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Il malessere nella scuola

Il malessere nella scuola fra retorica dell’eccellenza e disuguaglianze da colmare. Le studentesse contestatrici e il discorso pedagogico.

Un alfiere della meritocrazia

25 luglio 2021. Ernesto Galli Della Loggia. Eccolo intervenire di bel nuovo in materia scolastica sul “Corriere della Sera”. L’intellettuale continua ad imbandire le sue vivande meritocratiche. Menu da confrontare con l’articolo intitolato Dalla Normale di Pisa, che lezione! apparso su questo sito due giorni prima. Articolo in cui si dà notizia di  tre studentesse che contestano il mondo accademico per la sua pratica selettiva. Contestazione, diciamo noi, da estendere anche al mondo della scuola.

La sopraelevazione del docente

Una predella. Sulla predella la cattedra. In cattedra il docente sopraelevato, nume tutelare di un sapere per iniziati. Così Ernesto Galli Della Loggia concepisce l’aula piena. Altrimenti per lui è vuota come nel titolo di un suo libro. L’ideologia del merito domina la sua mente. A Christian Raimo si deve una stroncatura senza mezzi termini di siffatta prospettiva.  Leggere fra i commenti alla sua indignata recensione di L’aula vuota una serie di reazioni favorevoli a Ernesto Galli Della Loggia è motivo di sconforto. Diversi docenti vilipendono Christian Raimo. Sposano idee reazionarie e antidemocratiche. Idoleggiano chi le propaganda. Non sospettano nemmeno di essere carenti nell’espletare il loro compito formativo. Questione di mentalità.  Del resto bocciare è facile. Il difficile è adoperarsi per far diventare gli errori degli allievi altrettante occasioni di apprendimento.

Un ispettore in tribunale

Un ispettore mi raccontò che ebbe l’incarico di relazionare su un docente particolarmente innamorato della selezione tout court.  Docente di latino e greco, metteva in pratica il metodo tanto esaltato da Ernesto Galli Della Loggia. Ragazzi anche bravi mortificati al minimo errore con voti prossimi allo zero. Dopo averlo più volte richiamato inutilmente, l’ispettore fu costretto a riferire che il docente, se avesse persistito nel suo atteggiamento, sarebbe stato passibile di sanzione. Il docente persistette. L’ispettore riferì su questo ostinarsi.  Il docente, una volta  sanzionato, lo denunciò. Nel primo e nel secondo grado di giudizio i pubblici ministeri chiesero e ottennero l’archiviazione. Non contento, il docente ricorse alla Suprema Corte. Ebbe torto. Fu condannato al pagamento delle spese processuali. Dispiacque che non avesse voluto seguire il consiglio di non discriminare gli allievi invece di guidarli verso l’amore per il sapere.  Si potrà dire che siamo di fronte a  un caso limite. Sennonché si tratta di quell’animus che gli avversari della pedagogia vorrebbero inculcare nell’intero corpo docente.

Un docente lungimirante

Un docente di italiano e latino al Liceo classico mi raccontò che un suo allievo agli scrutini finali veniva presentato dai colleghi come ritardato. Se il ragazzo riuscì ad  essere promosso di anno in anno e a conseguire il diploma,  ciò fu dovuto all’insistenza di quel solo docente, che riteneva di avere intuito in lui una celata potenzialità di crescita intellettiva. Quello studente aveva in sé la vocazione a giovare agli altri che ne avessero avuto bisogno. Si iscrisse alla Facoltà di Medicina. Laureatosi col massimo dei voti, esercitò la professione medica con eccellenti risultati. Gli accadde di curare con successo alcuni di quei docenti che avrebbero voluto bocciarlo. La vicenda mi spinge a ricordare che Giuseppe Ungaretti a scuola andava male in italiano. È divenuto uno dei nostri maggiori poeti. Casi isolati? Il segreto per trarre fuori il meglio da chi sembra negato è infondere fiducia. Si instaura così un patto educativo. Quel patto che i fanatici della bocciatura sono restii o negati ad instaurare con i soggetti adolescenziali in formazione.

Le responsabilità politiche e sindacali

Leggiamo ora questo passo da L’aula vuota:

“Nella «scuola della riforma» la pedagogia ha trovato un suo scopo precipuo nella lotta contro l’ineguaglianza, nella sollecitazione a eliminare tutto quanto possa produrre tra gli studenti una qualche «discriminazione», la quale discriminazione non importa che ci sia realmente, che sia realmente voluta da chicchessia: l’importante è che comunque anche un solo studente si senta discriminato. Da qui la proclamata esigenza di mettere l’allievo al centro del sistema educativo, di far costruire il sapere dagli stessi allievi «attivizzandoli», o di costruire in mille modi una dimensione collettiva: il tutto per favorire una partecipazione omogeneizzatrice capace di immunizzare contro ogni esclusione.”

In altri termini, secondo Ernesto Galli Della Loggia la pedagogia non dovrebbe lottare contro l’ineguaglianza e l’allievo non dovrebbe essere messo al centro del sistema educativo né essere messo in grado di costruire  il proprio sapere, dovendo la democrazia italiana, come si legge altrove, poter “contare su élite devote e capaci”.

Ecco la tendenza a scaricare sulla scuola le responsabilità  della politica.

Le sorti future della patria dipenderebbero soltanto dalla scuola. Non ci si dà pensiero dei tanti fattori che contrastano l’impresa educativa.  Per averne un’idea, si può ricorrere a Stefano D’Errico, La scuola distrutta. Trent’anni di svalutazione  sistematica dell’educazione pubblica e del Paese, Mimesis 2019. Volume di oltre seicento pagine corredato da una bibliografia così vasta che di pagine ne occupa sedici. Nel capitolo La restaurazione liberista sferra l’attacco alla scuola si legge fra l’altro:

“La Confindustria europea, affilate le armi alla metà degli anni ’80 in un grande Convegno internazionale sull’istruzione tenutosi a Venezia, in accordo con la Confederazione Europea dei Sindacati (Ces), una sorta di Cisl internazionale (alla quale aderisce infine anche la Cgil), comincia a corrodere le istituzioni e ad imporre la sua idea di scuola, operazione che si concluderà dal 2000 in poi con la scuola-quiz, la scuola delle ‘competenze’, distruggendo la scuola delle conoscenze.”

Le responsabilità della famiglia

Non si vuole qui negare che le famiglie concorrano al mancato apporto educativo dovuto alla loro prole. Le cronache riportano casi di attacchi agli insegnanti al fine di ottenere trattamenti di favore per i propri figli (così come sono stati registrati episodi di violenza da parte di familiari di pazienti nei confronti del personale sanitario). Si assiste alla pretesa di imporre il proprio volere illegalmente a costo di essere perseguiti in sede giudiziaria. Sono lontani i tempi del plagosus Orbilius, il maestro oraziano dalla sferzata facile, da lui inflitta agli alunni negligenti, perché qui parcit virgae, odit filium suum. Tradizione punitiva tramandata attraverso i secoli fino al suo odierno affievolirsi. Si diceva un tempo che mazze e panelle  fannu li  figli belli, panelle senza mazze fanno li figli pacci. Ora si tende verso il permissivismo. Le mazze vengono usate contro chi osa disturbare i rampolli neghittosi. Ma questa irresponsabilità discende dal cattivo esempio della società intera. Una società che inculca  negli adulti  il voler ottenere tutto e subito anche in forme violente. Ne deriva la devianza di ragazzi coccolati. Questo materiale umano viene consegnato alla scuola. Trattarlo come materiale di scarto aggrava il problema.

La persistenza del classismo

E la politica? È latitante. O meglio, è asservita a un’economia classista. Si prospetta la ripresa e intanto in una repubblica fondata sul lavoro si licenziano di punto in  bianco operai che il lavoro appunto invocano. Si dissimula che senza il lavoro operaio nessuna società potrebbe sussistere. È il caso di rileggere Bertolt Brecht:

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte, chi altrettante la riedificò?
In quali case di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia ,i muratori?
Roma la grande è piena d’archi di trionfo. Su chi trionfarono i Cesari?
La celebrata Bisanzio aveva solo palazzi per i suoi abitanti?
Anche nella favolosa Atlantide la notte che il mare li inghiottì,
affogavano urlando aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’India.
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la flotta gli fu affondata.
Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni.
Chi, oltre a lui, l’ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?
Quante vicende, tante domande.

V’è una profonda analogia fra lo scarto operaio e la selezione scolastica.

Analogia che dipende dal classismo inteso nel senso della seconda accezione del vocabolario online Treccani:

“Tendenza, indirizzo o comportamento attribuibile a persone, gruppi o istituti che favoriscono una classe (di solito quella dominante) a spese delle altre classi della società; in senso più generico, intransigente difesa degli interessi della classe cui si appartiene.”

Le studentesse contestatrici

La presa di posizione delle studentesse della Scuola Normale di Pisa è stata oggetto di attenzione in diverse sedi. Se ne è occupato, ad esempio, “il Fatto Quotidiano” in data 22 luglio 2021. Le tre neolaureate denunciano il “processo di trasformazione dell’Università in senso neoliberale”. Quando parlano di Università-azienda, viene in mente la Scuola-azienda (si pensi all’alternanza scuola-lavoro, che deprime sia la scuola che il lavoro). All’esigenza di solidarietà subentra l’esaltazione della concorrenza, della competizione, del produttivismo. Selezionare è il credo malsano che infetta la civile convivenza. Per dirla con Dante, “i subiti guadagni” generano “orgoglio e dismisura”. Intanto Invalsi e Anvur spadroneggiano con le loro classifiche di eccellenza che creano incontrollate discriminazioni.

L’appello per un nuovo umanesimo

Martha Nussbaum, docente di filosofia, di discipline classiche, di diritto ed etica, di scienze politiche, ha insegnato fra l’altro all’Università di Harvard e all’Università di Chicago. A lei si deve un contributo culturalmente essenziale in vista di una diversa prassi economica come  Not for Profit. Why Democracy needs the Humanities. Apparso nel 2010, il volume è stato tradotto in italiano per le edizioni Il Mulino nel 2014. Sono trascorsi sette anni senza che il suo appello sia stato ascoltato. Anzi la tendenza a deprezzare l’umanesimo si è accentuata e minaccia di perpetuarsi. Ciò anche se la necessità di un umanesimo nei campi cruciali delle odierne attività, ad esempio nel campo informatico, è stata fatta presente da menti illuminate. Il profitto è assurto al rango di una divinità sul cui altare offrire vittime sacrificali. La storia del mondo non ha insegnato nulla. Questa è una società malata. Nel campo della psichiatria esistenziale Ludwig Binswanger ha proposto come rimedio il trascendersi verso l’altro nel segno dell’amicizia e dell’amore.

La frattura interna al Paese

In definitiva, persiste in Italia una distanza senza punti d’incontro fra teorici alla Ernesto Galli Della Loggia, assecondati da non pochi docenti, e fautori di una pedagogia dell’inclusione, contrari all’aprioristica cernita  delle lenticchie buone da cucinare e quelle cattive da gettare nell’indifferenziata. È una spaccatura estremamente pericolosa. La testimonianza delle tre neolaureate della Scuola Normale superiore di Pisa le ha dato ulteriore risalto. Intanto non solo Martha Nussbaum rivendica la necessità di un nuovo umanesimo. Basti pensare a Edgar Morin. Ma di  questi grandi pensatori tanti nostri intellettuali che grazie ai mezzi di comunicazione di massa vanno per la maggiore non sono all’altezza. Anche se si vantano di troneggiare sulla predella della supponenza.

Per chi volesse meditare ancora sull’inusitata violenza dello scontro in atto, la citata recensione di Christian Raimo seguita dai commenti pro e contro è disponibile sul sito: www.minimaetmoralia.it

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