno si presta a dire qualcosa della natura: il grafico di un fenomeno reale non è mai piatto. Il libro non è solo il racconto della sua vita, ma anche di tante altre. È, in ogni pagina, in ogni passo, anche il libro di chi ha camminato con lui, di chi lo ha preceduto e di chi lo seguirà. Per questo è un libro in cui chiunque può ritrovarsi.
Per tutti, e in particolare per gli studenti, può essere istruttivo sapere che la formazione di Papa Francesco poggia su studi seri. Linearmente, inizia in un asilo cattolico con una maestra, suor Dolores, che gli rende la scuola piacevole e indimenticabile:
«Mi ha fatto sentire che non si cresce da soli… Ho amato la scuola perché quella donna mi ha insegnato ad amarla».
Prosegue nelle scuole pubbliche, tra elementari e medie, e poi – per esigenze familiari – in collegio, dove impara a studiare.
«Le ore di studio, in silenzio, creavano un’abitudine di concentrazione, di dominio della dispersione, piuttosto forte. Ho imparato un metodo di studio, che prima non avevo avuto, e perfino regole mnemotecniche».
Terminato il collegio, pensa inizialmente di iscriversi al liceo e poi a medicina. Ma nel marzo del 1950 inizia gli studi alla Escuela Técnica Especializada en Industrias Químicas:
«Fu uno studio serio, esigente, che alternava tra mattina e pomeriggio pratica e teoria, dando spazio nei primi tre anni anche alle materie umanistiche: dalla letteratura spagnola alla storia, all’inglese. Ma soprattutto, ovviamente, era una scuola scientifica».
Invece di proseguire all’università per diventare medico, entra in seminario per prepararsi a diventare ciò che è oggi: Papa Francesco.
Terminati gli studi di filosofia, nel 1963 viene inviato a insegnare letteratura, arte e psicologia agli studenti degli ultimi due anni di liceo presso il Colegio de la Inmaculada Concepción di Santa Fe. È lì che nasce l’occasione del suo incontro con Jorge Luis Borges. Una storia che vale la pena raccontare per intero:
«[…]
Jorge Luis Borges (1899-1986)
tenni un corso di scrittura creativa per gli studenti e pensai di mandargli, attraverso la sua segretaria che era stata mia insegnante di pianoforte, due racconti scritti dai ragazzi. Apparivo ancora più giovane di quanto ero, tanto che gli studenti tra loro mi avevano soprannominato Carucha (faccia da bambino), e Borges invece era già uno dei più celebrati autori del Novecento; eppure se li fece leggere – dal momento che era ormai praticamente cieco – e per di più gli piacquero molto. Mi avrebbe chiesto di raccoglierli in un libro, che fu poi pubblicato dall’editore argentino Castellví con il titolo Cuentos originales, al quale Borges si propose addirittura di scrivere il prologo, quella che fu probabilmente la sua prefazione più generosa: «Questo prologo non solo lo è di questo libro, ma anche di ciascuna delle ancora indefinite serie possibili di opere che i giovani qui riuniti possono, in futuro, redigere».
Lo invitai pure a tenere alcune lezioni sul tema dei gauchos in letteratura e lui accettò; poteva parlare di qualsiasi cosa, senza mai darsi arie.
A sessantasei anni, prese un pullman a Buenos Aires e viaggiò per otto ore, di notte, per raggiungere Santa Fe. In una di quelle occasioni giungemmo in ritardo perchè, quando arrivai a prenderlo in albergo. mi chiese se potevo aiutarlo a farsi la barba. Era un agnostico che ogni sera recitava il Padre nostro perché lo aveva promesso alla madre, e che sarebbe morto con i conforti religiosi.
Non può che essere uomo di spiritualità colui che scrisse parole come queste:
«Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: “Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te? Non ricordo più; stiamo qui insieme come prima”, “Ora so che mi hai perdonato davvero” disse Caino, “perché dimenticare è perdonare. anch’io cercherò di dimenticare…”».
Conclusione: un libro da leggere, soprattutto per chi insegna
L’episodio dell’incontro con Borges è senza dubbio bello e significativo: un momento in cui letteratura, umanità e educazione fanno scuola. Ma bello e significativo è l’intero libro. Ogni pagina racconta qualcosa che meriterebbe di essere riportato per intero, perché ogni frammento di vita condivisa ha la forza di toccare, insegnare, accompagnare.
Questo libro lo leggano, in particolare, gli insegnanti. Perché in queste pagine si respira un’idea alta e concreta di educazione, di conoscenza, di cura dell’altro. Una testimonianza rara, preziosa, da portare in classe, per la vita.

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