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Educare al referendum

Insegnare a comprendere il significato delle scelte costituzionali, a leggere criticamente le trasformazioni proposte e a partecipare in modo consapevole alla vita democratica.

Mentre si avvicina la data stabilita per il referendum confermativo della riforma costituzionale proposta dal governo concernente la Magistratura, si avverte più che mai in vista del futuro l’opportunità di introdurre un insegnamento specificamente dedicato all’informazione e alla formazione dei giovani in campo politico. A ben vedere, nell’attuale programma di Educazione civica questa opportunità risulta già contemplata, anche se non rimarcata fino in fondo, là dove si insiste sull’importanza della conoscenza della Costituzione della Repubblica Italiana.

Nell’imminenza di una consultazione referendaria su modifiche costituzionali far conoscere non solo il testo, ma anche la genesi della nostra Costituzione significa educare al referendum e ad altri eventuali referendum futuri. Si passa così dall’Educazione civica all’Educazione politica.

Educazione civica

Nel solco della Legge 20 agosto 2019, n. 92, recante “Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”, il Ministero dell’Istruzione e del Merito con le sue Linee guida mira a formare il buon cittadino, assicurando allo studente “la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società” con prevalente riguardo agli aspetti comportamentali:

“Le Linee guida si configurano come strumento di supporto e sostegno ai docenti anche di fronte ad alcune gravi emergenze educative e sociali del nostro tempo quali, ad esempio, l’aumento di atti di bullismo, di cyberbullismo e di violenza contro le donne, la dipendenza dal digitale, il drammatico incremento dell’incidentalità stradale – che impone di avviare azioni sinergiche, sistematiche e preventive in tema di educazione e sicurezza stradale – nonché di altre tematiche, quali il contrasto all’uso delle sostanze stupefacenti, l’educazione alimentare, alla salute, al benessere della persona e allo sport.”

Ai sensi di quanto previsto dall’articolo 1 della Legge, il Ministero dell’Istruzione e del Merito riconosce che è di primaria importanza nelle istituzioni scolastiche la conoscenza della Costituzione italiana “non solo come norma cardine del nostro ordinamento, ma anche come riferimento prioritario per identificare valori, diritti, doveri, compiti, comportamenti personali e istituzionali finalizzati a promuovere il pieno sviluppo della persona e la partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese – nonché delle istituzioni dell’Unione Europea.”

A ciò si aggiunge nelle Linee guida ministeriali che l’Educazione civica può proficuamente contribuire a formare gli studenti al significato e al valore dell’appartenenza alla comunità nazionale che è comunemente definita Patria, aiutandoli inoltre a capire l’importanza di valorizzare “le varie eccellenze produttive che costituiscono il Made in Italy.”

La conoscenza della Costituzione va intesa “nelle sue dimensioni storiche, giuridiche, valoriali”. Dal suo “carattere personalistico” discende “la necessità di sottolineare la centralità della persona umana, soggetto fondamentale della storia, al cui servizio si pone lo Stato”. Ciò si rivela importante anche con riguardo alla nuova dimensione della cittadinanza digitale. Il tutto però rischia di restare un impianto meramente teorico.

Educazione politica

La conoscenza del dettato costituzionale, della sua storia, delle scelte compiute nel dibattito in Assemblea costituente e la riflessione sul suo significato rappresentano il primo e fondamentale aspetto da trattare: le stesse Linee guida ministeriali introducono il passaggio dall’Educazione civica all’Educazione politica, anche se in una forma non del tutto esplicita, perché l’aggettivo “politica” non viene adeguatamente evidenziato, nonostante il riferimento alle “scelte compiute nel dibattito in Assemblea costituente”.  È qui infatti che lo studente dalla dimensione di civis passa a quella di πολίτης. Ed è qui che si colloca il dibattito sulle scelte referendarie.

Quelle che riguardano la separazione delle carriere dei magistrati, lo sdoppiamento del Consiglio superiore della Magistratura, il sorteggio per i suoi membri, la creazione di un’Alta corte disciplinare possono essere oggetto di informazione extrascolastica e non è qui necessario spostare il discorso informativo e formativo su questo terreno. In ambito scolastico si tratta di andare alle radici del problema, cercando di stabilire se risponda alle esigenze di tutti i cittadini la modifica della nostra Costituzione proposta oggi dal governo e segnatamente dal ministro della giustizia oppure se si debba essere molto cauti nell’innovare in tal senso.

Nell’approssimarsi della data fissata per la consultazione popolare si è tenuto a Napoli nella sede di Castel Capuano un evento filogovernativo dedicato all’argomento “Referendum costituzionale: posizioni giuridiche”, senza che fosse assicurata la par condicio. Sul quotidiano la Repubblica del 18 marzo 2026 nell’articolo “Gli studenti non sono un gregge da indottrinare” ha scritto in proposito Dario Spagnuolo:

“Molto più significativa è la reazione degli studenti che hanno chiesto la parola, sono intervenuti, hanno contestato: si sono rifiutati di essere un gregge da indottrinare e hanno rivendicato il diritto ad una autentica partecipazione politica [..] Gli adulti sono rassegnati e individualisti, cinicamente concentrati sul breve periodo e ridotti ad affidarsi a leader anziani, in preda a manie di onnipotenza e crisi di terza età. I giovani sono desiderosi di essere protagonisti di una nuova stagione politica […]”

Quanto alla genesi della nostra Costituzione, è da ricordare la conclusione del discorso pronunciato nel 1955 da Piero Calamandrei, che aveva collaborato a movimenti clandestini durante la Resistenza e aveva partecipato come rappresentante del Partito d’Azione alla Costituente:

“Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.”

Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella è intervenuto più volte in occasione degli anniversari della Liberazione, rivolgendosi soprattutto ai giovani, con discorsi celebrativi della libertà democratica, solennemente sancita dalla nostra Costituzione, come in questi brani:

“è la Costituzione il frutto principale del 25 aprile. È la pietra angolare su cui poggia la civiltà e il modello sociale che i nostri padri ci hanno lasciato. Ed è anche la strada maestra sulla quale camminare ancora. La Costituzione ha interpretato e inverato la rivolta morale e la ribellione popolare che sfociarono nella Liberazione. Per questo nella nervatura del Paese, e nella ricostruzione di un’identità nazionale condivisa, la Costituzione resta il cuore e, insieme, per meglio stare nella metafora, il cervello che guida.”

“Il 25 aprile è, per l’Italia, una ricorrenza fondante: la festa della pace, della libertà ritrovata, e del ritorno nel novero delle nazioni democratiche. Quella pace e quella libertà che – trovando radici nella resistenza di un popolo contro la barbarie nazifascista – hanno prodotto la Costituzione repubblicana, in cui tutti possono riconoscersi, e che rappresenta garanzia di democrazia e di giustizia, di saldo diniego di ogni forma o principio di autoritarismo o di totalitarismo.”

“Vorrei dire soprattutto ai giovani di oggi: il ricordo, la consapevolezza del dolore, dei sacrifici, dei tempi bui che, nel corso del tempo, abbiamo più volte attraversato, ieri come oggi, ci tengono uniti. Ci fanno riconoscere nel nostro comune destino. Quel ricordo è il cemento che tiene insieme la nostra comunità.”

In un linguaggio come quello del nostro Presidente, che vuol essere immediatamente comprensibile al pari del linguaggio della nostra Costituzione, risiede la nobiltà della politica, non nella meschina propaganda e nelle insulse beghe di psicopompi della democrazia abbarbicati al potere.

Il linguaggio della nostra Costituzione fu oggetto di un incontro tenutosi presso il Palazzo della Minerva il 16 giugno 2008, durante il quale il prestigioso linguista Tullio De Mauro evidenziò a più riprese la chiarezza espressiva voluta e raggiunta dai Padri costituenti, come in questo stralcio da uno dei suoi interventi, in cui si dà notizia dell’accostarsi di bambini al dettato costituzionale grazie all’opera di illuminati maestri:

“Attenzione, è vero che siamo lontani da una diffusione sistematica della lettura della Costituzione nelle nostre scuole. I manuali di educazione civica o di storia prevalgono sulla lettura diretta del testo, troppo; però molto lavoro ormai è stato fatto e nel grande lavoro, dal punto di vista linguistico, se a qualcuno non è noto, un gruppo di maestri guidati da Mario Lodi ha prodotto un testo della Costituzione per i ragazzi delle scuole elementari. È interessante vedere che i pochi vocaboli non di base della Costituzione (sono circa 300) appartengono in realtà al vocabolario comune in larga misura, e anche nel testo fortemente semplificato rivolto a bambini delle prime classi elementari, molte di queste parole non comuni restano in un contesto di accresciuta, se possibile, chiarezza e anche di “esplicitezza” (come dicono i linguisti). E quindi la Costituzione continua a essere un testo straordinario, anche all’analisi di dettaglio, di nitidezza e chiarezza. Speriamo che tale rimanga.”

Il monumento linguistico della nostra Costituzione è il risultato di un aperto confronto fra i membri dell’Assemblea Costituente eletta “a suffragio universale diretto e segreto”, come stabilito dall’articolo 1 del D.L.L. 25 giugno 1944, n. 51 (per immergersi nel clima del dibattito in seno all’Assemblea Costituente può essere utile La Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori, nonché corredata da note e riferimenti, a cura di V. FalzoneF. Palermo –  F. Cosentino, Mondadori, 1976). Nella nostra Costituzione alla magistratura è dedicato il titolo IV, la cui prima sezione tratta l’ordinamento giurisdizionale. Ecco il lapidario incipit dell’articolo 101:

La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.”

A questa formulazione si giunse, come si è avuto modo di accennare, a seguito della discussione di tutta una serie di varianti proposte di volta in volta dai membri: l’esito finale fu tale da conciliare l’esattezza giuridica con l’essenzialità espressiva.

Ed ecco il solenne incipit dell’articolo 104 della nostra Costituzione:

La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere […]”

L’on. Preti argomentò: “Riconoscere un pieno autogoverno della magistratura significa creare uno Stato nello Stato, o per lo meno una casta chiusa, intangibile”. L’on. Ruini replicò: “Dicendo che un dato ordine, l’ordine della magistratura, deve essere indipendente, e cioè non deve dipendere da un altro potere dello Stato, e che deve essere autonomo, ossia disporre di sé per ciò che riguarda il suo stato, come personale dei magistrati, non diciamo cosa che non sia costituzionale e democratica. Che la magistratura sia sottratta alla dipendenza e alla influenza del Governo è un’esigenza e una conquista della democrazia”.

È quindi evidente che in seno all’Assemblea Costituente il punto di riferimento era la conquista illuministica di una teoria che costituiva una garanzia di civiltà giuridica, ossia la teoria della separazione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – così illustrata da Montesquieu nel trattato De l’esprit des lois:

 “In ogni Stato vi sono tre generi di poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti, e il potere esecutivo di quelle che dipendono dal diritto civile. In forza del primo, il principe, o il magistrato, fa le leggi per un certo tempo o per sempre, e corregge o abroga quelle che sono già state fatte. In forza del secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve ambasciate, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In forza del terzo, punisce i delitti o giudica le controversie dei privati.

Chiameremo quest’ultimo il potere giudiziario, e l’altro semplicemente il potere esecutivo dello Stato […] Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non vi è libertà, poiché si può temere che lo stesso monarca, o lo stesso senato, facciano leggi tiranniche per eseguirle tirannicamente. Non vi è nemmeno libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e dall’esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: infatti il giudice sarebbe legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore.

Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati […]”

Montesquieu (1689 –1755)

In ogni caso il referendum costituzionale ha provocato nel nostro Paese una frattura istituzionale, sociale, culturale. Una civiltà giuridica che ha i suoi antesignani, pur essendo diversi rispetto a noi i rispettivi contesti storici, nell’antichità classica, in Aristotele, studioso delle migliori costituzioni possibili nella sua Politica, e in Cicerone, fautore della concordia ordinum, è stata disattesa.

Voler cambiare la Costituzione con piglio autoritario ha fatto sì che alla cooperazione si è sostituita la conflittualità. Con ciò non vogliamo dire che la Costituzione sia immutabile: si sa che essa stessa prevede la possibilità di modificarla proprio grazie all’istituto referendario, solo che le modifiche non devono stravolgerla. Si pensi alla Costituzione americana stilata nel 1787, ratificata nel 1788 ed entrata in vigore nel 1789, nella quale gli emendamenti succedutisi nel tempo hanno lasciato intatta la separazione dei poteri, rafforzandone l’architettura, cosicché un potere presidenziale esercitato dissennatamente potrà pur sempre esser contrastato dal sistema di controllo e bilanciamento reciproci noto come checks and balances:

“Checks and balances is a constitutional system that prevents any one branch of government—legislative, executive, or judicial—from becoming too powerful by giving each the authority to limit the others.”

Ecco quanto scrive Concita De Gregorio sul quotidiano la Repubblica del 19 marzo 2026 nel concludere articolo “L’obiettivo di comandare impuniti”:

“I giudici talvolta sbagliano, la categoria non suscita simpatia. Ancor meno però la suscita, credo, chi avendo potere pretende di comandare impunito, senza il fastidio della legge.”

A proposito della tendenza del potere esecutivo a prevaricare, così come è avvertita negli Stati Uniti, e non solo, scrive un giudice statunitense:

“Men have discovered no technique for long preserving free government except that the Executive be under the law, and that the law be made by parliamentary deliberations”.

Alla luce di quanto fin qui documentato e argomentato, si può comprendere che il popolo italiano è chiamato a interrogarsi sulla necessità di onorare la civiltà giuridica di ascendenza illuministica confluita nella nostra Costituzione, maturata nel dibattito dell’Assemblea costituente e resa possibile dal sacrificio dei tanti italiani ricordati da Piero Calamandrei, e, al tempo stesso, a valutare con attenzione le implicazioni di cambiamenti le cui conseguenze appaiono facilmente prevedibili.

Sul linguaggio della nostra Costituzione:

https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/file/convegni_seminari_n18.pdf

Sulla necessità di limiti al potere esecutivo:

https://www.advocacyandlitigation.com/post/executive-orders-poteri-e-limiti-del-presidente-americano

 

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Servizio militare di leva obbligatorio prestato nel corpo dei Bersaglieri. Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, ricevuto al Quirinale dal Presidente Sandro Pertini con i suoi alunni vincitori del primo premio nazionale per una ricerca su Virgilio, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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