Che cosa abbiamo fatto della scuola e che cosa vogliamo ancora farne? Il monito del Presidente della Repubblica per ritrovare il senso della comunità educativa.

Il Presidente Mattarella ad Amatrice – creazione IA
Nell’articolo A scuola con i carabinieri, scritto all’indomani dell’aggressione alla docente romana e del ritrovamento di un coltello nello zaino di un quattordicenne in provincia di Napoli, avevamo posto una domanda: che cosa può ancora fare la scuola prima che arrivino le forze dell’ordine e le ambulanze?
La domanda rimane aperta. La vicenda della docente accoltellata continua a occupare le cronache; si indaga sulle responsabilità e si moltiplicano le interpretazioni di psicologi, sociologi e psicoterapeuti. I riflettori, del resto, non riescono a spegnersi, perché quasi ogni giorno nuove aggressioni, minacce e sopraffazioni riportano la violenza al centro del dibattito. Eppure la scuola, intesa come istituzione, sembra rimanere ai margini dell’analisi: si discute molto dei singoli episodi, assai meno delle condizioni nelle quali essa è chiamata a operare.
Avevamo scritto che occorre una seria e collettiva riflessione sulle istituzioni e, in particolare, sulle trasformazioni subite dalla scuola. Una sorta di bilancio su ciò che si è guadagnato, ma anche su ciò che si è perduto. La questione, così posta, sembra aver suscitato un certo interesse. Ora un’ulteriore e autorevole occasione per sviluppare questa riflessione ci viene offerta dal presidente della Repubblica.
Nel discorso pronunciato ad Amatrice il 21 settembre, durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico, il presidente Mattarella non si è limitato a rivolgere un augurio agli studenti. Ha tracciato un profilo della scuola e della sua missione nel nostro tempo. Ha indicato che cosa la scuola è chiamata a fare, quali responsabilità spettino alle istituzioni e quale posto debbano avere gli studenti, gli insegnanti, le famiglie e, soprattutto, la persona.
Vale la pena soffermarsi su questo discorso, perché le parole del Presidente consentono anche un confronto con la scuola reale. Possono aiutarci a capire come essa sia cambiata e quali scelte abbiano progressivamente accentuato gli aspetti amministrativi, gestionali e giuridici a scapito di quelli educativi.
Il punto di partenza può essere una delle affermazioni più nette del discorso: «Gli studenti non sono semplici utenti della scuola». In questa frase è già racchiusa una concezione dell’istituzione scolastica. Se gli studenti non sono utenti, la scuola non è un’azienda che eroga un servizio, il dirigente non può essere soltanto il responsabile di una struttura amministrativa e le famiglie non sono clienti ai quali promettere soddisfazione.
La scuola è una comunità nella quale si costruiscono conoscenza, libertà, responsabilità e convivenza. È il luogo nel quale occorre riconoscere il disagio, contrastare l’isolamento, formare personalità libere e mature e aiutare i giovani a pensare con la propria testa. Non basta, quindi, applicare un codice di comportamento: occorre contribuire alla costruzione di un’etica condivisa.
È proprio qui che il discorso di Amatrice incontra la domanda posta dopo i fatti di Roma e della provincia di Napoli. Prima dei carabinieri dovrebbe esserci una scuola capace di osservare, ascoltare e comprendere. Ma, perché possa farlo, non deve essere lasciata sola. Il Presidente lo afferma con altrettanta chiarezza: gli insegnanti non devono essere lasciati soli dalla società e le istituzioni non devono recedere dalle proprie responsabilità nei contesti difficili.
Bisogna allora domandarsi se l’organizzazione scolastica costruita negli ultimi decenni abbia rafforzato questa missione oppure l’abbia resa più difficile. Occorre chiedersi, per esempio, se l’autonomia, nata anche per liberare energie didattiche ed educative, non sia stata progressivamente ricoperta da una fitta rete di procedure, obblighi, controlli, protocolli e responsabilità individuali.
Bisogna domandarsi se il continuo dimensionamento, con l’accorpamento degli istituti e la formazione di comunità scolastiche sempre più grandi e complesse, abbia prodotto reali vantaggi organizzativi oppure abbia comportato, come prezzo, l’indebolimento dello spirito di comunità. E se il passaggio della figura del preside dalla direzione di una specifica comunità educativa a una funzione dirigenziale di carattere prevalentemente amministrativo abbia dato i risultati sperati.
Occorrerebbe inoltre esaminare come siano cambiati, nel tempo, la formazione e il reclutamento del personale scolastico e dei dirigenti. E quanto la crescente complessità delle procedure concorsuali e il peso assunto dal contenzioso amministrativo abbiano rafforzato una concezione prevalentemente giuridica della scuola — la «scuola degli avvocati» — lasciando in secondo piano la valutazione delle competenze educative, pedagogiche e relazionali.
Occorre interrogarsi anche su come siano cambiate le modalità di partecipazione delle famiglie alla vita della scuola: se continuino a esprimersi attraverso una collaborazione educativa e democratica oppure si siano progressivamente trasformate in un rapporto tra chi eroga un servizio e chi ne usufruisce. È probabilmente questo il versante più dolente, soprattutto per le conseguenze prodotte nei rapporti tra famiglie e insegnanti: due componenti della stessa comunità educativa che sembrano ormai, troppo spesso, in guerra tra loro.
Bisogna infine valutare le conseguenze della trasformazione dei provveditorati agli studi e del loro assorbimento nella nuova organizzazione dell’amministrazione scolastica. E occorre ancora chiedersi se il progressivo smembramento del corpo ispettivo, l’indebolimento delle sue specializzazioni disciplinari e il ricorso a incarichi non sempre fondati su specifiche competenze tecniche abbiano contribuito a un più generale impoverimento delle competenze pedagogiche e didattiche dell’amministrazione centrale e periferica.
Il discorso del presidente della Repubblica offre dunque qualcosa di più di un’esortazione. Offre un criterio con cui giudicare le politiche scolastiche. Ogni norma, ogni riforma e ogni scelta amministrativa dovrebbero essere valutate domandandosi se aiutino la scuola a educare, includere, comprendere e costruire legami.
Questa riflessione dovrebbe inoltre indurre tutti ad agire nella scuola con maggiore misura e la politica a rinunciare all’annuncio continuo di cambiamenti, soprattutto quando la loro rappresentazione propagandistica finisce per prevalere sulle effettive necessità educative.
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Laureato in Matematica, è stato docente, dirigente scolastico e ispettore tecnico del Ministero dell’Istruzione. A partire dagli anni Ottanta ha partecipato alle tante commissioni ministeriali, tra cui quella dei “Quaranta” istituita dal ministro Franca Falcucci, incaricate della definizione dei programmi di insegnamento degli indirizzi sperimentali e, successivamente, delle Indicazioni Nazionali. Ha svolto numerosi incarichi ispettivi in Italia e all’estero e, dal 1997, ha curato la predisposizione delle prove ministeriali d’esame di maturità e di concorso. Dal 2008 al 2015 ha fatto parte del collegio di direzione della Struttura Tecnica del Ministero. Nel 1980/81 ha prestato servizio presso la Facoltà di Magistero di Roma (cattedra del prof. Mauro Laeng) incaricato di collaborare agli atti preparatori dell’indagine I.E.A., e per alcuni anni ha insegnato come professore a contratto presso le Università “Federico II” e “Vanvitelli” di Napoli. Dal 2009 al 2019 è stato Presidente nazionale della Mathesis e direttore del Periodico di Matematiche.
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