L’ultima lezione di Zygmunt Bauman

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L’ultima lezione di Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman, L’ultima lezione. Con un  saggio di Wlodek Goldkorn, Editori Laterza, 2018 Ormai il sociologo polacco Zygmunt Bauman è noto per la te

Zygmunt Bauman, L’ultima lezione. Con un  saggio di Wlodek Goldkorn, Editori Laterza, 2018

Ormai il sociologo polacco Zygmunt Bauman è noto per la tesi della “modernità liquida” anche a tanti di coloro che ne conoscono poco l’opera  o la ignorano.

Questa pubblicazione consente di fare conoscenza con l’autore anche dal punto di vista dei rapporti fra la sua personale esperienza biografica e l’elaborazione delle sue teorie.

In apertura l’editore, per i cui tipi è stata tradotta e pubblicata l’abbondante produzione dell’autore, lo definisce giustamente “grande intellettuale europeo”.

Nella prefazione Fabio Cavallucci mette in rilievo la coesistenza in Bauman sia del sentimento della fine del mondo che della necessità di superare ogni condizione di incertezza, aprendosi alla speranza. Segue un saggio di Wlodek Goldkorn.

Bauman viene riconosciuto come un “intellettuale pubblico”, che non si è mai rinchiuso in una proverbiale torre d’avorio, ma ha amato immergersi nella vita quotidiana e soprattutto aprirsi al contatto coi giovani.

Era partito dalla “scelta esistenziale, radicale ed estrema” del comunismo come giustizia sociale, vedendo poi smentita la sua aspirazione ad essere con ciò pienamente cittadino polacco.

Anche se ha finito con l’allontanarsi dal marxismo di fronte alle sue degenerazioni storico-politiche, è restata viva in lui l’esigenza di filosofare per trasformare il mondo.

(Aggiungiamo che in questo senso spicca l’opera meno famosa, eppure fondamentale,  La decadenza degli intellettuali, edita da Bollati Boringhieri, 1992, 2007, in origine Legislators and Interpreters. On Modernity, Post-Modernity and intellectuals, Polity Press, Cambridge, 1987).

La Shoah, tragedia dell’Olocausto, viene ricollegata alla degenerazione dell’Illuminismo, ovvero, diciamo noi, alla perversione della razionalità in “scienza esatta votata allo sterminio”, per usare l’espressione di Salvatore Quasimodo nella lirica Uomo del mio tempo.

Agli intellettuali divenuti servi del potere Bauman contrappone l’illuminismo dell’intellettuale in senso gramsciano.

Osserva Goldkorn che l’esperienza di Bauman può essere meglio compresa se la si inquadra nelle drammatiche vicende storiche di cui egli fu testimone e anche attore.

L’ultima lezione, tenuta da Bauman a Firenze, presenta:“l’impatto dell’idea scientifica della fine del mondo sulla società”.

Di qui il vivere in un’incertezza dovuta al collasso del sistema economico, agli afflussi di massa in Europa, alle catastrofi naturali.

Minacce dell’uomo, di noi stessi, della  natura. Siamo di fronte alla fine dell’idea di progresso. Dobbiamo piangere la morte dell’utopia. L’universo ci appare governato dal caso.

Segue il saggio “L’eredità del XX secolo e come ricordarla”.

Bauman mostra che la fede nel “progresso civilizzatore” affidato allo Stato è venuta meno. Nel Novecento i regimi totalitari  di Hitler e di Stalin  si sono macchiati di genocidio. Si è giunti agli “omicidi di massa”. La violenza è stata sacralizzata e banalizzata.

Viene ricordato Gregory Bateson per la tesi delle “tendenze scismogenetiche”: le vittime, sottomettendosi, rendono più audaci gli aguzzini; si ritorna a praticare l’occhio per occhio, dente per dente.

Il fare pulizia degli stranieri viene inteso come un modo per riportare l’ordine. Nel mondo globalizzato resta inascoltata la voce dell’ dell’eschilea Atena  che richiama l’umanità al dovere etico.

In definitiva in  quella che Bauman denominerà poi “modernità liquida” si contrappongono due tendenze:

la concorrenza per il profitto, che richiede il disordine planetario, e la necessità di un’umanità solidale nell’orientarsi al bene.

Se il senso comune tende a ignorare questa problematica e ad accusare chi ce la ricorda di catastrofismo, se l’egoismo del potere si impegna ad illuderci che le cose nonostante tutto vadano per il verso giusto, quest’opera ci richiama alla necessità di un’assunzione condivisa di responsabilità di fronte al futuro. Recensione di Biagio Scognamiglio