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Lo studente invisibile

Genitori, figli e fattori di contesto scolastico e sociale. Siamo su “la Repubblica” del 15 dicembre 2019. La rubrica è 360 gradi. Il titolo è: Qu

Genitori, figli e fattori di contesto scolastico e sociale.

Siamo su “la Repubblica” del 15 dicembre 2019. La rubrica è 360 gradi. Il titolo è:

Quanti ostacoli per la scuola al Sud.

L’autore è Guido Trombetti, professore ordinario di Analisi Matematica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, già Rettore del medesimo Ateneo. Si ricollega a un precedente intervento di Tito Boeri. Sorvoliamo per ora sul fatto che si dà per scontata la validità dei dati Invalsi. Nell’articolo una tesi di Tito Boeri è trovata “affascinante”, anche se “astratta”. Quella secondo cui sarebbero i genitori meridionali la causa degli insuccessi dei figli nei test. I genitori cioè non si impegnerebbero nello spronare i figli a darsi da fare per superarli.

Ma come pretendere ciò, argomenta giustamente il cattedratico, “senza incidere sui fattori di contesto”? Bisognerebbe intervenire su tali fattori, per “produrre nelle famiglie del Sud un cambiamento di prospettive culturali” che “assegni ai contenuti dell’apprendimento un ruolo capitale”. Vedremo più avanti che c’è però una riserva.

In attesa di trasparenza dell’Invalsi e del Miur

Per inciso, perché non  ci si chiede mai quali siano i fattori di contesto non della scuola, ma dell’Invalsi? è auspicabile che al più presto si giunga a una trasparenza in tal senso. Tanto per dirne una, non risulta chiaro quale sia l’uso che si fa dello scarto quadratico medio per la validazione dei risultati. Chissà se il Ministro dell’Istruzione, che si sottoporrà egli stesso ai test, come ha dichiarato, è curioso di saperne qualcosa. Vedremo se davvero si sottoporrà ai test, se li supererà e, in caso contrario, se si dimetterà. Strano però che non abbia parlato di sue dimissioni nel caso che l’Invalsi lo bocci. In ogni caso, sugli esiti di una prova tanto attesa ci attenderemmo un dettagliato rapporto esplicativo. Così potremmo mettere a confronto la sfera cerebrale del Ministro e i cervelli degli studenti.

Denuncia planetaria della rovinosa confusione fra test e discipline

Torniamo all’articolo in esame. Alla fine l’autore esprime il sospetto che “un intervento maggiore delle famiglie” possa risolversi in “una eccessiva invadenza”. Su ciò si ripromette di intervenire in altra occasione. Noi ci chiediamo frattanto come sia possibile continuare a parlare di “contenuti dell’apprendimento” e nello stesso tempo continuare a prendere per buona la cosiddetta metodica dei test. Metodica che non ha niente a che vedere con i “contenuti dell’apprendimento” correttamente intesi. Lo hanno denunciato docenti universitari di tutto il mondo in un manifesto pubblicato a suo tempo su The Guardian. Titola in sintesi il quotidiano: “OECD and PISA  tests are Damaging Education Worldwide” (si consiglia di cercare il testo della denuncia tramite google). Discorrendo con Emilio Ambrisi, ci è venuto in mente che ci vorrebbe una Greta Thunberg della scuola.

Studenti e pedagogia dell’entusiasmo

Ribadiamo frattanto che su “la Repubblica” nello spazio dedicato ai risultati Invalsi la questione educativa non viene affrontata come dovrebbe. D’altra parte è in tutto l’ambito mediatico che  si riscontra tuttora una perdurante latitanza  pedagogica. Sappiamo che intellettuali come Ernesto Galli della Loggia disprezzano la pedagogia. La loro opinione non può interessarci, perché concorre a rendere invisibile il principale attore del processo educativo: lo studente. Lo studente resta dietro il sipario, non entra in scena, viene sottratto alle luci della ribalta. Lo studente reale, intendo. Lo studente che ha bisogno di entusiasmo per essere un se stesso che  apprende. Quello del Nord come quello del Sud. Sfidiamo chiunque a dimostrare che i test entusiasmino. E chi sarebbe disposto a sostenere che sia possibile apprendere la matematica, come qualsiasi altra materia di studio, senza entusiasmarsi?

Studenti e pedagogia della noia

A questo punto sembra che intervenga, dissentendo energicamente dalla tesi del legame studio-entusiasmo, Antonio Gramsci. Vediamo il perché del dissenso.

Giuseppe Guzzo su tecnicadellascuola.it nel 2007 in occasione del settantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci dedicava al pensatore l’intervento Gramsci, l’educazione e la scuola. L’autore vi afferma che Gramsci merita un posto nella storia della pedagogia. Ciò perché il suo progetto politico era inseparabile dal rinnovamento pedagogico. Nella filosofia della prassi il riscatto delle classi subalterne era inconcepibile senza la loro educazione. Osserva  l’autore che “Gramsci propugna, fino all’età dell’adolescenza, una scuola unica, uguale per tutti, di formazione generale e non professionale, seria in cui il ragazzo dovesse studiare seriamente, effettivamente e faticosamente”. Infatti nelle Lettere dal carcere si legge in proposito che

“lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”.

Sul fatto che lo studio esiga anche impegno, fatica, sacrificio  non si può non essere d’accordo. È il legame studio-noia la nota stonata. È l’entusiasmo, non la noia, che sollecita l’impegno. Opportunamente Emilio Ambrisi negli auguri Matmedia  per il Natale 2019 ricorda il detto di Novalis: “Senza entusiasmo non si fa matematica”. Ebbene, senza entusiasmo non si fa nient’altro.

Chi è lo studente oggi?

 La domanda fondamentale è questa. Come Zygmunt Bauman ha parlato di “modernità liquida”, così potremmo parlare di “studente liquido”.

C’è qualcosa di inconsciamente allusivo a questa condizione nel movimento delle sardine. Pesciolini che tendono a stiparsi e nello stesso tempo a scivolare. Siamo di fronte a momenti vitali di reazione all’immersione nel mondo virtuale, del quale peraltro non  si riesce a fare a meno.  Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp, Tik Tok sono le isole dell’arcipelago mentale giovanile.

Si va verso una nuova identità studentesca. È un cambiamento esistenziale dovuto a modificazioni neurologiche. Lo dimostra il consulente editoriale della Encyclopædia  Britannica Nicholas Carr in Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello, Raffaello Cortina Editore, 2011 (The Shallows. What the Internet is Doing to Our Brains, 2010).

Non a caso Lorenzo Marone su “la Repubblica” (stessa data dell’articolo di Guido Trombetti) interviene con La distrazione di massa nell’era dello smartphone. Nell’era della “distrazione di massa” il multitasking ci spinge a “fare cento cose contemporaneamente, così da guadagnare tempo”. Insomma nell’era informatica l’io dello studente è una inedita realtà da studiare. Ciò richiede un nuovo programma educativo, che abbia come meta ciò che viene proposto in Luigi Ciotti – Vittorio V. Alberti, Per un nuovo umanesimo. Come ridare un ideale a italiani e europei, Solferino, 2019, ed anche in Ivano Dionigi, Osa sapere. Contro la paura e l’ignoranza, Solferino 2019, ove si pone analoga esigenza.

Chi è contro il nuovo umanesimo?

Come ha dimostrato il matematico, epistemologo e storico della scienza Giorgio Israel, ampiamente citato in Stefano D’Errico, La scuola distrutta. Trent’anni di svalutazione sistematica dell’educazione pubblica e del Paese, Mimesis, 2019, la falsa pedagogia dei test o meglio dei quiz non dà alcun contributo al progetto di un “nuovo umanesimo”.

Anzi lo contrasta e lo distrugge. Ciò è dovuto all’uso distorto e perverso che induce del tempo, il fattore più importante nell’educazione come nella vita. Questo viene sottratto alla necessità di riflettere e approfondire ciò che più importa. Ciò che idealmente consentirebbe di prevenire e contrastare la dispersione dell’io giovanile. Vale a dire l’impiego razionale del tempo disponibile,  risorsa preziosissima perché estremamente limitata. Perciò in un ideale codice pedagogico il contrattacco ai test si configurerebbe come una forma di legittima difesa democratica. Di tutto ciò il vanverismo pedagogico non si dà pensiero – o forse lo fa apposta a scatenarsi mediaticamente.

Siamo ridotti ad esaltare i successi del Nord e gli insuccessi del Sud nei test.

Ammesso e non concesso che i risultati del test abbiano valore scientifico, perché al Sud gli studenti appaiono come i “nuovi analfabeti”? Proponiamo questa risposta che potrà parere scandalosa: perché l’intelligenza del Sud, refrattaria ad essere strumentalizzata,  si traduce in indifferenza o rigetto di fronte a un sistema improduttivo di misurazione delle cosiddette competenze.

Il declino degli intellettuali e un auspicio per il futuro

 Oggi tanti intellettuali non riescono o non vogliono mettere a fuoco la figura dello studente. Ciò può significare che inconsciamente la temono. Perché? Ricorriamo all’autorità di Zygmunt Bauman in La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti, Bollati Boringhieri, 1992 (Legislators and Interpreters. On Modernity, Post-Modernity and Intellectuals, Polity Press, Cambridge, 1987). Gli autentici valori umani, scrive il sociologo, devono affermarsi ad opera degli intellettuali col “rivelare i limiti della ragione strumentale e quindi restaurare l’autonomia della comunicazione umana e della creazione del significato guidata dalla ragion pratica”. Purtroppo, egli continua, nell’odierna dimora intellettuale alberga una “preoccupazione istituzionalmente incoraggiata dalla filosofia accademica per la propria autoriproduzione”.

L’auspicio per il futuro è il seguente.

Che tanti sedicenti intellettuali smettano di cedere alle lusinghe dell’Invalsi, decidendosi a  imitare  Ulisse che con la cera nelle orecchie sfuggì alle insidie delle Sirene (quelle almeno erano belle). Che non si leghino nemmeno all’albero del MIUR per ascoltarle, tanto sono canti strimpellati, e riprendano l’avventura del sapere aude. Che si lascino alle spalle l’anno vecchio e non lo rimpiangano, convincendosi, come insegna Giacomo Leopardi, di ciò:

“Quella vita ch’è una cosa bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce;  non la vita passata, ma la futura”.

Che si accorgano della distanza che li separa dai giovani e si avvicinino a loro per focalizzarne l’interiorità. Non potranno dire che già li conoscevano. Così forse si rivedranno giovani essi stessi e si rammaricheranno di essere come sono ora.

Buon anno nuovo.  

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